La fornitura di servizi di assistenza all’infanzia
Investire in asili nido induce l’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che a sua volta tende a ridurre le disuguaglianze di genere e favorire la crescita economica, oltre a migliorare la sostenibilità dell’attuale stato sociale. Queste considerazioni spiegano l’attenzione crescente da parte dei policy makers verso la cura dei figli come mezzo per ridurre la povertà e aumentare l’integrazione sociale. I presupposti sono due. Primo, maggiore partecipazione alla forza lavoro riduce il rischio di povertà nel corso della vita e soprattutto in età avanzata. Secondo, il miglioramento del benessere dei genitori può anche ridurre la povertà infantile, migliorando le prospettive future dei bambini. Allo stesso tempo, gli asili nido possono offrire uno stimolante contributo per lo sviluppo e l’integrazione socio-economica dei bambino. Tuttavia, la diffusione dei nidi in ambito europeo è fortemente eterogenea. Per quantità, qualità e accesso ai servizi.
Nella classe di età 0-2 anni, il ricorso agli asili nido per l’infanzia varia dal 73% in Danimarca al 3% in Polonia. Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, oltre a Islanda e Norvegia, hanno già raggiunto l’obiettivo di Barcellona (entro il 2010 gli Stati membri dovrebbero fornire “childcare services” ad almeno il 33% dei bambini al di sotto dei 3 anni).
Il ricorso all’assistenza formale aumenta con l’età del bambino. Il Belgio nella fascia dai 3 anni all’età dell’obbligo scolastico ha un tasso di copertura prossimo al 100%, mentre la Polonia è ferma al 28%. Secondo gli obiettivi di Barcellona, il tasso di copertura dovrebbe raggiungere perlomeno il 90% nel 2010. Obiettivo già centrato da nove Stati membri (Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Svezia, Spagna, Italia, Paesi Bassi, e Regno Unito) e Islanda.
Passando ad un’analisi più qualitativa emerge che la domanda effettiva di asili nido è correlata alla partecipazione dei genitori al mercato del lavoro (in particolare delle madri), alla disoccupazione, alla durata del congedo parentale, agli orari di apertura dei nidi (spesso part-time) e alla disponibilità di eventuali alternative informali (ad esempio nel contesto familiare). Oltre a queste, altre variabili rivestono un ruolo chiave, tra le quali: il numero di operatori disponibili in rapporto ai bambini; il livello di istruzione richiesto agli operatori; le consuetudini culturali riguardanti il tipo di educazione che si intende fornire ai bambini; il livello di accessibilità, che in molti Paesi è agevolata attraverso incentivi fiscali. Occorre, però, rilevare che in un altro panel di Paesi l’accessibilità a servizi di alta qualità è limitata sia dall’entità dei costi finanziari, sia dalla disponibilità di strutture per l’infanzia.
In alcuni casi (come nei Paesi scandinavi), in sintesi, sono combinati efficacemente sistemi di congedo parentale e alta qualità delle strutture per l’infanzia. In altri, il modesto livello dei servizi è associato perlopiù all’affidamento dei bambini in ambito informale (famiglia, babysitter, ecc.). Seppur in un contesto così fortemente variegato, per tutti i Paesi la sfida resta un’efficace conciliazione dell’interesse del genitore con quello del bambino dal punto di vista sociale, demografico ed economico.