Dati

I percorsi universitari sono ancora frutto di scelte che avvengono nel solco degli stereotipi, portando le ragazze a puntare sulle materie che hanno a che fare con l'educazione e la cura molto più che su quelle scientifiche, per essere poi penalizzate nel mercato del lavoro. Il quadro a partire dall'anteprima del nuovo Rapporto di genere di AlmaLaurea 

L'università 
degli stereotipi

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Università e stereotipi
Credits Unsplash/Liuda Brogiene

In Italia ci sono più laureate che laureati, ma la scelta del percorso universitario è ancora caratterizzata da forti disuguaglianze di genere, che si ripercuotono anche nel mercato del lavoro. È quanto emerge dalla sintesi del nuovo Rapporto di genere 2026 di AlmaLaurea, che analizza le differenze fra laureate e laureati nel nostro paese sia nei percorsi di studio che negli esiti occupazionali, attingendo dalle due indagini statistiche realizzate ogni anno dal consorzio interuniversitario.

L'anteprima del rapporto, che sarà disponibile nella sua versione completa non prima dell'estate, restituisce una fotografia sostanzialmente invariata rispetto a quella scattata dalla prima edizione dell'indagine, pubblicata nel 2022. 

Presentati l'11 febbraio presso l'Università di Modena e Reggio Emilia, in occasione della Giornata mondiale delle donne e delle ragazze nella scienza, i nuovi dati evidenziano molto chiaramente quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per eliminare gli stereotipi che influiscono sulla scelta dei percorsi di studio, mettendo in luce divari e polarizzazioni proprio nelle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). 

Secondo il nuovo rapporto, anche se le donne sono la maggioranza delle persone laureate (quasi il 60% nel 2024), sono infatti distribuite in maniera molto disomogenea a seconda del tipo di percorso.

Un dato su tutti colpisce, quello legato alla polarizzazione di genere nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico del gruppo Educazione e Formazione, dove la presenza delle donne supera il 95%. "Si tratta di una concentrazione molto elevata, che non è presente in maniera così importante in altri ambiti disciplinari" commenta AlmaLaurea. Collegato con quello della scarsa partecipazione femminile ai corsi di laurea in ambito tecnico-scientifico, questo dato ci parla di come, sul fronte delle scelte formative, sia ancora molto forte il peso dei fattori culturali che spingono le donne a scegliere percorsi che le indirizzano verso professioni improntate all'educazione o alla cura – tradizionalmente caratterizzate da retribuzioni più basse.

Secondo i dati riportati nel rapporto, la percentuale di donne con una laurea Stem è del 41,1%. Un dato rimasto invariato negli ultimi undici anni, che si abbassa a livello dei dottorati di ricerca: qui, le donne sono il 36,7%, mentre nelle altre aree disciplinari superano la quota del 50%. Su questo fronte, il rapporto – che analizza, fra le altre cose, i meccanismi con cui, da una generazione e all'altra, si trasmettono i titoli di studio e le professioni – sottolinea come, nella scelta dei percorsi Stem, il livello di istruzione dei genitori abbia un peso maggiore per le donne, soprattutto se è il padre a possedere un background di formazione in questi settori.

Non è una sorpresa il dato relativo alla qualità delle performance universitarie delle ragazze, che conferma la loro tendenza a ottenere risultati migliori dei colleghi maschi, laureandosi in percentuale maggiore nei tempi previsti (60,9% contro 55,4%) e con voti più alti (104,5/110 contro 102,6/110). Inoltre, mediamente le donne terminano gli studi universitari con un percorso formativo più ricco, scegliendo più frequentemente degli uomini di trascorrere periodi di studio all'estero e svolgendo tirocini curricolari (64,7% contro 55,3%).

Questi dati, tuttavia, non si traducono in migliori opportunità lavorative per le donne, che registrano tassi di occupazione più bassi di quelli degli uomini, soprattutto nei primi anni dopo il conseguimento della laurea. E se negli anni successivi il divario tende a livellarsi fra chi ha una laurea di primo livello, gli uomini con una laurea di secondo livello continuano ad avere un tasso di occupazione più elevato delle donne con lo stesso titolo di studio (rispettivamente, 91,9% e 88,2%).

Le differenze di genere sono molto marcate anche dal punto di vista della qualità dell'occupazione, con gli uomini che lavorano con un contratto a tempo indeterminato in misura maggiore rispetto alle donne, che invece hanno più frequentemente contratti a termine. Non va meglio per quanto riguarda la retribuzione, dove il vantaggio è anche in questo caso a favore degli uomini, che a cinque anni dalla laurea guadagnano in media il 15% in più rispetto alle donne.

Oltre a mettere in evidenza il persistere delle disuguaglianze nei percorsi formativi e professionali, le analisi mostrano chiaramente "che i divari sono il risultato di processi cumulativi in cui fattori individuali, sociali e strutturali interagiscono nel tempo" sottolinea AlmaLaurea. Per correggerli, è necessario intervenire sulle politiche di orientamento, rendendole più consapevoli e permettendo così a tutte e tutti di scegliere il proprio percorso universitario in maniera libera e non condizionata da stereotipi e ruoli di genere. 

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