Opinioni

Dagli States alla Germania la destra radicale e dei tech bro non ha il mandato delle donne, tanto meno delle ragazze. E a livello globale prende sempre più forma un divario che polarizza i generi in base alle preferenze elettorali

Le ragazze non
vanno a destra

5 min lettura
Le ragazze non votano a destra
Credits Unsplash/Michael Gordon

La destra radicale che avanza nelle democrazie occidentali e governa gli Stati Uniti è amata più dagli uomini che dalle donne. E c’è da temere che l’amore sarà corrisposto, in termini di politiche, opere, missioni e omissioni. Se c’è una tendenza comune nei diversi contesti e nelle assai diverse più recenti tornate elettorali, è che gli uomini hanno votato più a destra, e le donne meno, premiando invece i partiti degli schieramenti progressisti o anche della sinistra più radicale.

L’ultimo in ordine di tempo è il voto tedesco, nel quale il divario di genere nelle preferenze per l’ultradestra della Alternative für Deutschland (Afd) è di 7 punti percentuali per la media della popolazione (il 17% delle donne ha votato Afd contro il 24% degli uomini, dati ARD). 

Nelle fasce di popolazione più giovani il gap è ancora più evidente: secondo i dati riportati dal Financial Times all’indomani delle elezioni, nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni il 25% degli uomini ha votato per l’Afd, contro il 14% delle donne; sul fronte opposto, la sinistra di Die Linke è stata scelta dal 15% dei giovani maschi e dal 35% delle giovani donne (18-24 anni).

Lo stesso fenomeno è evidente nelle elezioni americane che hanno portato all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump: in un paese che nei voti assoluti è perfettamente spaccato a metà tra democratici e conservatori, il divario di genere è di 10 punti nella media (per Trump il 55% dei maschi e il 45% delle donne), ma sale per gruppi di età più giovani e nell’elettorato afroamericano.

Da un lato, si può dire che non è una novità, dal momento che è da diversi decenni che le donne hanno smesso di rappresentare la maggioranza del blocco elettorale conservatore, e tendono ad avere posizioni più liberali o progressiste: secondo uno studio (realizzato da Gethin, Martìnez-Toledano e Piketty nel 2022) condotto su 50 democrazie dal 1948 al 2020, l’inversione si è avuta negli anni ’80, e da allora le donne che votano per i partiti di destra sono meno degli uomini.

Un gap che si è confermato anche dopo la neutralizzazione dell’impatto delle differenze di reddito, istruzione, regioni di residenza e di altre caratteristiche che influenzano il voto – come mostrano i dati riportati dallo studio

D’altro canto, gli ultimi anni e le più recenti tornate elettorali mostrano in azione una destra radicale, identitaria, nazionalista, alle prese con un programma che la dinamica "conservatori contro progressisti" descrive poco e male

Nella sua furia demolitrice di molte conquiste sociali e civili del secolo scorso, anzi, la destra radicale si propone non con un programma di conservazione, ma come una forza di cambiamento: non il preservare privilegi e status quo, ma la rottura di quelle regole e politiche che erano appunto dirette a intaccare vecchi privilegi e status quo. E in parallelo un gap politico, ideologico e ideale che si può misurare, nella base sociale ed elettorale, tra le giovani donne e i giovani uomini in molti paesi: in altre parole, emerge un nuovo “divario globale di genere”.

Se lo ricordiamo in corrispondenza dell'8 marzo non è per consolarci così: questa destra che sta distruggendo tutto non ha il mandato delle donne, e in particolare delle giovani. No, non è una consolazione. È una chiamata all’azione: sono proprio le donne quelle che più hanno da perdere nell’avanzata della grande macchina distruttrice guidata da maschi anziani e i tech-bro suoi alleati. 

In molti campi, si mettono in discussione diritti conquistati con le lotte del secolo scorso. Gli ordini esecutivi di Trump contro i programmi per la diversità, l’equità e l’inclusione (DEI) sono un esempio (tra parentesi, il gotha dell’economia si è allineato: una dopo l’altra le grandi società americane hanno abbandonato le politiche inclusive). 

Ma il punto non è solo difendersi da questa avanzata distruttrice. Il problema vero è che in molti posti del mondo, eravamo e siamo ancora a metà del guado, o anche più indietro. L’Italia è tra questi. In quasi tutti i campi – con la notevole esclusione dell’istruzione, dove il divario di genere è chiuso e superato – i diritti delle donne necessitano di politiche attive e concrete: di andare avanti, non solo di non arretrare.

I corpi delle donne sono terreno di battaglia in questo scontro di visioni: la destra ha tra i suoi obiettivi la cancellazione del diritto alla scelta e all’autodeterminazione (e più in generale di tutti i diritti di autonomia corporea). Un caso evidente è la legge sull’aborto, che va non solo difesa ma – ancor di più – attuata. Questo governo ha bloccato anche la gratuità dei farmaci contraccettivi. E alle misure repressive si aggiungono quelle discriminanti: i bonus solo per le lavoratrici madri e quelli solo per le coppie sposate con figli.

Quando si arriva alle questioni economiche, e soprattutto al tema del lavoro, la “linea della difesa” si rivela ancor più insufficiente. Perché purtroppo c’è assai poco da difendere, dato che politiche per il lavoro delle donne, anche negli anni in cui erano sostenute a parole, non ci sono state e comunque non hanno schiodato l’Italia dagli ultimi posti nella classifica dell’occupazione femminile in Europa

E, in ogni caso, come abbiamo avuto più volte modo di dire, per dare una spinta all’occupazione delle donne serve un piano che non sia fatto solo da sgravi e bonus, ma dall’articolazione di diverse politiche che vanno dalle infrastrutture sociali a quelle fisiche, dal contrasto agli stereotipi di genere nello studio e nel lavoro, alla promozione di politiche di condivisione, a una revisione dei processi e dell’organizzazione del lavoro, a politiche con un impianto intersezionale, ai maggiori investimenti in innovazione, per citarne alcune che da queste pagine sono state più volte ribadite.

Ma forse, più di tutto, quello che serve oltre le politiche è la politica: che visione di società vogliamo promuovere, come vivono le donne in questa società, quali sono i loro desideri, quali gli ostacoli alla loro realizzazione? 

Questa domanda ne porta altre con sé su come vogliamo prenderci cura e come vogliamo lavorare, cosa è una famiglia, che responsabilità hanno le donne e gli uomini. Insomma oggi più che mai, politica e politiche devono interrogarsi su qual è la visione che vogliamo contrapporre alla forza distruttrice della destra che avanza.