La violenza digitale viene ancora raccontata dai media come un'emergenza collegata a singoli di casi di cronaca, tralasciando completamente le radici culturali che la strutturano, e i rapporti di potere che la facilitano proprio attraverso le tecnologie. Un'indagine sull'informazione contemporanea
Come raccontiamo
la cyberviolenza
Quando, alla fine dell’estate del 2025, due sconvolgenti casi di condivisione non consensuale di immagini intime e abusi contro donne tramite gruppi online hanno occupato per alcune settimane le cronache nazionali, il tema della violenza digitale di genere è sembrato improvvisamente posizionarsi al centro del dibattito pubblico. Tuttavia, come accade di frequente a causa dei meccanismi che regolano la selezione e la gerarchizzazione delle notizie, l’attenzione è presto diminuita e l’urgenza del tema è venuta meno. A differenza di altre forme di violenza di genere – come il femminicidio, che negli ultimi anni ha conquistato una collocazione relativamente stabile nell’agenda mediatica, nonostante le evidenti ambivalenze residue – la violenza digitale di genere continua a emergere in modo raro e intermittente, pur rappresentando una realtà concreta e in crescita tra una quota significativa di donne: l’11% in Europa, con percentuali ancora più elevate tra le giovani. Ne deriva una rappresentazione frammentaria, che fatica a consolidarsi in un lessico condiviso e una cornice interpretativa capace di riconoscerne le origini strutturali.
L'indagine di Valentina Cremonesini, Simona De Carlo e Angelo Galiano, i cui risultati sono discussi nei capitoli 7 e 8 del volume Genere e cyberviolenza. Media, politiche e narrazioni giovanili (Carocci, 2026) – si è occupata di raccogliere dati riguardo alla rappresentazione giornalistica di questo fenomeno, tenendo presente la diversità di fonti informative oggi disponibili. L’obiettivo è stato quello di cogliere i temi e i significati principali che vengono associati al tema della violenza digitale di genere, ma anche di riflettere sulla effettiva rilevanza che negli ultimi anni la questione ha rivestito all’interno del dibattito pubblico italiano.
Per capire perché i picchi di attenzione come quello del 2025 restano così effimeri, è utile partire dalle routine proprie dell’informazione tradizionale, come la stampa. È stata presa in considerazione la copertura giornalistica del tema emersa tra il 2016 e il 2022 dai quotidiani La Repubblica e Il Fatto Quotidiano, per un totale di più di 1.100 articoli analizzati.
In entrambi i casi, la narrazione dei casi di violenza digitale di genere è apparsa fortemente discontinua e spesso “a traino” di casi emblematici o di passaggi normativi. Inoltre, viene operata una selezione dei casi trattati che finisce per ricondurre il fenomeno a poche etichette ricorrenti – revenge porn, cyberbullismo, hate speech.
Nella cronaca, le persone che subiscono violenza vengono descritte soprattutto come giovani e fragili, esposte a vergogna e umiliazione, mentre quelle che la agiscono sono identificate soprattutto con ex partner o con il “branco” anonimo della rete. Di conseguenza, anche la riflessione sulle responsabilità – a volte individualizzate, a volte diluite in gruppi di uomini indistinti – tende a perdere di vista la dimensione culturale-strutturale. Anche quando si assume un tono di denuncia, l’inquadramento resta frequentemente emergenziale e giudiziario, concentrato su leggi e processi più che sulle radici culturali e sui rapporti di potere che rendono possibile questa violenza. I moventi, raramente approfonditi, vengono via via spiegati come problemi individuali, riducendo lo spazio per una lettura più articolata del fenomeno.
Cosa accade invece quando lo sguardo si sposta sull’informazione “social-media native”, quella, cioè, che nasce e circola su piattaforme come Instagram, oggi tra le principali fonti informative, in particolare per le giovani generazioni? La ricerca ha analizzato sette profili che, anche se con modalità e obiettivi diversi, fanno divulgazione, informazione o mescolano questi contenuti con l’intrattenimento, rivolgendosi principalmente a un pubblico di giovani (Fanpage, Il Post, Will, Freeda, The Wom, Torcha, Webboh).
Il primo dato che emerge è quantitativo ma rivelatore: su oltre 70.000 post pubblicati tra il 2020 e il 2024, solo una piccola percentuale (874 post in totale) riguarda la violenza di genere. Pur presente, dunque, è un tema che non occupa uno spazio strutturalmente centrale all’agenda di questi profili. Inoltre, la sua visibilità è ciclica: cresce in occasione di ricorrenze simboliche (l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, o il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne) o di casi di forte impatto mediatico, come il femminicidio di Giulia Cecchettin, per poi rarefarsi. Si tratta di una dinamica che è rafforzata dalla cosiddetta “economia dell’attenzione”, tipica delle piattaforme, dove la visibilità è scandita da picchi emotivi e logiche algoritmiche che privilegiano eventi eccezionali, i quali spesso si trovano già al centro dell’agenda mediatica mainstream.
Come già rilevato, non tutte le forme di violenza ricevono però la stessa attenzione: le più discusse sono la violenza sessuale e il femminicidio. Nel caso dei femminicidi, emerge anche una evidente autocritica rivolta in maniera riflessiva al sistema dell’informazione: alcuni post criticano esplicitamente la narrazione dei media tradizionali, accusati di voyeurismo o di pratiche di colpevolizzazione della vittima (victim-blaming), o di spettacolarizzazione della violenza. Questa capacità di autoriflessione rappresenta uno degli aspetti più interessanti del discorso emerso, che testimonia come il discorso introdotto nella sfera pubblica digitalizzata dai femminismi abbia in questo caso avuto una ricaduta sulle pratiche dell’informazione digitale.
Il quadro, tuttavia, cambia nettamente quando si passa alla violenza digitale di genere, che, ancora una volta, compare di rado, con un focus quasi esclusivo sulla condivisione non consensuale di immagini intime e il deepfake (contenuti audiovisivi sintetici, come immagini, video o audio, falsi, creati o manipolati tramite l'intelligenza artificiale e capaci di riprodurre in modo estremamente realistico il volto, la voce o il corpo di una persona, ndr).
Inoltre, in maniera simile a quanto accade per la stampa tradizionale, la narrazione tende a essere semplificata e fortemente centrata sulla cornice giuridico-legale, un’enfasi che sembra rispondere alla necessità di contrastare la normalizzazione di pratiche diffuse nella vita online delle persone giovani. Un esempio emblematico è l’uso quasi unanime del termine “revenge porn”, nonostante da tempo nel dibattito femminista e accademico se ne critichi la natura fuorviante. Eppure, questa riflessione metadiscorsiva – così presente nel racconto dei femminicidi – qui è quasi assente.
La ricerca suggerisce che la violenza digitale di genere si trovi ancora in una fase di elaborazione pubblica incompleta. A differenza del dibattito sul femminicidio, che negli ultimi anni ha conosciuto un progressivo, seppur incompleto, consolidamento – facilitato dall’elaborazione di linee guida giornalistiche e documenti di riferimento – la violenza facilitata dalle tecnologie non ha ancora attraversato un analogo processo di riconoscimento condiviso e stabile.
Il ritardo è tanto più evidente se si considera che la vita quotidiana, soprattutto per le giovani generazioni, si svolge ormai in uno spazio profondamente ibrido, dove online e offline sono intrecciati. Eppure, proprio in questo ambiente in cui le relazioni, l’identità e la reputazione si costruiscono e si negoziano costantemente, la violenza digitale fatica a essere nominata e interpretata come parte integrante delle disuguaglianze di genere.
Osservare questo fenomeno attraverso il prisma dei media – tradizionali e social – significa interrogare un ecosistema informativo in cui informazione, attivismo e intrattenimento si sovrappongono. I profili Instagram analizzati mostrano una significativa convergenza verso un approccio influenzato dai femminismi contemporanei, capace di introdurre elementi di autocritica e di sensibilizzazione. Tuttavia, sul piano dell’agenda, la violenza di genere resta un tema affrontato in modo intermittente; e, all’interno di questa, la violenza digitale continua a occupare uno spazio marginale.
La sfida che si apre riguarda proprio la capacità di consolidare una cornice interpretativa più solida: superare la lettura emergenziale, legata a casi singoli che catturano l’attenzione – spesso morbosa – del pubblico, interrogare il linguaggio utilizzato, esplicitare le responsabilità collettive e strutturali. In un contesto in cui le piattaforme social rappresentano uno dei principali spazi di informazione e confronto, rendere la violenza digitale di genere visibile, comprensibile e riconoscibile è un passaggio cruciale. Non si tratta solo di aggiornare categorie giuridiche o parole chiave, ma di contribuire a costruire una consapevolezza pubblica capace di incidere sulle pratiche comunicative, sulle politiche di contrasto e, più in generale, sui rapporti di potere che attraversano l’ecosistema digitale contemporaneo.
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