Rendere "aperte" le tecnologie non è solo una questione di trasparenza, ma di potere. Per aggirare l'open-washing serve ancorare questo movimento a una giustizia cognitiva. Una panoramica sul Regno Unito, dove università, enti pubblici e altre realtà stanno portando avanti iniziative in cui il concetto di "open" si lega a quello di equità e inclusione

Tecnologie aperte
ma per chi

Nel lessico della ricerca e dell’intelligenza artificiale, la parola open è diventata una sorta di incantesimo. Open source, open data, open access, open science, concetti che evocano trasparenza, collaborazione e democrazia dei saperi. Ma dietro la retorica dell’apertura, sorge la domanda: per chi sono aperti i dati, le fonti, le conoscenze?

Aperto non significa automaticamente accessibile, e trasparente non è necessariamente sinonimo di equo. Se i team che progettano e gestiscono infrastrutture, dataset e modelli restano omogenei – per genere, etnia o classe sociale – il termine open rischia di diventare solo una vetrina di buone intenzioni, costruita sugli stessi pregiudizi (bias) che pretende di eliminare.

Il Regno Unito si è imposto come uno dei poli più avanzati dell’intelligenza artificiale “etica”, ma i numeri raccontano una storia più complessa. Secondo una ricerca dell’Alan Turing Institute, è donna solo il 22% delle professioniste che lavorano nel settore dell'intelligenza artificiale e dei dati.

Nel settore tecnologico in senso più ampio, la presenza femminile nei team tecnici si ferma al 21%, secondo i dati del Dipartimento britannico per l’Innovazione e la tecnologia. Quando si sale di livello, la forbice si allarga: appena l’8-9 % dei ruoli di vertice (come Chief Technology Officer, Chief Information Officer, lead tecnico) è ricoperto da donne, come rileva un’analisi di Revolent Group.

Perfino l’uso delle tecnologie più recenti riflette un divario di genere. Secondo un’indagine di Deloitte, il 43% degli uomini britannici ha già sperimentato strumenti di intelligenza artificiale generativa, contro il 28% delle donne. Questi dati ci dicono che, spesso, a essere aperti sono i codici, non le porte di accesso al settore tecnologico.

Non si tratta solo di un problema di rappresentanza, ma strutturale. Solo per fare degli esempi, quando i dataset medici contengono per il 90% dati riferiti a pazienti maschi, o quando un algoritmo di triage impara quasi esclusivamente da immagini dermatologiche su pelli bianche, il risultato è una forma di discriminazione automatizzata, invisibile dietro l’efficienza del calcolo.

In risposta a tutto questo, nel Regno Unito si stanno moltiplicando esperienze che cercano di ridefinire l’apertura come atto consapevole e politico – non semplicemente condividendo codici, ma redistribuendo potere e responsabilità.

All’interno dell’Alan Turing Institute, nel cuore di Londra, un gruppo di ricercatrici e sviluppatrici ha deciso di affrontare il problema alla radice. The Turing Way è un progetto aperto che integra etica, riproducibilità e inclusione come standard tecnici, non come appendici morali.

Il principio guida è semplice, ma radicale: la scienza cosiddetta aperta non lo è davvero finché non è accessibile, equa e solidale. Sul sito del progetto si trovano sezioni dedicate alla costruzione di comunità inclusive, alla gestione delle barriere linguistiche e alla cura della sostenibilità emotiva nei team di ricerca. Nelle linee guida sull’open scholarship si invita a considerare alloggi per persone con disabilità visive o neurodivergenze e a utilizzare linguaggi accessibili per chi non è madrelingua inglese.

Ciò che rende The Turing Way particolarmente innovativo è il suo funzionamento come infrastruttura sociale, non solo tecnica. Il progetto conta oltre cinquecento fra collaboratrici e collaboratori da sessanta paesi, adotta un codice di condotta che riconosce e sanziona le micro-aggressioni e assegna credito visibile anche a chi svolge ruoli di supporto come moderazione, mentoring o revisione. Un modello che mette in pratica un concetto spesso evocato nei circoli femministi contemporanei, la cura come atto politico. 

Se The Turing Way lavora sulla cultura open, l’Ada Lovelace Institute considera il tema dell'apertura da un'altra prospettiva, quella della responsabilità. L’istituto londinese, che porta il nome della pioniera dell’informatica ottocentesca, collabora con l’AI Lab del National Health Service (NHS) per testare un modello di valutazione degli impatti algoritmici (Algorithmic Impact Assessment, AIA) applicato alla sanità pubblica.

Prima che un algoritmo venga adottato su larga scala, i team di ricerca devono rispondere a una serie di domande: quali gruppi sociali potrebbero essere svantaggiati dal modello? Da dove provengono i dati di addestramento? Come si gestiscono feedback o contestazioni?

Il processo include workshop partecipativi con pazienti, medici, attiviste, attivisti e comunità locali. Non si tratta di “consultazioni simboliche”, ma di un vero tentativo di redistribuire il potere decisionale. L’obiettivo è spostare l’asse dal laboratorio alla cittadinanza, riconoscendo che la responsabilità non è un documento, ma una relazione sociale.

L’Ada Lovelace Institute ha esteso questo approccio anche ad altri ambiti, con il progetto Public Voices in AI, che esplora come includere la cittadinanza nei processi di policy e sviluppo tecnologico. È un’idea che richiama una prospettiva femminista: la giustizia algoritmica non nasce dal controllo, ma dalla partecipazione.

A Edimburgo, invece, il Software Sustainability Institute lavora da oltre un decennio per migliorare la qualità dei software accademici. Col tempo, si è capito che la natura del problema non è soltanto tecnica, ma anche culturale: chi viene ascoltato nei processi di ricerca? Chi ha accesso ai saperi digitali?

L'Istituto mette a disposizione fellowship per sviluppatrici, sviluppatori, ricercatrici e ricercatori, con particolare attenzione alla diversità di genere e di provenienza geografica, e organizza ogni anno delle conferenze (Collaborations Workshops) in cui l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione sono parte integrante del programma. 

Al loro motto, better software, better research, si potrebbe oggi aggiungere una postilla, better people, better culture. Perché se la ricerca si concentra solo sull’efficienza e non sull’equità, anche il codice più elegante rischia di essere pervaso da stereotipi e pregiudizi (biased).

Nello stesso ecosistema scozzese nasce anche Women in HPC, un network internazionale che supporta donne e persone sottorappresentate nel calcolo ad alte prestazioni.

L'ambito dell'informatica denominato High-Performance Computing (cioè calcolo ad alte prestazioni, abbreviato in HPC), che si occupa di progettare e gestire supercomputer o infrastrutture di calcolo distribuito in grado di elaborare enormi quantità di dati a velocità altissima, è un settore storicamente chiuso, dominato da gerarchie e da una cultura tecnica fortemente maschile. Women in HPC ha scelto di intervenire con un approccio pragmatico, attraverso cicli di mentoring di quattro mesi, workshop sulla leadership e sul riconoscimento professionale, e spazi peer-to-peer per condividere esperienze di discriminazione o burnout.

Nel 2024, il programma di mentoring ha coinvolto oltre 120 partecipanti provenienti da venti paesi, combinando formazione tecnica e sostegno emotivo. Un esempio concreto di quella che la filosofa femminista Donna Haraway definirebbe “politica della cura situata”, partendo dalle esperienze vissute per costruire nuovi modelli di sapere.

Ma una comunità aperta non può esistere senza un’alfabetizzazione diffusa. Nel Regno Unito, diverse organizzazioni si sono impegnate a rimuovere le barriere d’ingresso nel mondo del coding.

L'associazione The Carpentries, ad esempio, offre corsi gratuiti di programmazione e alfabetizzazione dei dati, fornendo a migliaia di ricercatrici e ricercatori le basi per utilizzare linguaggi di programmazione come Python, R e Git. L’approccio è radicalmente inclusivo: lezioni in coppia per evitare l’isolamento, materiali aperti e accessibili, codici di condotta pubblici e sistemi di feedback anonimi per segnalare episodi discriminatori.

Ci sono poi realtà come Code First Girls, che ha formato oltre cinquantamila donne e persone non binarie nell'arco di dieci anni, offrendo corsi di coding gratuiti e partnership con aziende che assumono le partecipanti. È una delle esperienze più riuscite di integrazione tra inclusione sociale e innovazione tecnologica nel panorama europeo. In entrambe le iniziative, il concetto di open è inteso come solidarietà, un modo per condividere strumenti, linguaggi e opportunità, non soltanto righe di codice.

Londra, oggi, è un laboratorio culturale complesso. Da un lato, le grandi aziende tecnologiche – DeepMind, Anthropic, Stability AI – che alimentano la corsa globale all’intelligenza artificiale. Dall’altro, università, enti pubblici e organizzazioni civiche che cercano di mantenere viva la connessione tra apertura e giustizia sociale.

Ma la tensione resta evidente. La retorica open è diventata un linguaggio di marketing: open innovation, open platform, open collaboration. Espressioni che suonano progressiste ma spesso mascherano la centralizzazione del potere e l’esclusione di chi non ha capitale economico o simbolico per partecipare. Come nota un’analisi recente dell’Ada Lovelace Institute, il rischio è quello di un vero e proprio open-washing: l’apertura esibita come virtù morale, mentre le decisioni restano opache.

Dalle pratiche britanniche emergono alcune lezioni chiare. Non basta aprire: l’inclusione non è un effetto collaterale del concetto di open, ma il suo presupposto. Senza un’attenzione consapevole alla composizione dei team, alle lingue, alle forme di disuguaglianza implicita, l’apertura resta un aspetto di facciata.

Bisogna poi valorizzare la cura. Il lavoro di mentoring, moderazione e formazione è parte integrante della scienza aperta, non una prerogativa delle donne. Rendere visibile e remunerare queste attività è una forma di giustizia epistemica.

Serve infine una accountability partecipativa. Strumenti come l’Algorithmic Impact Assessment mostrano che l’etica non può ridursi a un audit tecnico, ma va costruita come conversazione pubblica – e l’equità costa, molti progetti britannici prevedono fondi specifici per l’inclusione e l’accessibilità. Finanziare la diversità significa riconoscerne il valore.

L’esperienza britannica dimostra che rendere aperta l’intelligenza artificiale non è solo una questione di trasparenza, ma di potere. L’apertura può essere un atto di ridistribuzione, oppure un modo elegante per consolidare lo status quo. Se progettata con consapevolezza, l'apertura può diventare il linguaggio della giustizia cognitiva, un sistema in cui la conoscenza è condivisa ma anche co-governata, in cui la responsabilità è distribuita e la diversità riconosciuta come risorsa.

Come scrivono le autrici di The Turing Way, “l’open è un viaggio collettivo, e nessuno dovrebbe restare indietro solo perché non parla il linguaggio giusto”.

È da lì che forse dovremmo ripartire, dal linguaggio, dal potere e dalle relazioni che definiscono chi può davvero entrare in un mondo che si definisce aperto.


Source URL: https://www.ingenere.it/prossima/tecnologie-aperte-per-chi