Ricerchedisuguaglianze, famiglie, Europa

Gli uomini e l’uguaglianza di genere

Data pubblicazione: 03/2010
Men and gender equality
Autori: Colette Fagan
Committente: Commissione Europea, Direzione generale occupazione, affari sociali e pari opportunità
Area geografica: Membri UE27, Norvegia, Svizzera
Abstract: 

In questa ricerca le disuguaglianze di genere sono analizzate mettendo a fuoco gli uomini. L’ipotesi è che il ruolo maschile sia determinante per attuare efficaci politiche di uguaglianza di genere sia in ambito familiare che professionale.

In questa ricerca le disuguaglianze di genere sono analizzate mettendo a fuoco gli uomini. L’ipotesi è che il ruolo maschile sia determinante per attuare efficaci politiche di uguaglianza di genere sia in ambito familiare che professionale. Mentre gli indicatori segnalano una crescente integrazione delle donne nel mercato del lavoro, non si può dire altrettanto per il contesto familiare, dove sono stati osservati esigui cambiamenti nei ruoli.

Anche se il divario di genere nella cura dei figli e degli anziani e nei lavori domestici si è ridotto nel corso degli ultimi 50 anni, resta prevalentemente una responsabilità delle donne. Nella media dei Paesi dell’UE27, oltre a Norvegia e Svizzera, le ore settimanali di lavoro domestico non retribuito nella classe di età 25-39 anni corrispondono a 9,2 per gli uomini e 31,8 per le donne, mentre nella classe successiva (40-54 anni) i valori scendono, rispettivamente, a 8,6 e 26,9 (Eurostat, 2009) e confermano il divario. Inoltre, a fronte in Europa di un maggior numero di ore retribuite per gli uomini, le donne lavorano un numero complessivo di ore superiore se si include il lavoro domestico. Al fine di accrescere il coinvolgimento degli uomini nel contesto familiare, concentrandosi sulle loro responsabilità di padri, i Paesi nordici sono stati i primi a progettare politiche per la famiglia. Alcuni Paesi (in particolare Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia, seguiti da Finlandia, Germania e Portogallo) hanno adottato politiche di conciliazione e progettato regimi di congedo parentale. Nel Paese finnico, tuttavia, risulta elevata la quota di padri che fruiscono del congedo parentale, ma soltanto il 6% delle giornate disponibili, ovvero ben al di sotto della media di altri Paesi nordici, sono utilizzate. Il caso finlandese ci ricorda che le politiche non sono sufficienti seppur necessarie per ridurre le disuguaglianze di genere. L’evidenza empirica mostra che i padri beneficiari del congedo parentale tendono a promuovere una condivisione di genere più equa del lavoro domestico anche dopo la conclusione del beneficio. Ma il congedo parentale è soltanto uno dei possibili strumenti per promuovere una più egualitaria divisione di genere del lavoro domestico. Infatti, altre forme sono disponibili, come il ricorso al part-time nei Paesi Bassi, dove però pochi padri lo richiedono. Tale evidenza rende ancora più lampante che per giungere ad un’effettiva condivisione del lavoro domestico non bastano le policy. Occorre aggiungere qualcosa, ovvero la volontà individuale degli uomini. Un altro segnale in tal senso proviene dalla constatazione che le donne hanno accresciuto il loro inserimento in ambiti professionali “male dominated”, mentre gli uomini non hanno di fatto compiuto il processo inverso. Sono, infatti, pochi quelli occupati nel settore dell’assistenza sociale, dell’infanzia, dell’insegnamento, della cura e assistenza agli anziani. Le barriere all’ingresso sono le medesime per uomini e donne, ovvero gli stereotipi. Per abbatterli alcuni Paesi, tra i quali la Norvegia, hanno adottato misure dirette ai giovani. Occorre, in sintesi, concentrarsi sugli uomini, sin dalla più giovane età, proponendo iniziative integrate nel contesto delle politiche di genere per evitare di concentrare una quota maggioritaria di risorse disponibili a favore degli uomini, con il paradossale rischio di favorire il mantenimento dello status quo, anziché modificarlo.

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