L'Europa si avvicina alle elezioni portandosi dietro alcuni importanti risultati in materia di parità, dall'adesione alla Convenzione di Istanbul ai provvedimenti per contrastare il gap salariale. La maggior parte della strada in termini di diritti, partecipazione e carriere, però, è ancora tutta da percorrere

L'Europa
della parità

di Antonia Carparelli

La Commissione europea di Ursula von der Leyen non è stata soltanto il primo esecutivo europeo a guida femminile, ma anche il primo caratterizzato da un reale equilibrio di genere – con tredici donne su ventisette membri della Commissione – e il primo ad avere un portafoglio esclusivamente dedicato all'uguaglianza (la maltese Helena Dalli). 

Questo governo lascia in materia di uguaglianza di genere un'eredità che risponde in buona misura alle aspettative iniziali, aspettative legittimate dalla Strategia per la parità di genere 2020-2025 resa pubblica a marzo del 2020. 

Un cambiamento importante è stato il lavoro interno alla Commissione, dove è stato reso effettivo il principio dell'uguaglianza di genere all'interno delle unità operative, favorendo l'ascesa di molte donne in posizioni di vertice. Si tratta di uno sviluppo significativo perché suscettibile di cambiare in maniera permanente l'identità e il modus operandi dell'amministrazione pubblica europea.

Uno dei successi è stato sicuramente l'adesione dell'Ue alla Convenzione di Istanbul, convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, avvenuta formalmente il 1° ottobre 2023. 

In virtù di quest'adesione, le istituzioni europee si sono impegnate in maniera ufficiale a prevenire e a combattere la violenza contro le donne in tutte le aree di propria competenza, compresa la cooperazione giudiziaria e le politiche migratorie. 

Per adempiere a queste finalità dovranno essere mobilitati tutti gli strumenti più opportuni: iniziative politiche, risorse finanziarie, misure legislative. L'adesione alla Convenzione di Istanbul allarga quindi sensibilmente i margini di manovra delle istituzioni europee nell'ambito della lotta alla violenza di genere.

Anche sul piano legislativo non sono mancati avanzamenti. In primo luogo Women on Boards, la direttiva europea sull'eguaglianza di genere nei consigli di amministrazione, approvata dal Consiglio e dal Parlamento alla fine del 2022, una proposta che era rimasta bloccata in Consiglio per oltre dieci anni.

Con la nuova normativa, entro il 2026 le società europee quotate in borsa con almeno 250 dipendenti dovranno fare in modo che il sesso sottorappresentato detenga almeno il 40% dei posti di amministratore senza incarichi esecutivi e almeno il 33% di tutti i posti di amministratore con o senza incarichi esecutivi. 

Secondo gli ultimi dati, nella media europea la presenza delle donne nei consigli di amministrazione è inferiore a un terzo, e sono donne soltanto l'8% delle persone che ricoprono l'incarico di presidente nei consigli di amministrazione. 

L'esperienza italiana della legge Golfo-Mosca è emblematica rispetto al ruolo dirompente che può avere la legislazione nel riequilibrio di potere tra i sessi, ed è legittimo attendersi che nell'arco di alcuni anni i risultati a livello europeo saranno pienamente visibili.

L'altro avanzamento legislativo di questa Commissione è stata la direttiva sulla trasparenza retributiva finalizzata a ridurre il divario retributivo di genere. 

In realtà, il diritto all'uguaglianza retributiva tra uomini e donne, sancito dai trattati, era già stato oggetto di una direttiva risalente al 2006. Ciononostante, il divario retributivo di genere è ancora di circa il 13% nella media europea e in alcuni paesi arriva perfino al 20%. 

Molte analisi hanno evidenziato che, spesso, a rendere possibile il permanere di sostanziali differenze retributive è la mancanza di trasparenza, ed è proprio a questo che intende ovviare la nuova direttiva entrata in vigore nel maggio del 2023. 

La legge europea impone in primo luogo una serie di obblighi informativi, da parte delle imprese verso i lavoratori e le lavoratrici, sui trattamenti salariali vigenti all'interno delle organizzazioni. La direttiva richiede inoltre che, sulle differenze salariali di genere, le imprese riportino regolarmente all'autorità competente e intraprendano azioni correttive qualora queste superino il 5%. Infine, sono previsti risarcimenti per le vittime di discriminazione retributiva.

Più faticoso il percorso della proposta di direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, sulla quale il Parlamento e il Consiglio hanno raggiunto un'intesa a febbraio 2024. 

La commissione aveva proposto la direttiva nel marzo del 2022, e la presidente assegnava a questa iniziativa un importante significato politico, dal momento che figurava non soltanto nella strategia per la parità di genere ma anche nel programma politico presentato al parlamento. 

In realtà vi erano tutti i presupposti per includere l'iniziativa tra i grandi successi della commissione von der Leyen, trattandosi della prima legge europea in materia di violenza contro le donne volta a reprimere ogni forma di violenza fisica, psicologica, economica e sessuale, anche quando esercitata attraverso l'uso delle reti digitali

Purtroppo non è stato così, perché le modifiche introdotte dal Consiglio hanno prodotto un testo finale fortemente diluito rispetto alla proposta iniziale; un testo nel quale è scomparsa, tra l'altro, la definizione di stupro come rapporto sessuale senza consenso e in cui le molestie sessuali nei luoghi di lavoro risultano sminuite.

Non è l'unica zona d’ombra dei risultati di questa legislatura europea in materia di uguaglianza di genere. Sono ancora troppo timidi i progressi compiuti sul piano del cosiddetto 'gender mainstreaming', ovvero dell'integrazione della prospettiva di genere in tutte le politiche dell'Unione, e soprattutto nelle politiche di spesa. 

Nell’ottobre del 2021, la Corte dei Conti europea pubblicava un importante rapporto da titolo Gender mainstreaming in the EU budget che scaturiva da un audit effettuato sul 66% dei fondi stanziati nel bilancio pluriennale europeo 2014-2020. 

Le conclusioni del rapporto erano estremamente critiche, soprattutto nei confronti della Commissione, e sviluppavano una serie di importanti raccomandazioni volte a conseguire un netto miglioramento nei metodi e nei risultati. 

Più di recente, nel giugno del 2023, l'Istituto europeo per la parità di genere (Eige) ha pubblicato uno studio sul gender mainstreaming nei piani nazionali per la ripresa e la resilienza. 

Pur riconoscendo che la dimensione dell'uguaglianza di genere è presente in varia misura nei piani nazionali – come d'altra parte richiesto dalla legislazione rilevante – lo studio conclude che è difficile fare una valutazione sistematica e un monitoraggio accurato delle risorse destinate a tale obiettivo, sia per via dell'assenza di una metodologia comunemente concordata, sia perché la maggior parte degli stati membri non ha applicato strumenti di 'gender budgeting'. 

In seguito alle critiche della Corte dei Conti, la Commissione ha lavorato più intensamente con l'Istituto europeo per la parità di genere (Eige) e ha sviluppato una metodologia di gender budgeting che ha applicato in via sperimentale al bilancio del 2023 e a quello del 2024. Il lavoro è ancora in fieri, e occorrerà investire ancora molto in questa direzione affinché un metodo di gender budgeting degno di questo nome si affermi stabilmente nelle istituzioni europee e nella pratica degli stati membri.

Insomma, è innegabile che molto è stato fatto, ma molto è ancora da fare. Nei prossimi anni occorrerà  rafforzare l'impegno per dare piena attuazione alla Convenzione di Istanbul e porre un argine alle molte forme di violenza di genere; bisognerà dare un forte impulso al mainstreaming, introducendo metodi di monitoraggio rigorosi e omogenei; e sarà necessario vigilare sulla trasposizione e l'applicazione delle nuove direttive. 

Naturalmente non possiamo ignorare che alle molte sfide esistenti se ne aggiungono di nuove, come il gender gap che sembra emergere nel campo dell'intelligenza artificiale, che rischia di diventare un temibile freno all'avanzamento dell'uguaglianza di genere.

Nel corso degli ultimi due decenni, anche grazie alla spinta proveniente dalle istituzioni europee, ci sono stati progressi importanti nell'attuazione dei diritti delle donne in tutti i paesi dell'Unione. 

Nel 2023 l'indice di uguaglianza di genere calcolato dall'Eige ha superato, nella media europea, la soglia critica di 70/100. Un dato sicuramente positivo, che dà atto dei progressi compiuti. Al tempo stesso, è sconfortante rilevare che al ritmo attuale occorreranno almeno altri cinquant'anni per raggiungere un'effettiva parità. 

Senza considerare che il dato medio sottintende grandi variazioni tra i paesi, e che a fronte di nazioni che sono oltre o vicino a quota 80, come la Svezia o l'Olanda, ce ne sono altri ben al di sotto di 60, come la Romania o l'Ungheria. In questa classifica l'Italia si colloca appena al di sotto della media europea.

Per tutte queste ragioni, è fondamentale che le prossime elezioni portino alla composizione di un Parlamento e di una Commissione capaci di completare e intensificare, anziché rallentare, il lavoro compiuto in questa legislatura. 

Forse non si riprodurrà la costellazione favorevole di una commissione ancora a guida femminile e di un collegio pienamente paritario, ma l'auspicio di fondo è quello di un Parlamento europeo dove la presenza delle donne sia almeno pari a quella del parlamento uscente (quasi il 40%) e soprattutto con una solida maggioranza di gruppi politici credibilmente impegnati nelle politiche per l'uguaglianza di genere.


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