Ricercheconciliazione, part-time, Europa, lavoro, lavoro domestico

La flessibilità dell’orario di lavoro e l’uguaglianza di genere

Data pubblicazione: 11/2009
Flexible working time arrangements and gender equality
Autori: Janneke Plantenga e Chantal Remery
Committente: Commissione Europea, Direzione generale occupazione, affari sociali e pari opportunità
Area geografica: Membri UE27, Islanda, Liechtenstein, Norvegia
Abstract: 

Quale connessione c’è tra orario di lavoro flessibile e uguaglianza di genere? Per rispondere a questo interrogativo, il Rapporto analizza, da un lato, il lavoro part-time e quello straordinario e, dall’altro, la flessibilità dell’orario di lavoro, il telelavoro e gli orari di lavoro cosiddetti atipici. (...)

Quale connessione c’è tra orario di lavoro flessibile e uguaglianza di genere? Per rispondere a questo interrogativo, il Rapporto analizza, da un lato, il lavoro part-time e quello straordinario e, dall’altro, la flessibilità dell’orario di lavoro, il telelavoro e gli orari di lavoro cosiddetti atipici. In questi ambiti i Paesi dell’UE mostrano una distribuzione eterogenea. Il primo tipo di flessibilità è diffuso specialmente nell’Europa settentrionale e occidentale, mentre ad esempio nei nuovi Paesi membri “resistono” le 40 ore settimanali per il lavoro full-time. Il secondo tipo è stato prevalentemente adottato in Danimarca, Finlandia, Germania, Norvegia e Svezia. In questi Paesi, in media, più del 50% dei dipendenti utilizza la flessibilità dell’orario di lavoro. Nel caso tedesco è stata anche istituita la cosiddetta “banca delle ore lavorate”, uno strumento pensato per consentire una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei lavoratori sulla base delle oscillazioni del ciclo produttivo. Al contrario, non emerge alcuna evidenza significativa tra i nuovi Paesi aderenti all’UE e quelli dell’Europa meridionale.

Dal punto di vista dell’uguaglianza di genere, una più ampia flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro può contribuire alla conciliazione tra gli impegni professionali e quelli personali, oltre a indurre la crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro. C’è, tuttavia, il rovescio della medaglia. Nella maggior parte dei Paesi, il lavoro part-time è ancora appannaggio delle donne è concentrato in ambiti caratterizzati da bassi redditi e modeste opportunità di formazione.

Ciò rende, pertanto, meno probabile che un incremento della flessibilità riduca le disuguaglianze di genere. Nel caso della flessibilità dell’orario di lavoro, invece, l’impatto positivo è più facilmente osservabile. Anche se occorre valutare l’effettiva considerazione delle preferenze dei lavoratori. E’ necessario, inoltre, tenere presente il ruolo chiave giocato dagli aspetti culturali. Ad esempio, finquando la flessibilità dell’orario sarà considerata una possibilità quasi esclusiva per le donne, la tendenza sarà tesa a non modificare le attuali differenze di genere.

L’evidenza empirica può essere schematizzata in quattro gruppi, a seconda della combinazione adottata a livello nazionale tra flessibilità dell’orario di lavoro e uguaglianza di genere. Danimarca, Finlandia, Francia, Slovenia e Svezia evidenziano alti livelli di uguaglianza di genere e flessibilità. All’opposto Spagna e Grecia, che mostrano limitati risultati in entrambe le dimensioni. Austria, Paesi Bassi, Regno Unito e, in misura minore, Germania e Lussemburgo conciliano alta flessibilità con livelli medio-bassi di uguaglianza di genere. Giova qui rilevare che per Austria e Paesi Bassi la motivazione è rintracciabile nella maggiore quota di lavoratrici part-time rispetto agli uomini. Al contrario, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Romania e Ungheria combinano bassa flessibilità con alti livelli di uguaglianza di genere.

L’analisi indica che un alto livello di flessiblità non implica necessariamente un basso livello di uguaglianza di genere. Allo stesso modo, un alto livello di uguaglianza può essere combinato con la flessibilità. In sintesi, non emerge una correlazione negativa tra le due dimensioni. Ciò implica che sia la flessibilità degli orari di lavoro sia la parità di genere possono essere identificate come precondizioni per la ripresa economica.

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