La violenza digitale viene ancora contrastata dalle politiche pubbliche come un'emergenza, e non come un problema culturale. Ma intanto le realtà femministe fanno leva sulle pratiche dal basso: centri antiviolenza, operatrici, esperte e associazioni stanno già consolidando reti e alleanze per condividere strumenti, esperienze e competenze

Pratiche contro
la cyberviolenza

Nel contrasto e nella prevenzione della cyberviolenza di genere si incontrano diverse sfide, legate sia alle caratteristiche stesse del fenomeno – già illustrato su inGenere attraverso articoli, approfondimenti e glossari dedicati – che al ritardo e alla parzialità degli interventi adottati dal potere pubblico. Quest'ultimo aspetto è stato messo in evidenza, tra gli altri, dal Gruppo di esperti del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Group of experts on action against violence against women and domestic violence, Grevio) nel 2021. 

Grevio individua alcune ragioni per spiegare la scarsa incisività delle politiche pubbliche, tra cui la difficoltà di avviare un’azione integrata che si situi all’intersezione tra due famiglie di norme molto diverse per tema, persone destinatarie e approccio: da una parte, le direttive e i regolamenti sugli spazi digitali e le tecnologie di comunicazione; dall’altra, le politiche orientate all’uguaglianza di genere, ai diritti delle donne e delle soggettività Lgbtqia+ e al contrasto alla violenza. Se i primi sono strumenti adottati a livello europeo e internazionale per questioni come la diffusione o la conservazione dei dati, che si rivolgono a soggetti quali piattaforme digitali e intermediari di servizi internet, le seconde sono attivate sia livello nazionale che sovranazionale o locale. Possono rivolgersi tanto alla società nel suo complesso, quanto a tipologie di attori ben definiti, con obiettivi di uguaglianza e giustizia.

Grevio aveva rilevato anche, nella mancanza di una definizione condivisa, uno dei principali ostacoli all’avvio di interventi per il contrasto della violenza di genere agita attraverso le tecnologie. Nel 2024, la Direttiva europea 1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica ha però imposto agli stati europei l’adozione di un approccio omogeneo, proponendo una definizione condivisa e un percorso verso l’integrazione tra le politiche antiviolenza e quelle sulle tecnologie e gli spazi digitali. Per questo, è stata considerata un cambio di passo nell’impegno contro la cyberviolenza. 

Tuttavia, al momento appaiono congelate le aspettative riposte nel Digital services act del 2022 (Dsa) per la regolamentazione dell’attività dei fornitori di servizi online, anche rispetto alla violenza: la direzione era quella della creazione di meccanismi armonizzati per la rimozione dei contenuti illegali e la tutela dei diritti dell’utenza negli spazi digitali. A tre anni dall’adozione del Dsa, l'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere ha rilevato come le piattaforme non siano ancora sufficientemente sensibili al tema, non abbiano integrato una prospettiva di genere nelle loro pratiche e non forniscano i dati necessari per capire quanto tempo venga impiegato per intervenire sui contenuti dannosi, quanto questi contenuti incidano sul totale, quali sanzioni abbiano definito, chi viola gli standard pubblicando e facendo circolare contenuti violenti e dannosi.

A livello nazionale, si registrano analoghe difficoltà: nell’ambito del progetto di ricerca Cyber-VAWG. Le rappresentazioni sociali della cyber-violenza contro donne e ragazze, abbiamo analizzato le politiche europee, italiane, francesi e spagnole, rilevando notevoli eterogeneità. In generale, emerge come le politiche adottate propongano definizioni di violenza di genere agita attraverso le tecnologie che nominano in maniera selettiva pratiche, tipologie di soggetti colpiti e contesti relazionali, finendo per marginalizzare le esperienze di chi non rientra nella definizione, generando così esclusione dagli interventi. 

Nel caso italiano, ad esempio, il diritto penale, prima, e il Piano antiviolenza, poi, hanno orientato l’attenzione sulla diffusione non consensuale di contenuti intimi, introdotta come reato con il cosiddetto Codice rosso nel 2019, e hanno invece lasciato sullo sfondo altri tipi di pratiche. Inoltre, l’approccio delle politiche italiane risulta emergenziale, rispetto a una percezione dei rischi, considerata in aumento a seguito della pandemia da Covid-19, che avrebbe aumentato gli scambi di contenuti e, dunque, le possibilità di esposizione alla violenza. 

Il rischio di questa rappresentazione è che il focus degli interventi di prevenzione si orienti sui comportamenti di chi subisce violenza, con l’invito ad astenersi dall’invio di una foto, per esempio, e non di chi condivide senza consenso un documento che avrebbe dovuto rimanere privato. Piccolo inciso: nel Piano per il 2021-2023, così come in quello per il 2025-2027, l’aggettivo che accompagna il termine “diffusione” è “illecita”, invece che “non consensuale”. Nel complesso, appare evidente come i quadri giuridici e normativi sulla violenza di genere non solo riflettano il discorso pubblico, ma contribuiscano alla costruzione del problema stesso che si propongono di risolvere, modellandone la rappresentazione e definendo priorità, tipo di intervento da attivare e risorse disponibili.

Diverso appare il panorama delle politiche dal basso, ossia gli interventi avviati da centri antiviolenza (cav), associazioni Lgbtqia+, collettivi e persone esperte di cybersicurezza e diritti digitali, che quotidianamente si confrontano con la violenza di genere e le sue declinazioni digitali, sia cercando di costruire una cultura digitale di genere che accompagnando donne e soggettività che si trovano esposte alle cyberviolenze. 

Nell’ambito del progetto Cyber-VAWG, operatrici, attiviste, esperte hanno descritto il continuum tra violenza online e offline, riferendo come le tecnologie amplifichino e peggiorino gli effetti di pratiche violente. Al contempo, hanno rilevato che le pratiche di violenza negli spazi digitali sono sottovalutate tanto nel sistema antiviolenza, quanto a livello giuridico-legislativo. 

Anche per questo motivo, si sono diffuse sia esperienze di sensibilizzazione che percorsi di formazione rivolti in maniera specifica a operatrici dei centri antiviolenza, personale dei centri per autori di violenza, professioniste e professionisti del sistema antiviolenza. I progetti più noti sono quelli di Chayn, del collettivo Ippolita, della Rete D.i.Re., e di Destalk, ma sono numerosi i cav e le associazioni femministe e transfemministe che hanno avviato iniziative a livello locale di mutuo apprendimento, scambiandosi competenze di tipo tecnico e riflessioni sulla necessità di adottare un approccio di genere e intersezionale, che tenga conto delle specificità della violenza basata sul genere nella progettazione di interventi efficaci nella (ri)costruzione di condizioni di sicurezza. 

Queste esperienze indicano sia un’accresciuta consapevolezza che il consolidamento di alleanze. Le testimonianze raccolte sottolineano come la formazione non sia ancora sistematica né consolidata in tutti i nodi del sistema antiviolenza, seppur necessaria. L’analisi sugli spazi digitali e il ruolo delle tecnologie, infatti, conferma come una risposta efficace alla violenza necessiti di un approccio culturale e strutturale, che superi soluzioni emergenziali e frammentate, attraverso la collaborazione tra istituzioni pubbliche, terzo settore, comunità scientifica e attivismo transfemminista. 

Non si tratta solo di maturare e diffondere competenze tecniche di autodifesa digitale, ma di promuovere un’alfabetizzazione critica alle tecnologie, orientata alla costruzione di una responsabilità collettiva e condivisa, coinvolgendo scuole, famiglie, comunità educanti, attiviste e attivisti, operatrici. 

Sullo sfondo, rimane l’ambivalenza del dibattito sui nessi tra cittadinanza e tecnologie, che da un lato danno accesso a spazi di liberazione, e dall'altro risultano associate alla riproduzione di disuguaglianze, discriminazioni e violenze – anche attraverso la normalizzazione di pratiche di sorveglianza nelle relazioni di cura, dove il confine tra protezione e controllo appare sfumato per permettere la riproduzione di dinamiche violente.

Riferimenti

C. Gius, V. Cremonesini, A.M. Toffanin, Genere e cyberviolenza. Media, politiche e narrazioni giovanili, Roma, Carocci, 2026.

A. Mainardi, Digital girls. Le ragazze e la ridefinizione dei rapporti di genere online e offline, Pisa, ETS, 2021.


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