Lavoro. Mentre il governo rivendica risultati, le decisioni degli ultimi mesi vanno nelle direzioni sbagliate creando una situazione di stagnazione dove la parità resta un miraggio nella vita delle donne. A che punto siamo tra dati, cultura e politiche in un paese a rischio arretramento
Rifuggire
i miraggi
A sentire le dichiarazioni di questo 8 marzo appena passato, le cose non sono mai andate meglio di così. “In questi anni abbiamo lavorato in questa direzione, con risultati come il record storico di occupazione femminile in Italia” ha detto Giorgia Meloni. È vero che una crescita dell’occupazione femminile c’è stata, ma va ricondotta in larga parte al Pnrr, il più grande piano di spesa pubblica mai realizzato. E anche con tutti quei miliardi, gli obiettivi di occupazione femminile non sono stati raggiunti.
Anzi. Mentre il governo rivendica risultati, le scelte politiche degli ultimi mesi vanno nella direzione opposta: una proposta di congedo paritario bocciata, una legge sul consenso svuotata, strumenti europei di parità a rischio di essere depotenziati nel recepimento. I dati recenti su lavoro, cultura e migrazioni raccontano una stagnazione strutturale che, dentro un quadro politico sempre più conservatore, diventa arretramento.
Penalizzate nel mercato del lavoro
Il Rendiconto di genere 2025 pubblicato dall'Inps parte da un paradosso ormai strutturale: le donne studiano di più, ma il loro investimento in formazione non si trasforma in autonomia economica. Nel 2024, tra diplomate e laureate le donne superano gli uomini in tutti i percorsi, con una maggioranza che diventa schiacciante nelle lauree magistrali a ciclo unico. Ma il passaggio al lavoro resta strozzato.
Il tasso di occupazione femminile nella fascia 15-64 anni è al 53,3%, contro il 71,1% maschile. Il suo dato speculare è altrettanto netto: il tasso di inattività femminile è al 42,4%, quasi una donna su due, il doppio di quello maschile. E chi riesce a entrare nel mercato del lavoro lo fa a condizioni peggiori: il part-time involontario riguarda il 13,7% delle donne contro il 4,6% degli uomini, e nel settore privato la retribuzione media giornaliera è di 82,63 euro per le donne contro 111,25 per gli uomini.
Non è solo una questione di accesso, ma di potere: nei contratti a tempo indeterminato solo il 21,8% delle donne occupa posizioni dirigenziali. Lavoro retribuito, carriera e riconoscimento restano ambiti in cui le donne sono di serie B: più precarie, con meno potere decisionale e meno prospettive.
Non è un destino: è un’anomalia italiana. Secondo l’indice di parità dell’Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, l’Italia è il peggior paese d’Europa in cui essere una lavoratrice, eppure allo stesso tempo è un privilegio.
Crescere tra gli stereotipi
Se l’Inps racconta come la disuguaglianza si materializza nel lavoro e nell’assenza di lavoro, il progetto Mutamenti interazionali e benessere dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche mostra come si riproduce sul piano culturale. E come il clima politico che si respira, i discorsi pubblici che si legittimano, orientano la cultura del paese. Il Rapporto 2025, basato su oltre 3.000 interviste a studenti delle classi prime di 25 scuole superiori di Roma, restituisce un dato allarmante: la spaccatura di genere tra adolescenti non si sta riducendo, si sta allargando.
Il 28% dei ragazzi mostra un’adesione alta agli stereotipi di genere – credenze in ruoli “naturali” che assegnano all’uomo comando e reddito, alla donna cura e assistenza. Tra le ragazze la stessa adesione è al 4%. Un ragazzo su tre ritiene che nel rapporto sessuale debba essere l’uomo a dominare; quasi uno su due ha atteggiamenti omotransfobici elevati. Non si tratta solo di opinioni: quando si parla di orientamento politico, tra chi ne ha uno è soprattutto la destra e l’estrema destra ad attrarre, e ad attrarre principalmente i maschi.
Gli stereotipi si acuiscono tra chi ha meno strumenti culturali. E l’emancipazione dai luoghi comuni diventa un privilegio in un paese che ha delegittimato il contrasto a stereotipi e violenza, restringendo fondi e progetti e marginalizzando l’educazione sessuo-affettiva. Non sono numeri che diminuiscono: si rilegittimano.
Se partire diventa una "scelta"
Mettere insieme il piano del lavoro e quello della cultura non serve a “sommarli” in un pessimismo generico: serve a capire il nesso tra condizioni materiali, clima culturale e scelte individuali. Perché quando un paese non corregge i suoi squilibri, il costo ricade sulle donne e sempre più spesso si traduce in uscita.
Secondo l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez), tra chi ha il livello di istruzione più alto, ad abbandonare il Sud e in generale l’Italia sono soprattutto le giovani donne. In una recente indagine sulle famiglie expat (2024, oltre 1.200 partecipanti da più di cinquanta paesi), la giornalista Eleonora Voltolina aggiunge la dimensione delle motivazioni. Si parte “per ottenere un lavoro migliore” (37%), ma subito dopo compare un dato politico: “non mi soddisfaceva il contesto socio-politico”, opzione scelta da un terzo dei partecipanti.
Sul tema della famiglia, tre quarti delle persone intervistate afferma che è più facile fare figli all’estero. Il 70% ritiene di vivere in un paese più avanzato dell’Italia nell’equa spartizione della cura familiare. Nei commenti liberi, una madre parla del “sollievo” di crescere la figlia in un contesto dove “la narrativa di genere è fondamentalmente diversa”. L’emigrazione si configura sempre più come fuga da un ecosistema percepito come penalizzante per le donne.
Direzioni sbagliate
Se i dati mostrano un paese fermo, la domanda è: che cosa stanno facendo le politiche pubbliche? La risposta, negli ultimi mesi, è preoccupante.
La cura. È uno dei motori principali del gender gap: finché resta sbilanciata, il mercato del lavoro continua a penalizzare le donne. A febbraio 2026, la maggioranza ha bocciato una proposta di congedo parentale paritario, motivando la scelta con ragioni economiche. Il messaggio è chiaro: la cura resta un tema secondario, la spesa pubblica ha altre priorità, e la delega alle donne e al loro lavoro gratuito è una delega crescente.
La violenza. La legge sul consenso, che doveva essere approvata entro il 25 novembre, non solo non è arrivata, ma nel gennaio 2026 il testo in Commissione Giustizia al Senato è stato modificato: rimosso il concetto di “consenso” come perno, spostato l’impianto sul “dissenso”. Il disegno di legge resta in esame, ma il segnale è di arretramento rispetto alla giurisprudenza.
L’Europa. L’agenda della parità in Italia deve moltissimo all’Unione: i pochi avanzamenti degli ultimi anni hanno spesso avuto matrice europea. Ora l’Italia deve recepire due direttive importanti – una sulla trasparenza retributiva, l’altra sugli organismi di parità. Ma il modo in cui avviene il recepimento conta quanto il recepimento stesso. La prima rischia di introdurre meccanismi più morbidi di quelli già previsti dalla legge italiana sulla parità salariale: in pratica, un passo indietro mascherato da adeguamento. La seconda rischia di smantellare la rete territoriale delle Consigliere di parità, centralizzando in un’agenzia nazionale la funzione di contrasto alle discriminazioni e colpendo la possibilità di trasformare principi astratti in diritti esigibili.
L’Italia perde le donne due volte: quando le tiene ai margini del lavoro e del potere, e quando spinge fuori le più qualificate. In questo quadro, la politica non può limitarsi a gestire l’esistente ma dovrebbe rifuggire i miraggi: se non interviene sulle cause strutturali, allora accompagna l’inerzia. E i segnali presenti indicano più la seconda strada che la prima.