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Incontrare il nemico,
le parole per farlo

Sei donne, leader dei due schieramenti del dibattito Usa sull'aborto, si incontrano sistematicamente e segretamente per sei anni. Insieme a due "facilitatrici", sperimentano il "dialogo con il nemico". Una storia americana, nel pieno dello scontro pro-choice/pro-life, sulla mediazione dei conflitti

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Scritto in un lessico familiare, condensa luoghi comuni e poesie. Però un paese ci vuole è un romanzo di Giovanna Grignaffini, diario di una generazione che ha respirato il benessere e le contestazioni del ’68, da una provincia emiliana. 

Il 28 gennaio 2001 sei donne, leader dei due schieramenti del dibattito sull’aborto (tre a capo del movimento prolife e tre di quello prochoice) hanno pubblicato sul The Boston Globe un lungo articolo congiunto intitolato Talking with the Enemy (Parlare col nemico) che svelava gli incontri sistematici tenuti segretamente fra loro nei quasi sei anni precedenti e terminava con queste parole: “In questo mondo di conflitti polarizzati, abbiamo intravisto una nuova possibilità: un percorso in cui l’espressione franca e appassionata del dissenso, consente al tempo stesso di capire più a fondo i motivi del proprio impegno e attivismo e di contribuire alla costruzione di  una società più civile e compassionevole.”

Entrambe le parti avevano accettato di incontrarsi per la prima volta all’indomani di una situazione di grave allarme ed emergenza. Infatti il 30 dicembre 1994 un uomo armato di  fucile era entrato nella sede della Planned Parenthood clinic di Brookline, Massachusetts,  uccidendo l’impiegata alla reception e ferendo tre altre persone. Risalito in macchina, si era poi recato in un’altra clinica dove di nuovo ha ucciso la giovane donna alla reception e ferito altre due persone. Questo accadimento che ha suscitato un enorme allarme nell’opinione pubblica e angoscia e scompiglio nei due schieramenti, ha indotto le sei  leader ad accogliere l’invito della organizzazione Public Conversations Project (PCP ) e della sua direttrice Laura Chasin, ad una serie di incontri per stabilire fra le due parti dei rapporti di maggior dialogo, tali da ridurre il rischio del ripresentarsi di tragedie del genere. (Nel 95 ci si era accordate per quattro incontri che poi, essendosi rivelati  “una delle esperienze umane e intellettuali più positive della nostra vita”, si sono moltiplicati fino al 2001). 

L’articolo di cui sopra racconta in modo molto dettagliato e specifico le resistenze e difficoltà nello stabilire un dialogo “fra parti nemiche” e come sono state superate grazie all’aiuto di due facilitatici, Laura Chasin e Susan Podziba[1]. All’inizio entrambe le parti erano estremamente ambivalenti: da un lato desiderose di incontrarsi e dall’altro timorose di sottrarre tempo prezioso alle proprie incombenze organizzative. Le tre esponenti “pro-vita” temevano che il solo fatto di incontrarsi con le “pro-abortiste” le esponesse alla accusa di trattare una questione etica alla stregua di una differenza di opinioni. Inoltre, la sola idea di sedersi a fianco di donne che erano direttamente impegnate “nel togliere la vita al bambino nascente” le riempiva di angoscia. Specularmene le leader prochoice, impegnate in quel momento in una molteplicità di riunioni di elaborazione del lutto e riorganizzazione delle proprie fila, temevano che questi incontri venissero visti come un cedimento alla violenza. Anche le facilitatici erano molto ansiose, entrambe alle prime armi in questo tipo di iniziative e di approccio.

I principali motivi di astio reciproco nel primo incontro furono relativi all’uso delle parole , al linguaggio:  le “pro-choice” si rifiutavano di chiamare “pro-life” le altre perché sarebbe stato come ammettere di non esserlo. E come chiamare ciò che si sviluppa nel grembo materno? Per le une era “un bimbo non nato” per le altre “un feto”.

Sentivano che un vero e proprio baratro le divideva e le facilitatrici suggerirono di iniziare i colloqui proprio da questo, dagli “incubi” di ognuna nei riguardi di questi incontri: quali erano le parole, frasi e comportamenti dolorosi che avrebbero ferito il proprio ego, offeso la propria concezione morale, e messo a disagio la propria identità e autorevolezza individuale e collettiva. In questo modo ognuna ha potuto mettere in scena gli stereotipi attribuiti alla parte avversa, di solito accompagnati da risatine imbarazzate e accolti da prese di distanza e conseguenti stupori e sospiri di sollievo. Questa fase (di “scongelamento” l’ha chiamata Kurt Lewin[2]) ha  aperto la strada alla discussione sulle “ground rules”, le regole di base per i dialoghi futuri. Ovvero: 1. Fare uso solo di parole accettabili (o almeno tollerabili) da tutte le partecipanti, 2. Non interrompere, non pontificare, non ricorrere ad attacchi personali, 3. Parlare a titolo personale e non come rappresentanti di una organizzazione, 4. Totale confidenzialità degli incontri finché non avessero concordato all’unanimità di renderli pubblici e in che modo. Infine, decisivo e faticosissimo: 5. Concentrarsi sul capire e l’essere capite rinunciando completamente a convincere.

A questo proposito in una delle prime riunioni ognuna ha raccontato come mai aveva finito col dedicare così tanto tempo e impegno alla questione dell’aborto e questi racconti, tutti profondamente personali, hanno creato un senso di reciproca empatia. Altrettanto importanti sono state le ricadute di questi incontri segreti sul dibattito pubblico relativo all’aborto. Il cambio di tono e di stile nelle dichiarazioni pubbliche sono stati subito notati e sottolineati dai mezzi di comunicazione di massa più sensibili all’argomento. Per esempio, in occasione del primo anniversario dell’eccidio, una delle tre leader prochoice (la quale è anche un pastore protestante) nella sua orazione ha espresso riconoscenza per le veglie di preghiera da parte delle dirigenti prolife, alcune delle quali anche coraggiosamente presenti alla cerimonia. Le esponenti di entrambe le parti avevano in precedenza (e anche in seguito) scritto lettere aperte ai propri membri e militanti invitandoli a evitare termini ed epiteti offensivi e condannando tutte le manifestazioni faziose centrate su accuse agli avversari di essere degli “assassini”. Inoltre questi dialoghi hanno creato un senso di responsabilità reciproca che si è espresso in iniziative convergenti di lobby per la assistenza alle ragazze madri, alle famiglie in crisi e per una educazione alla sessualità consapevole. Infine fra le due parti è stata istituita una “linea rossa” per avvisarsi nel caso vi fosse sentore di qualche aggressione, la quale almeno in un caso si è dimostrata davvero utile. Quando Obama, appena divenuto presidente, fu invitato alla università cattolica di Notre Dame per il discorso inaugurale dell’anno accademico, trovò ad accoglierlo gruppi di contestatori antiabortisti, ma tale contestazione si trasformò in una entusiastica ovazione dopo che nel suo discorso  il tema divisivo della possibilità di ricorrere all’aborto fu trattato secondo l’ottica elaborata nella esperienza degli incontri del Public Conversations Project  di Boston.

Dunque,  qual è il segreto , al di là del tema specifico “aborto sì o no” ( oppure “TAV sì o no” “Art 18 sì o no”), per uscire dalle gabbie di reciproci stereotipi e semplificazioni  su temi polarizzanti e nei conflitti che appaiono intrattabili ?   

Susan Podziba da me intervistata[3] così parla del suo mestiere: “Non esiste alcun segreto. Mi limito a mettere le parti avverse in condizione di utilizzare quelle capacità di buona comunicazione che già possiedono, ma che evitano di esercitare perché farlo è spesso doloroso e complesso. Tutto il nostro lavoro consiste nello sfidare la gente a vedere la situazione nella sua complessità, a cominciare dalla complessità della buona comunicazione in situazioni di tensione.”   

In allegato, l'articolo su The Boston Globe 



[1] Le due facilitatici  di questi colloqui sono state Laura Chasin, e Susan Potziba allieva del Consensus Building Institute del MIT di Boston e autrice del libro Chelsea story. Come una cittadina corrotta ha rigenerato la sua democrazia (Bruno Mondadori, 2006 con introduzione di Marianella Sclavi e Vittorio Foa) che racconta come la popolazione di una  cittadina di 28.00 abitanti, Chelsea, a nord-est di Boston, nel 1995 ha partecipato alla stesura di un nuovo statuto inteso a impedire i fenomeno di corruzione che l’avevano devastata finanziariamente e socialmente.  

[2] Sosteneva Kurt Lewin che un cambiamento di abitudini profondamente radicate richiede tre fasi: scongelare, cambiare, ricongelare e che la prima fase è quella più delicats e di solito trascurata.

[3] M Sclavi : “Il dialogo, senso comune democratico: intervista a Susan Podziba, in Una città, rivista di interviste,  n. 140, 2006 , Forlì , Italia

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