In Italia l'obiezione di coscienza rappresenta ancora un ostacolo importante alla piena applicazione della legge 194, che dovrebbe garantire a tutte di accedere all'interruzione volontaria di gravidanza. Una ricognizione tra femminismo e politica, a partire dal libro L’aborto. Una storia, di Alessandra Gissi e Paola Stelliferi

Storia di una
scelta libera

di Mariagrazia Rossilli

L’11 aprile 2016 il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto, a distanza di due anni dalla prima condanna, che lo Stato italiano, a causa dell’elevato numero di medici obiettori di coscienza e delle differenze regionali nell’organizzazione degli ospedali, viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978 – intendono interrompere la gravidanza. 

 

Fin dall'approvazione, l’obiezione di coscienza da parte di medici e operatori sanitari ha rappresentato uno dei maggiori ostacoli alla sua piena applicazione, tanto che spesso furono le occupazioni femministe dei reparti ospedalieri di ginecologia che riuscirono a sbloccare la situazione. 

 

Eppure, ancora nel 2020 la percentuale di obiettori tra i ginecologi risultava del 64% (in alcuni ospedali del 100%) tanto da rendere, in troppi casi, impossibile l’intervento, in violazione della stessa legge secondo cui gli ospedali dovrebbero comunque garantire l’effettuazione di quello che è un servizio per la salute delle donne e per garantirne la libertà di scelta.

 

Oggi sono gli stessi principi e fini della legge194 a essere messi in discussione in Italia, mentre in America, come in Europa, è in atto da parte di politiche conservatrici e di destra un vero e proprio backlash contro i diritti sessuali e riproduttivi e la libertà di scelta delle donne. Basti pensare alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti Dobbs v. Jackson che ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade del 1973 che riconosceva il diritto alla interruzione volontaria di gravidanza, oppure ai provvedimenti restrittivi della Polonia

 

In Italia, nel quadro di allarme per denatalità e inverno demografico e di rinnovata enfasi sulla difesa della famiglia come “società naturale” composta da un uomo e una donna, ben quattro proposte di legge sono state presentate in questa legislatura per anticipare l’acquisizione della capacità giuridica al momento del concepimento e costituire il concepito come soggetto autonomo di diritto in conflitto con i diritti della donna. Per non parlare degli attacchi alla praticabilità dell’aborto perseguiti dalle politiche regionali incentivando la presenza nei consultori di associazioni del movimento pro-vita (Mpv) sorto e promosso dalla Democrazia cristiana (Dc) in funzione antiaborto, esattamente al momento dell’approvazione della 194. 

 

È questo il caso ad esempio della regione Piemonte che ha dotato il Fondo Vita Nascente di un milione l’anno per lo più destinato alle attività delle associazioni pro-vita. Simile la proposta di legge approvata dalla giunta regionale del Lazio “Interventi a favore della famiglia, della natalità e della crescita demografica” che è prioritariamente un manifesto ideologico di affermazione di valori per la salvaguardia della gravidanza e del nascituro dal momento del concepimento.

 

Aborto, una storia

Il libro di Alessandra Gissi e Paola Stelliferi L’aborto. Una storia, pubblicato da Carocci nel 2023, ricostruisce il contraddittorio percorso di revisione normativa a partire dal dopoguerra fino all’abrogazione del Titolo X del codice penale fascista e all’approvazione della legge 194, ma va anche oltre la mera storia della legge con l’obiettivo di sottrarre il tema dell’aborto a una dimensione metastorica che lo inscrive in un quadro di valori immutabili e universali per cui le donne di tutti i tempi l’avrebbero sempre sofferto come un trauma tra disapprovazione sociale e norme penali. 

 

Il libro inquadra l’aborto in una periodizzazione lunga, a partire dal ‘700, quando scienza e idee preformiste sulla generazione vengono ad assegnare caratteri di persona al “non nato” e attraversando l’800, quando concetti come sessualità, riproduzione e maternità diventano oggetto di nuove forme di disciplinamento e tensioni all’interno del processo di nation-building del moderno Stato-nazione. 

 

Collegata agli interessi nazionali è del resto la stessa formulazione quasi esclusivamente biologica della funzione materna nel ventennio fascista e, quindi, l’inserimento del reato d’aborto nel Titolo X “Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” del codice Rocco del 1930.

 

La ricostruzione del processo che ha portato all’approvazione della legge ripercorre tra le pagine le dinamiche istituzionali, partitiche e del movimento femminista, con uno sguardo che abbraccia pure i comportamenti delle donne, le loro pratiche di resistenza e le scelte di trasformazione sociale, attingendo a una molteplicità di fonti anche meno note. 

 

Decisivi in questo percorso gli anni ‘70: a partire dalla proposta di legge del socialista Loris Fortuna (1973) che apre la strada alle successive proposte e accende i fari, nell’opinione pubblica laica e cattolica, sulla diffusione degli aborti clandestini come “reato di massa”. 

 

Tra la crescita del movimento femminista e delle sue manifestazioni, lo sviluppo dei consultori autogestiti, la diffusione dell’autogestione dell’aborto con il metodo Karman nei collettivi di self help e persino nelle case, l’organizzazione dei viaggi per abortire a Londra, i processi per aborto trasformati in processi politici (come quello a Gigliola Pierobon del 1973), le autodenunce e gli arresti di esponenti del partito radicale (Faccio, Spadaccia e Bonino) e gli accesi dibattiti sui giornali, vengono a maturazione cambiamenti nell’opinione pubblica e nelle posizioni della Dc e del Partito comunista italiano (Pci). 

 

La vittoria del no al refendum su divorzio del 1974 aveva rivelato sensibilità e orientamenti nuovi della società rispetto alla Chiesa e al cattolicesimo e determinato nuovi rapporti di forza all’interno della Dc, e tra questo partito e il Pci. Quest'ultimo, per suo canto, pur nella diversità di opinioni, aveva inizialmente assunto una posizione contraria alla proposta Fortuna come a qualsiasi iniziativa legislativa sull’aborto che, nelle parole della responsabile femminile Seroni, rappresentava comunque un traumatico scacco della maternità che richiedeva quindi il potenziamento della prevenzione attraverso l’educazione sessuale, l’istituzione dei consultori, maggiori sostegni alla maternità.

 

Il 1975 vede l’istituzione dei consultori e la riforma del diritto di famiglia ed è l’anno del successo del Pci alle amministrative, seguito nel 1976 dal successo alle elezioni politiche (34,4%), che eleggono un buon numero di comuniste insieme con un nutrito gruppo di Sinistra indipendente composto da deputati di Democrazia proletaria e del Partito radicale, tra cui Adele Faccio, che già all’inizio della legislatura presenta una proposta di legge sull’aborto. 

 

Come risulta evidente dalla ricognizione di Gissi e Stelliferi, sono anni di decisivo cambiamento nelle posizioni del Pci anche grazie alle pressioni dell’Unione donne italiane (Udi) che sul tema svolgeva un vasto lavoro di sensibilizzazione. Inoltre, l’esplosione e lo sprigionamento di diossina dalla fabbrica Icmesa nel luglio 1976 cui aveva fatto seguito l’autorizzazione governativa all’aborto terapeutico per le donne di Seveso aveva reso quanto mai urgente una legge che regolamentasse l’aborto.

 

Nel percorso di avvicinamento all’approvazione della legge si inserisce poi l’importante sentenza n.27 della Corte costituzionale del 18 febbraio 1975, che si pronuncia sulla illegittimità costituzionale di una parte dell’art.546 del titolo X del Codice Rocco, sulla base dell’art. 31 (protezione della maternità) e 32 (tutela della salute) della Costituzione e incardina la possibile modifica della normativa nel diritto alla salute - impostazione che si rifletterà nella legge 194. Sia per i comunisti che per i cattolici della Dc la spinta ad accelerare la modifica normativa proviene in particolare dalla volontà di scongiurare l’ipotesi di referendum abrogativo del titolo X promosso dai radicali e sostenuto anche da alcuni gruppi del movimento femminista, quanto mai diviso al suo interno tra chi era favorevole alla mera depenalizzazione e chi si batteva per una buona regolamentazione.

 

Dopo i tentativi falliti nel 1976 e nel 1977, la legge, nel contesto dell’apertura democristiana ai comunisti con il governo delle astensioni, viene infine approvata, il 18 maggio 1978, nove giorni dopo il ritrovamento del corpo di Moro. La negoziazione tra forze laiche e cattoliche porta a una mediazione sui nodi fondamentali. L’aborto è connotato come drammatica rinuncia alla maternità: la legge si intitola, infatti, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e all’art.1 riconosce il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana dal suo inizio. La legge riconosce di fatto che alla donna spetta la decisione finale, stante che ai consultori, ai medici, alle strutture sanitarie compete, però, il compito di accertare, nel rispetto dei suoi diritti, della sua dignità e libertà, l’esistenza delle condizioni per cui entro i primi 90 giorni di gravidanza può esser praticato l’aborto. 

 

Da tante, raccontano Gissi e Stelliferi, la legge fu salutata come passaggio necessario per non morire di aborti clandestini e fattucchiere, ma una grande parte del femminismo vi riconobbe una grave limitazione della sovranità sul proprio corpo e del principio di autodeterminazione che il movimento aveva rivendicato con forza e che, grazie alle comuniste, si era fatto strada anche nel dibattito interno del Pci. 

 

Fedele alla idea della liberalizzazione dell’aborto, il Partito radicale promosse subito un referendum per abrogare parti della legge (art.1), mentre allo stesso tempo riemergevano le voci antiabortiste con la richiesta di referendum abrogativo, promosso dal Movimento per la vita e supportato da Dc e Movimento sociale italiano (Msi), che proponeva poco più di un ritorno alla legislazione precedente. 

 

Nonostante l’elevata astensione, specie delle donne nei contesti rurali, i no ai due refendum risultarono maggioritari.

Il fragile compromesso, secondo molte il cattivo compromesso, raggiunto nella legge, aveva retto, ma lasciava spazio ai futuri ripetuti tentativi di inficiarne i fondamenti, riproponendo il conflitto tra volontà della donna e vita fetale - come sarebbe accaduto nel 2004 con la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che all’art 1 riconosce il concepito come soggetto giuridico alla pari delle donne e che fortunatamente è stata in gran parte smantellata dalle sentenze della Corte Costituzionale. 

Oggi, il riconoscimento della piena autonomia riproduttiva delle donne rimane tabù insuperato pure in presenza dei progressi della medicina, come evidente nelle difficoltà opposte alla somministrazione della pillola Ru486 (si vedano anche le condanne della Conferenza episcopale italiana) e alla diffusione dei farmaci contraccettivi di emergenza (pillola del gorno dopo) che altre legislazioni europee hanno liberalizzato.

È con questa consapevolezza che il movimento Non una di meno rivendica oggi “molto più della 194”, ancorando la difesa della legge all’affermazione dell’autodeterminazione riproduttiva, della libertà personale della donna di decidere sul proprio corpo, e sulla scelta di una maternità libera da costrizioni o coercizioni che ledono l’habeas corpus, e dunque le basi stesse della cittadinanza.

Per approfondire

Alessandra Gissi, Paola Stelliferi, L'aborto. Una storia, Carocci, 2023


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