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Le donne tunisine
tra rivoluzione e elezioni

La primavera araba arriva nell'urna. Il 23 ottobre si vota in Tunisia per l'assemblea costituente: il destino della rivoluzione è intrecciato con l'evoluzione dei rapporto di genere. Ma finora si è registrata per il voto solo una donna su cinque

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Il voto del 23 ottobre per l’Assemblea costituente in Tunisia è una tappa storica piena d’incognite. Se la rivoluzione tunisina del 14 gennaio 2011 è la madre della primavera araba, queste elezioni ne sono la prima prova istituzionale. E la sensazione generale è che la direzione che prenderanno i rapporti di genere e quella che prenderà la transizione democratica siano strettamente intrecciate.

In Tunisia il protagonismo femminile ha una lunga storia puntellata da una galleria di donne colte, influenti, autonome e cosmopolite (1). Dopo l’indipendenza del paese, nel 1956, il “Codice dello Statuto personale” ha dato loro, nei rapporti famliari, una condizione migliore di quella che avevano allora le italiane. Negli anni di Ben Ali sono state attive nei nelle associazioni per i diritti umani e in quelle per la promozione della parità delle donne (2), come giornaliste e avvocate, pagando spesso con la prigione come Sihem Bensedrine o scegliendo l’espatrio come Sophie Bessis e alla rivoluzione hanno partecipato attivamente nelle strade e sui blog.(3)

Oggi due questioni vengono sollevate tanto dalle donne quanto in loro nome. La prima è quella della laicità: la dicotomia corrente laici-fondamentalisti non dà conto di molteplici sfumature. “Sono assolutamente convinta della necessità di tenere separato lo stato dalla politica” dice Saida Zarrouk, donna medico, madre di famiglia e professionalmente affermata. “Ritengo che le moschee non andrebbero utilizzate per fare propaganda politica”. Poi aggiunge: “Oggi, in questo paese, ci sono anche i fautori della laicità – ma io non arriverei a questo punto.” Ma cosa intendono, allora, per laicità, quelle donne tunisine che non la vogliono? Nel corso di una manifestazione con Gisèle Halimi - la grande avvocata di orgine tunisina nota per le sue battaglie anticoloniali e femministe – lo chiedo ad una studentessa. La risposta è polemica: “Cos’è la laicità? Chiedetelo a Sarkozy”. Sempre più il termine “laicità” tende a configurarsi come un frutto avvelenato, sinonimo di islamofobia (“Vi vieteranno il velo”) o di ateismo. Mahbouba Sai Tlili, docente universitaria e autrice di un libro su Voltaire e l’Islam, spiega: “Alcune di noi suggeriscono di usare al posto di laicità un altro termine. Madinya, da medina, città – ovvero cittadinanza”.

La seconda questione tocca l’applicazione di prescrizioni coraniche nella vita sociale. Per quanto di queste si dia un’ampia casistica – dalle festività religiose all’etica economica – quelle che oggi accendono il dibattito riguardano il velo e l’eredità delle donne. Con un partito islamista (Ennadah) dato dai sondaggi come primo partito alle elezioni, il timore è quello di una svolta fondamentalista, simboleggiata dall’obbligo del velo per le donne. In Tunisia dove il tradizionale safsari (velo bianco che lascia il volto scoperto) era caduto largamente in disuso, negli anni più recenti le donne colte della borghesia progressista hanno visto con crescente inquietudine e insofferenza una ripresa dell’uso del velo, nelle sue forme più severe importate dai paesi del Golfo, ivi compreso il velo integrale. Stranamente, le giovani paiono le meno preoccupate. Si vedono in strada a gruppi, alcune con il foulard altre senza. Foulard di seta dai colori vivaci drappeggiati con cura vengono portati con jeans attillatissimi da ragazzine disinvoltamente abbracciate ai loro fidanzati.(4) Interrogate, le giovani minimizzano. L’abbigliamento alla maniera del Golfo? Spesso è “una moda, importata dalla televisione”. Le studentesse con lo hijab? “Lo mettono, al secondo o terzo anno di università, perché pensano le aiuti a trovare marito”. In generale sono pro o contro? “E’ una libera scelta, ognuna faccia come vuole”. Temono che domani qualcuno possa imporglielo? “Assolutamente no, noi giovani non l’accetteremmo mai!” La dottoressa Zarrouk è più scettica: “Sono ragazzine abituate a stare in famiglie dove godono di libertà e benessere, il velo per loro è una sorta di gioco – non si rendono conto del fatto che una volta sposate potrebbero trovarsi intrappolate in un altro tipo di relazione”.

La questione dell’eredità pare toccarle ancora di meno. Secondo alcune donne, non è saggio fare del tema una priorità. Un gran numero di famiglie è assai più preoccupato della disoccupazione dei figli che della ripartizione di magre eredità. In quelle più benestanti, i genitori che lo desiderano provvedono a riequilibrare con donazioni a favore delle figlie la norma che prescrive che la quota del maschio è doppia di quella della femmina. Ma non è solo questione di disinteresse. Sara Magdouli, giovane presidente dell’Association Tunisienne de Défense des Diplomés Chomeurs (ATDDC), laurea scientifica e studi all’estero, non porta il velo e dichiara che mai voterebbe per Ennadah. Ma interrogata sulla questione dell’eredità risponde: “Ah no, quella non si tocca – sta scritto nel Corano”.

Queste posizioni apparentemente paradossali, diffuse anche su Facebook e nei blog, ci rivelano un’articolazione sociale e culturale più complessa di quella rappresentata nei media. In Tunisia tra le donne politicamente attive troviamo una generazione matura altoborghese che si è formata negli anni in cui il dibattito pubblico e politico era ancora possibile; una generazione intermedia benestante che, abituata a studi e viaggi all’estero, da anni scalpita sotto la cappa di piombo imposta da Ben Ali; ed una generazione più giovane, priva di esperienza politica, proveniente dai ceti popolari, dalle cittadine del Sud rimaste indietro nello sviluppo ma dove sono spuntate numerose le università che queste giovani sono le prime in famiglia a frequentare. E poi c’è la massa di donne provenienti dalle campagne e dai quartieri popolari, le madri di famiglia con figli disoccupati che vanno a fare le domestiche, le operaie delle fabbriche offshore, le piccole impiegate del pubblico, zoccolo duro del femminismo di stato di Ben Ali. Donne che non parlano il francese come la vecchia élite colta, e nemmeno l’inglese come le giovani generazioni borghesi, e nemmeno l’arabo letterario che si studia a scuola ma soltanto l’arabo dialettale tunisino (e magari un po’ d’italiano appreso dalla televisione e dai parenti emigrati) e la cui voce a tutt’oggi incide molto poco sul discorso pubblico.

Quale rappresentanza politica esprimeranno tutte queste donne? Avranno coscienza di qualcosa che le unisce? Presenti al 50 per cento nelle liste elettorali, grazie ad una legge post-rivoluzionaria più avanzata di quelle di molti paesi europei a cominciare dall’Italia, rappresentano però soltanto il 5% dei capilista. Con un totale di 1600 liste per 110 partiti distribuite in 33 circoscrizioni e un sistema elettorale proporzionale puro si prevede che per molte liste verrà eletto un solo candidato – e dunque, perlopiù, un uomo. Più inquietante, tuttavia, è il fatto che tra quanti si sono registrati per votare (secondo la procedura stabilita dall’ISIE, l’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni) le donne sono solo il 20%. La sfiducia che trapela dalla lentezza con cui procede l’iscrizione alle liste elettorali pare dunque ancora più forte tra le donne. Ma probabilmente il divario è anche indice di una disparità oggettiva di accesso alla politica che meriterebbe un’indagine accurata.

Note

(1) Nicolas Beau et Catherine Graciet, La Régente de Carthage, Paris, La Découverte, 2009.

(2)ATFD (Association Tunisienne des Femmes Démocrates, Femmes et République : un combat pour l’égalité et la démocratie, Tunis, 2008.

(3)Il film-documentario di Mourad Ben Cheikh sulla rivoluzione tunisina, Plus jamais peur (2011) racconta le intimidazioni subite dall’avvocata Radhia Nasroui e l’attività clandestina della giovane blogger Lina Ben Mhenni.

(4)Per una accurata analisi dei molteplici signficati della ripresa odierna dell’uso del velo che lascia il volto scoperto di veda Mohammed Kerrou, Hijab. Nouveaux voiles et espaces publics, Tunis, Cérès, 2010.