Superare il modello di welfare familista, basato sui ruoli di genere tradizionali e sull'idea del male breadwinner, è possibile. In Spagna sta accadendo grazie a politiche di sostegno all'occupazione femminile e che promuovono una reale condivisione dei carichi di cura tra uomini e donne all'interno delle famiglie. Un confronto con l'Italia a partire da dati
Italia e Spagna sono spesso descritti come paesi profondamente simili, non solo per i numerosi legami geografici, storici e culturali, ma anche per il loro sistema di welfare familista. Il familismo si fonda sul modello del male breadwinner, in cui il reddito degli uomini e le prestazioni sociali a esso associate costituiscono la principale fonte di sostentamento per le famiglie, mentre alle donne spetta il ruolo di cura e gestione domestica.
Più che un’espressione di stretti vincoli affettivi, il familismo rappresenta una risposta a un welfare carente, e a pagarne il prezzo più elevato sono le donne. In assenza di politiche familiari adeguate, molte madri sono costrette a mettere in pausa la propria carriera per assumere il ruolo di “angeli del focolare” dopo la nascita di figlie e figli, affrontando difficoltà di reinserimento lavorativo, con conseguenze negative sia sul salario che sulle prestazioni sociali. Ne deriva un sistema segnato da profonde disuguaglianze socioeconomiche, in cui le donne sono particolarmente vulnerabili al rischio di povertà in età avanzata a causa di pensioni insufficienti.
Nota come child penalty, questa penalizzazione tende ad assumere forme più gravi nei regimi familisti, dove le politiche sociali si fondano tradizionalmente sul principio di “sussidiarietà”, fortemente influenzato dalla dottrina cattolica. Secondo tale principio, è la famiglia, in quanto nucleo primario della società, a doversi far carico in prima istanza della cura dei propri membri, mentre lo stato è chiamato a intervenire solo qualora i soggetti più prossimi non siano in grado di assorbire i rischi sociali.
Oggi, però, in una società sempre più secolarizzata e con livelli di istruzione femminile pari o superiori a quelli maschili, in quale misura possiamo ancora parlare di familismo nel Sud Europa? Un confronto tra Spagna e Italia offre spunti interessanti, poiché i due paesi hanno recentemente intrapreso percorsi distinti nelle politiche di sostegno all'occupazione femminile.
Figura 1. Divergenze nell’occupazione femminile fra Spagna e Italia
Cosa dicono i dati
Se guardiamo ai dati Eurostat sui tassi di occupazione femminile emerge chiaramente come le traiettorie dei due paesi si siano progressivamente allontanate negli ultimi vent’anni. Pur partendo da livelli simili all’inizio del XXI secolo, nel 2024 la Spagna ha raggiunto un tasso di occupazione femminile del 61,6%, contro il 53,3% dell’Italia. Complessivamente, nel periodo considerato, l’occupazione femminile è cresciuta del 49,2% in Spagna, a fronte del 34,6% in Italia.
Occorre inoltre sottolineare come in Spagna tale aumento abbia interessato in modo relativamente uniforme l’intero territorio nazionale. Le aree che partivano da tassi occupazionali più bassi all’inizio del XXI secolo, come il Sud e il Centro, hanno registrato tra il 2000 e il 2024 un incremento rispettivamente del 67,1% e del 64,6%, avvicinandosi così ai valori delle regioni più sviluppate.
In Italia, invece, persistono profonde disparità territoriali. Le aree geografiche con i tassi più bassi (Sud e Isole) hanno registrato aumenti significativi (+43,7% e +64,0%), seppur inferiori rispetto a quelli spagnoli, e nel 2024 restavano ben al di sotto della media nazionale, con tassi di occupazione pari rispettivamente al 36,5% e al 38,7%
Sempre nel 2024, in Italia il divario tra la zona con il tasso di occupazione femminile più alto (Nord-Est) e quella con il più basso (Sud) era di 26,8 punti percentuali. In Spagna, invece, il confronto fra il territorio con il tasso più elevato (Comunidad de Madrid) e quello con il più basso (Sud) registrava una distanza di 14,9 punti, in base ai dati Eurostat. Un divario decisamente più contenuto, che segnala una minore disomogeneità territoriale rispetto all’Italia, dove le fragilità economiche strutturali e la diffusa economia informale del Mezzogiorno continuano a ostacolare l’occupazione femminile.
Figure 2 e 3. Tasso di occupazione femminile in Italia e Spagna per aree territoriali
A rappresentare il principale fattore di esclusione dal mercato lavorativo è la maternità. Secondo il rapporto 2024 su mercato del lavoro e politiche di genere dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp), il 34% delle donne in Italia non lavora per motivi legati alla cura familiare, percentuale che sale al 43,7% per quelle tra i 25 e 34 anni. E tra le madri di bambini e bambine in età prescolare, le disparità sono ancora più accentuate: nel 2020, secondo i dati dell'International Labour Organization (ILO), il 74% delle italiane nella fascia di età centrale (25-54 anni) senza figli che viveva in coppia faceva parte della forza lavoro, contro il 61% di quelle in coppia e con figli o figlie sotto i sei anni. In Spagna, la differenza era meno marcata: 86% contro 78%.
Politiche messe a confronto
I dati suggeriscono un graduale abbandono del modello “male breadwinner” in Spagna, ma per cogliere appieno il livello di defamilizzazione raggiunto occorre esaminare la struttura di alcune misure sociali a sostegno dell’occupazione femminile.
Sul fronte dei servizi all’infanzia, negli ultimi vent’anni la Spagna ha incrementato significativamente gli investimenti, raggiungendo una copertura del 45,9% per i bambini e le bambine sotto i tre anni nell’anno scolastico 2022-2023, secondo quanto riportano i dati del Ministero dell'Istruzione, della cultura e dello sport. Un risultato che anticipa e supera l'obiettivo europeo di garantire il 45% di copertura entro il 2030.
In Italia, nello stesso periodo, la copertura si attestava al 30% secondo i dati Istat, con marcate disuguaglianze territoriali. Il Centro e il Nord-Ovest si avvicinano ai livelli spagnoli, con tassi rispettivamente del 39,6% e 36,1%. Le zone più critiche restano il Sud e le Isole, con percentuali del 20,4% e 24,5%. In Spagna, invece, sempre secondo i dati del Ministero dell'Istruzione, anche le regioni con la copertura più bassa — Sud (34,4%) e Isole Canarie (29,1%) — superano i valori delle corrispondenti aree geografiche italiane.
Questi dati, letti in combinazione con la distribuzione regionale dell’occupazione femminile, suggeriscono che in Spagna l’allontanamento dal modello familista sia avvenuto in modo più omogeneo rispetto all’Italia, dove i cambiamenti restano ancora frammentati e geograficamente circoscritti.
Anche sul fronte dei congedi, le differenze tra i due paesi sono evidenti. In Italia, le prime tutele per le madri lavoratrici risalgono al secondo dopoguerra, con la legge n. 860 del 1950. Nel tempo, il congedo di maternità ha raggiunto i 5 mesi. Il congedo per i neo-papà, invece, è una conquista molto recente: introdotto nel 2012 con un solo giorno obbligatorio, è stato ampliato a 10 giorni nel 2021, sotto la spinta della Direttiva Europea 2019/1158.
Nello stesso anno, la Spagna faceva un passo ben più significativo, equiparando il congedo di paternità a quello di maternità e portandolo a 16 settimane, di cui 6 obbligatorie e le restanti facoltative. La non trasferibilità del congedo e la sua piena retribuzione si sono rivelati fattori decisivi per favorire una reale condivisione delle responsabilità di cura, e oggi i padri usufruiscono di un numero di giorni di congedo post-nascita simile a quello delle madri. Tale misura conferma e contribuisce ad accentuare il processo di defamilizzazione già avviato tramite l’espansione dei servizi per l’infanzia.
L'impatto della politica, dei partiti e del femminismo
Dai dati emerge che una parte significativa del divario nell'occupazione femminile tra Italia e Spagna è attribuibile alla forte eterogeneità territoriale del nostro paese. Se si considerano solo le regioni del Centro e del Nord, la distanza rispetto alla media spagnola in termini di occupazione femminile e copertura dei servizi all’infanzia si riduce sensibilmente.
Anche in Spagna esistono aree caratterizzate da un minore sviluppo socio-economico. Tuttavia, il paese ha intrapreso un percorso più omogeneo di superamento del modello familista, riuscendo a estendere il sostegno all’occupazione femminile e ai servizi per l’infanzia anche in queste zone.
Tale scenario solleva una domanda cruciale: quali fattori hanno permesso alla Spagna di avvicinarsi a un modello familiare di tipo dual earner, dual carer, promuovendo l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e incentivando una più equa condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne all'interno delle famiglie?
Una possibile chiave interpretativa risiede nei diversi percorsi di transizione alla democrazia seguiti dai due paesi dopo la caduta dei rispettivi regimi autoritari e nel ruolo cruciale degli attori politici emersi in quel contesto storico.
In Italia, la transizione democratica fu profondamente influenzata dalla Democrazia cristiana (Dc), che guidò i governi del dopoguerra e plasmò il sistema di welfare secondo schemi tuttora esistenti. La Dc promosse il cosiddetto “welfare all’italiana”, orientando gran parte delle risorse verso il sistema pensionistico e trascurando le misure a sostegno delle famiglie. Queste ultime si limitavano a modeste prestazioni monetarie, consolidando un modello di famiglia tradizionale ispirato ai valori cattolici, già radicato durante il regime fascista.
Negli ultimi decenni, i governi di centrosinistra, spesso sostenuti da maggioranze deboli, hanno faticato a realizzare riforme strutturali per la parità di genere. I frequenti cambi di governo hanno impedito la continuità necessaria per trasformare il sistema di welfare, perpetuando l’impronta familista delle istituzioni tramite un meccanismo di path dependence, ovvero un sistema in cui le scelte e le strutture del passato continuano a influenzare il presente e impediscono alle istituzioni di adattarsi alle nuove esigenze sociali.
In Spagna, invece, il processo di democratizzazione avvenne a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 in un contesto più secolarizzato, in assenza di una rappresentanza politica diretta della Chiesa cattolica. Contemporaneamente, la crescente influenza di attori internazionali quali l’Unione europea e il passaggio a un’economia dei servizi favorirono una maggiore partecipazione delle donne alla sfera lavorativa e pubblica.
In questo scenario, il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) giocò un ruolo decisivo nella ridefinizione delle politiche sociali e di genere. La sua lunga permanenza al governo nei primi anni della democrazia (1982-1996) permise di abbandonare il modello sociale patriarcale ispirato alle politiche pronataliste del regime franchista.
Decisivo fu anche il ruolo del movimento femminista spagnolo che, grazie ai suoi stretti legami con il Psoe, portò numerose rivendicazioni di genere al centro del dibattito pubblico sin dai primi anni della transizione democratica. Negli studi sul tema, la Spagna viene definita come un esempio di “femminismo statale”, una realtà assente in Italia, dove il movimento femminista è stato spesso frammentato e ha avuto un rapporto più conflittuale con le istituzioni. Un esempio emblematico di tale divisione si ritrova negli anni ‘80, quando il movimento si divise sulla questione delle quote di genere nel sistema elettorale, ostacolando la formazione di un fronte comune di rivendicazioni.
Risulta inoltre interessante osservare come anche il principale partito di centrodestra spagnolo, il Partido Popular, abbia mostrato una certa apertura nei confronti di politiche familiari progressiste. In più occasioni, il partito ha trovato punti di convergenza con il Psoe su temi quali l’ampliamento dei servizi per l’infanzia, l’estensione dei congedi parentali e l’introduzione di esenzioni fiscali per le madri lavoratrici.
Questa convergenza può essere interpretata come il risultato della dinamica politica tipica di un sistema bipartitico. Il Partido Popular e il Psoe hanno dominato la scena politica spagnola del XXI secolo, e la necessità di attrarre l’elettorato medio ha spinto entrambi i partiti a convergere su alcune tematiche sociali. In questo contesto, il partito popolare ha adottato politiche familiari più progressiste anche per allinearsi alle aspettative dell’elettorato spagnolo, sempre più favorevole a ruoli di genere paritari, sia a destra che a sinistra.
Figura 4. Percentuale di persone che sostengono i ruoli familiari tradizionali in Italia e Spagna, 2024
| “Il ruolo più importante per una donna è la cura della casa e della famiglia” | “Il ruolo più importante per un uomo è guadagnare soldi” | ||
| Italia | Spagna | Italia | Spagna |
Sinistra | 37% | 19% | 46% | 24% |
Destra | 51% | 30% | 56% | 31% |
In Italia, invece, la mancanza di un ampio sostegno elettorale per una ridefinizione dei ruoli di genere ha relegato le politiche per la parità ai margini del dibattito pubblico. Di conseguenza, i partiti di entrambi gli schieramenti hanno spesso evitato di inserire le tematiche di genere tra le loro priorità politiche.
La strada verso la costruzione di un modello sociale più equo e inclusivo per le donne in Italia è ancora lunga, soprattutto considerando le profonde differenze regionali che continuano a ostacolare un progresso uniforme.
Tuttavia, l’esperienza spagnola degli ultimi vent’anni dimostra che il cambiamento è possibile, se sostenuto da un impegno congiunto e duraturo tra istituzioni, movimenti sociali, cittadine e cittadini, affinché la parità di genere diventi una priorità strutturale e non più marginale.
Solo così si potrà finalmente sostenere il lavoro femminile e una reale condivisione del carico di cura all’interno delle mura domestiche. E allora sì, potremo guardare al passato e affermare: “C’era una volta il familismo”.
Riferimenti
A. Alonso, R. Ciccia, E. Lombardo, A Southern European Model? Gender Regime Change in Italy and Spain, in Women’s Studies International Forum, 98, 2023, pp. 1-9.
L. Cattani, Active Social Policy and Women’s Political Mobilization, in R. Mulè, R. Rizza (a cura di), Gendering the Political Economy of Labour Market Policies, London, Routledge, 2023, pp. 77-123.
Eurostat, Labour force survey – Employment rates by NUTS 2 region, Eurostat (LFS series), Eurostat, 2025.
M. Ferrera, V. Fargion, M. Jessoula, Alle radici del welfare all’italiana: Origini e futuro di un modello sociale squilibrato, Venezia, Marsilio, 2012.
G.A. Giuliani, The Family Policy Positions of Conservative Parties: A Farewell to the Male‐Breadwinner Family Model?, in European Journal of Political Research, 61, 3, 2022, pp. 678-698.
M. Guadagnini, Gendering the Debate on Political Representation in Italy: A Difficult Challenge, in J. Lowendusky (a cura di), State Feminism and Political Representation, Cambridge, Cambridge University Press, 2005, pp. 130-152.
M. León, E. Pavolini, ‘Social Investment’ or Back to ‘Familism’: The Impact of the Economic Crisis on Family and Care Policies in Italy and Spain, in South European Society and Politics, 19, 3, 2014, pp. 353-369.
M. León, E. Pavolini, J. Miró, A. Sorrenti, Policy Change and Partisan Politics: Understanding Family Policy Differentiation in Two Similar Countries, in Social Politics: International Studies in Gender, State & Society, 28, 2, 2021, pp. 1-27.