Recensionepari opportunità - religione

Islamiche e femministe
Il dibattito continua

Rivendicano una diversa lettura dei testi sacri e rifiutano il modello di emancipazione occidentale. Per alcuni "femminismo islamico" è ancora un ossimoro, eppure il movimento per l'uguaglianza di genere all'interno della religione mussulmana è vivace e in evoluzione. In Francia un libro raccoglie alcuni saggi che ne definiscono fondamenta, idee e prospettive

Da diversi anni in Europa si parla di “femminismo islamico”. Spagna prima e Italia poi sono stati i centri europei in cui il dibattito su questo movimento si è maggiormente diffuso grazie ad una serie di convegni e libri sull’argomento[1], sebbene molti continuino a considerare il concetto di “femminismo islamico” un ossimoro irriducibile. Ora il dibattito arriva anche nella “secolare” Francia, dove, malgrado l’alta percentuale di musulmani tra la popolazione (l’8-9%), vi è stata una certa ostilità verso le istanze e il paradigma concettuale e rivendicativo di un movimento che sostiene l’uguaglianza di genere all’interno di una cornice religiosa. Il femminismo islamico si basa infatti sull’assunto che l’islam contempli elementi di liberazione per le donne, ma che vi sia stata una distorsione nella lettura dei testi sacri che ha nascosto il messaggio di giustizia di genere insito nel Corano. Secondo attiviste e teologhe quali l’afro-americana Amina Wadud, l’egiziana Omaima Abou-Bakr, la marocchina Asma Lamrabet, la discriminazione contro le donne non è parte dell’islam ma il prodotto di interpretazioni patriarcali affermatesi in virtù del fatto che, nel corso dei secoli, ristrette élite maschili si sono arrogate il diritto di interpretare il messaggio religioso e di legiferare sulla base di letture che negano il punto di vista femminile e sanciscono una gerarchia di genere. Secondo questa prospettiva, le battaglie per il riconoscimento dei diritti vanno pertanto fatte non sulla base delle dichiarazioni universali sui diritti umani, ma sulla base dei testi sacri dell’islam, finalmente liberati da false letture misogine.

A sdoganare il femminismo islamico in Francia sono stati vari scritti apparsi in riviste accademiche, convegni e anche su giornali di ampia tiratura come il quotidiano “Le Monde”, che nel febbraio di  quest’anno ha presentato con un lungo articolo il movimento all’opinione pubblica francese. A tentare di chiarire in maniera più estesa i termini e le pratiche del femminismo islamico per un pubblico di specialisti e non, nel 2012 è giunto nelle librerie d’oltralpe anche un volume di 234 pagine intitolato Féminismes islamiques (La Fabrique, 2012). Curato da Zahra Ali - esperta di questioni di genere nell’islam, dottoranda in sociologia - il libro raccoglie diversi saggi, tra cui compaiono alcuni dei testi fondanti del movimento. Per la prima volta pubblicati in traduzione francese, vi si trovano alcuni dei più significativi articoli di studiose-attiviste come Margot Badran, Ziba Mir-Hosseini, Asma Barlas, Zainah Anwar.

In un paese come l’Italia, dove è possibile imbattersi con una certa facilità in testi e articoli sul femminismo islamico, il volume non appare particolarmente originale, a eccezione di alcuni contributi, tra cui quello di Omaima Abou-Bakr che nell’ultima parte del suo saggio discute della situazione del movimento nell’Egitto post-rivoluzionario e della difficoltà per le attiviste locali di mantenersi vigili e critiche sia rispetto all’ortodossia conservatrice egemonica dei Fratelli musulmani e dei salafiti saliti al potere che alle reazioni dei partiti liberali e laici di fronte all’affermarsi dell’islam politico. La maggior parte degli altri saggi inseriti nel volume hanno avuto già un'ampia circolazione, e in alcuni casi risultano datati e superati da altri interventi delle stesse autrici. D’altronde, sin dai suoi albori, il femminismo islamico si è caratterizzato per l’eterogeneità e la fluidità delle posizioni di teoriche e attiviste. Si pensi ad esempio a come Asma Barlas abbia prima accettato e poi rifiutato di vedersi definire con il termine femminista islamica; o alle critiche recentemente espresse da Margot Badran verso un movimento che lei stessa ha fortemente sostenuto sin dai suoi albori.

Malgrado queste constatazioni si deve però riconoscere che in Francia serviva un testo che chiarisse i termini del dibattito, ne spiegasse le fondamenta, mostrando con che modalità e terminologia si stia sviluppando una riflessione e un impegno all’interno di un quadro religioso musulmano che sfida i diktat della doxa femminista e allo stesso tempo l’ortodossia islamica. Scopo del libro - per usare le parole di Zahra Ali - è infatti quello di de-colonizzare e de-essenzializzare le letture che vengono fatte sia del femminismo che dell’islam. Ed eccoci all’aspetto più interessante del volume, sia per un pubblico francese che non: la prospettiva post-coloniale con cui si legge il femminismo islamico e con cui la stessa autrice definisce il suo attivismo antirazzista e di genere. Si tratta di un approccio teorico affascinante che però solleva una serie di interrogativi e dubbi, a partire dal fatto che le altre autrici, i cui testi animano il volume, non si collocano esplicitamente in una questa prospettiva. Nei loro contributi presentati in questo volume (ma anche altrove) non si rifanno alle teorie post-coloniali e non discutono alcune delle categorie analitiche che hanno maggiormente animato il dibattito post-coloniale degli ultimi tempi, quali classe, razza, libertà nell’orientamento sessuale. Gli elementi post-coloniali del loro discorso si concentrano da un lato nella critica alla nozione egemonica di “donna”, e dall’altro nella critica dell’etnocentrismo del cosiddetto “femminismo occidentale bianco” che non riconosce che ci siano altre strade e altri paradigmi per la liberazione delle donne dal patriarcato, considerando implicitamente le altre culture inferiori e le altre donne bisognose di essere salvate dai loro uomini. Il richiamo alla famosa frase di Gayatri Spivak sugli uomini bianchi che salvano donne scure da uomini scuri per descrivere il rapporto tra colonizzati e colonizzatori è immediato. Ma viene però da chiedersi se bastano questi elementi di vicinanza con alcuni aspetti del pensiero post-coloniale per avvicinare esponenti del femminismo islamico come Margot Badran, Ziba Mir Hosseini, Asma Barlas a studiose/attiviste post-coloniali come Chandra Mohanty e bell hooks[2], finendo così per considerare il femminismo islamico un’espressione della pluriforme galassia del femminismo post-coloniale. Porsi domande del genere, porle alle esponenti del femminismo islamico potrebbe aprire nuove strade di ricerca ed eventualmente presentare nuove prospettive di lotta e di rivendicazioni femministe. In questo senso il libro curato da Zahra Ali può essere un utile apripista e vale pertanto la pena di leggerlo, sia da parte di specialisti che non, in particolare l’introduzione – scaricabile anche gratuitamente dal sito della casa editrice La Fabrique - e le conclusioni della curatrice.

 

(Nella foto la pagina twitter di Amina Wadud)

 


[1] Si vedano i testi di Bedendo-Guardi (2009), Pepicelli (2010), Vanzan (2010).

[2] Scritto intenzionalmente con lettere minuscole, ndr.