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Dietro la bassa fecondità c'è
una cultura arretrata dei ruoli

Foto: Unsplash/ Marc A. Sporys

Gli ultimi dati Eurobarometro spiegano bene perché in Italia la conciliazione non è mai stata veramente al centro delle politiche per le famiglie

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Una 'cultura' di genere arretrata, e la mancanza di politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, sono ritenute tra i fattori che inchiodano da decenni i paesi del Sud Europa nella trappola della bassa fecondità. 

Proprio a questo proposito, la recente fotografia che emerge dai dati dell’Eurobarometro, attraverso due rilevazioni specifiche sul tema dell’eguaglianza di genere nel 2014 e nel 2017, svela come gli italiani siano egualitari e garantisti solo in linea di principio, si rendano ben conto di vivere in un paese con forti disuguaglianze di genere, sappiano indicare quali sarebbero le politiche per migliorare questa situazione, ma poi – di fronte a quesiti specifici sui ruoli e le capacità di uomini e donne – rimangano ben lontani dal considerare uomini e donne eguali e meritevoli di pari trattamenti e opportunità. 

Lo scarto dalla media europea è considerevole: rispetto a molti quesiti il campione di intervistati italiani (oltre un migliaio di intervistati, rappresentativi della popolazione italiana) è il meno egalitario, con poche differenze sia per genere che per età. E solo i più istruiti si discostano positivamente da queste medie, avvicinandosi al resto d’Europa. 

Gli Italiani egalitari solo in linea di principio?

Oltre il 90% degli intervistati pensa che l’eguaglianza fra un uomo e una donna sia un diritto fondamentale; che affrontare il problema dell’ineguaglianza tra uomini e donne sia necessario per creare una società più giusta e democratica; che l’eguaglianza fra uomini e donne aiuterebbe le donne ad essere più indipendenti economicamente. Una quota di poco superiore all’80% approva che un uomo partecipi equamente ai compiti domestici (solo il 3% disapprova totalmente); approva che un uomo prenda un congedo parentale per occuparsi dei suoi figli (solo il 3% disapprova totalmente); pensa che sia inaccettabile che in alcune circostanze una donna sia pagata meno di un collega uomo per lo stesso lavoro (ma ben il 14% pensa invece che sia accettabile, contro il 3% di olandesi, francesi, svedesi e anche spagnoli).

Tre italiani su quattro pensano anche che se ci fossero più donne nel mercato del lavoro questo farebbe crescere l’economia. Inoltre, la maggior parte degli intervistati sembra anche rendersi ben conto di vivere in un paese dove ci sono forti squilibri di genere: il 63% pensa che gli stereotipi di genere (definiti come preconcetti sull’immagine e sul ruolo di donne e uomini che possono causare disuguaglianze) siano particolarmente diffusi nel settore lavorativo. Questa quota è pressoché doppia non solo rispetto ai paesi scandinavi, ma anche alle repubbliche baltiche, al Regno Unito e alla Polonia.

Ancora determinate dalla consapevolezza della situazione italiana sono altre risposte: l’80% degli intervistati sa che le donne passano più tempo degli uomini nelle attività domestiche e di cura; il 77% si dice d’accordo che la politica sia dominata da uomini che non hanno sufficiente fiducia nelle donne; il 54% pensa che l’eguaglianza di genere non sia stata raggiunta in politica, e il 58% nemmeno nella leadership di aziende o altre organizzazioni. 

Gli intervistati riescono anche ad indicare quali possano essere i provvedimenti per combattere l’ineguaglianza fra i sessi: ad esempio, per aumentare il numero di donne presenti nel mercato del lavoro i modi più efficaci (indicati da almeno il 30% dei rispondenti) sono: garantire alle donne la stessa retribuzione degli uomini per lo stesso lavoro; rendere i servizi di infanzia più accessibili; garantire che le procedure di assunzione non siano discriminanti nei confronti delle donne.

Per incrementare il tempo dedicato dagli uomini alle attività domestiche (lavori di casa, cura dei figli e delle persone a carico), almeno un terzo dei rispondenti ha indicato: la necessità di cambiare l’atteggiamento di uomini e ragazzi nei confronti delle attività di assistenza (lavori di casa e cura); fare in modo che gli uomini non siano discriminati se prendono congedi per assistere le persone a loro carico; rendere i servizi di infanzia più accessibili. 

Le indicazioni delle politiche da attuare e degli obiettivi da perseguire sono molto chiare: sembrerebbe allora mancare solo la volontà politica? 

Gli Italiani non paritari e maschilisti?

Ma quando agli intervistati vengono chiesti giudizi sull’operato specifico di uomini e donne, e la divisione dei ruoli di genere, viene fuori una mentalità sorprendentemente non paritaria, maschilista, che non riesce a considerare le donne italiane, per quanto addirittura più istruite degli uomini, meritevoli di lavorare come gli uomini o di guidare politicamente il paese (mentalità non smentita neanche dai più giovani).

Il 79% degli intervistati pensa che sia più probabile per una donna che per uomo prendere decisioni in base alle emozioni e – forse di conseguenza? – il 37% pensa che le donne non abbiano le necessarie qualità e competenze per ricoprire posizioni di responsabilità in politica (contro il 3% di olandesi e svedesi, e il 5% di francesi).

Il 67% delle donne ritiene che ci dovrebbero essere più donne in politica, ma solo il 40% degli uomini è d’accordo – anzi per il 45% degli uomini va bene la situazione attuale (contro il 21% delle donne) o addirittura ne vorrebbe meno (il 4%). Il 72% (con nessuna differenza fra uomini e donne) concorda con l’affermazione che, in generale, se la madre ha un lavoro a tempo pieno, la vita familiare ne soffre (contro ben meno di un terzo di danesi, svedesi e finlandesi).

E non si può neanche più fare appello al realismo e alla consapevolezza della situazione quando il 72% delle donne e il 68% degli uomini italiani (record assoluto europeo per entrambi i sessi) pensa che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgere i compiti domestici (contro il 20% di danesi e olandesi e il 30% o poco più di svedesi, francesi e belgi); il 41% delle donne e il 46% degli uomini concorda che un padre deve dare priorità alla sua carriera rispetto ad occuparsi di figli piccoli (contro il 6% degli svedesi, e solo il 17% non sono per niente d’accordo, contro l’80% degli svedesi); il 51% degli italiani pensa che il ruolo più importante per una donna è quello di prendersi cura della casa e della famiglia (contro l’11% degli svedesi), mentre per il 57% il ruolo più importante per un uomo sia quello di guadagnare dei soldi (contro il 10% degli svedesi).

Con questa mentalità prevalente cosa aspettarsi dalla politica?

Se queste sono le opinioni e la mentalità prevalenti degli italiani, non stupisce che il nodo della conciliazione tra lavoro familiare e remunerato non sia mai stato veramente al centro delle timide e poco generose politiche per le famiglie, né il fatto che questa sia ancora concepita come un problema che riguarda principalmente le madri. Non sorprende neanche che di fronte alla bassissima fecondità da più parti (politiche) l’enfasi continui ad essere posta ancora sui valori 'tradizionali' e sul cosiddetto 'welfare familiare', che tradotto in pratica significa che sarebbe preferibile che le donne continuassero a occuparsi della cura di bambini e anziani, invece di pensare alla carriera lavorativa. Ma ormai sappiamo che la famiglia 'tradizionale e asimmetrica' non produce più figli, neanche in Italia. Come già detto, investire con chiarezza di intenti e con generosità su misure che favoriscano la parità di genere e il lavoro femminile potrebbe sostenere, e perfino incentivare, la fecondità.

Per approfondire

Letizia Mencarini e Daniele Vignoli, Genitori cercasi. L’Italia nella trappola demografica. Egea, 2018 (in uscita).

Articolo pubblicato in contemporanea su  Neodemos

Sabato 10 novembre alle 15.30 gli autori saranno all'Auditorium Parco della Musica di Roma con Roberta Carlini di inGenere per l'incontro-dibattito Genitori cercasi.