Politiche

Imposte sul reddito differenziate per genere. Un'analisi a partire dal recente studio dell'economista Enrico Rubolino spiega perché in alcuni paesi più che in altri detassare il reddito delle lavoratrici conviene anche sul piano dell'efficienza

Ridurre il gender gap
detassando il reddito

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Foto: Unsplash/ Marissa Grootes

L’occupazione femminile è uno dei punti deboli del mercato del lavoro italiano. Il cosiddetto 'gender employment gap' è pari circa al 20%. In altri termini, per ogni 100 uomini occupati ci sono 80 donne occupate. La situazione è ancora peggiore se guardiamo a occupazioni o livelli professionali specifici. Il gender gap è un problema importante non solo sul piano dei diritti o dell’equità ma alche sul piano dell’efficienza economica. Infatti, un gender gap occupazionale sfavorevole molto probabilmente rivela uno spreco di talenti.

Alcuni economisti hanno proposto di introdurre un sistema di imposte sul reddito differenziate per genere in modo da favorire un aumento dell’occupazione femminile. Su inGenere ne parlavamo già nel 2012. Una diminuzione delle imposte pagate dalle donne occupate si tradurrebbe, in qualche proporzione, in un aumento della retribuzione netta per loro o quantomeno in una riduzione del costo del lavoro femminile per le imprese: complessivamente, gli incentivi per l’una e per l’altra parte del mercato condurrebbero a un aumento dell’occupazione femminile.

C’è un secondo argomento a favore della tassazione differenziata per genere: si tratterebbe di un sistema più efficiente, nel senso che potrebbe garantire lo stesso gettito fiscale con una minor perdita di potere d’acquisto per i contribuenti. Infine, se la bassa occupazione femminile è dovuta a discriminazione (e non a una minore produttività delle donne), la tassazione differenziata equivale per le imprese a un incentivo a non discriminare, e potrebbe portare a un aumento di produttività.

Un ottimo recente contributo di Enrico Rubolino (Università di Losanna) sfrutta i dati prodotti da una riforma dei contributi sociali per far luce sul gender gap occupazionale e sulle politiche appropriate per “chiuderlo”. Si tratta della legge 92/2012 (entrata in vigore sotto il governo Monti, con Professoressa Elsa Fornero come Ministra del Lavoro) che introduceva un taglio dei contributi sociali per ogni nuova assunta.

I contributi sociali sono un prelievo sulla retribuzione lorda - dovuto circa per due terzi dal datore di lavoro e per un terzo dal lavoratore - che finanziano una serie di spese sociali (sussidio di disoccupazione, pensioni, assicurazione infortunio, malattia, ecc.). A partire dal 2013, la legge riduce del 50% la quota dovuta dal datore di lavoro per ogni nuova donna assunta, per un periodo di 12 o 18 mesi a seconda che l’assunzione sia rispettivamente con contratto temporaneo o permanente. Ci sono diverse condizioni di ammissibilità che puntano a favorire le donne e le aree più svantaggiate economicamente o socialmente.

Lo studio di Rubolino utilizza un insieme di dati Inps che coprono l’universo dell’occupazione non agricola italiana. Dati individuali su lavoratori e imprese che permettono di osservare che cosa accadeva prima della riforma e che cosa accade con e dopo la riforma. I risultati sono piuttosto netti:

  1. L’occupazione femminile aumenta. Una stima prudenziale ci dice del 2,5%. Dunque gli incentivi messi in moto dalla riduzione dei contributi in un modo o nell’altro funzionano.
  2. Tuttavia le retribuzioni femminili non aumentano.
  3. Le imprese che assumono più donne hanno prestazioni economiche migliori.
  4. Non abbiamo una evidenza diretta sul possibile aumento di efficienza dovuto alla riduzione della contribuzione a carico delle donne.

Partiamo proprio da quest’ultimo punto, dato che dipende da alcuni concetti importanti. La questione rimanda ai principi della cosiddetta “tassazione ottima”, un capitolo piuttosto tecnico dell’economia che però ha importanti implicazioni per le decisioni di politica economica.

Secondo i principi della “tassazione ottima” conviene tassare di meno i soggetti più ‘elastici’, cioè chi risponde maggiormente a incentivi/disincentivi fiscali. Empiricamente la forza lavoro femminile risulta più elastica di quella maschile, quindi detassare le donne rispetto agli uomini risulta efficiente. Il punto qui rilevante è che al fine di ottenere più efficienza dovremmo avere una reale riduzione di contributi a carico delle donne. Questo verrebbe rivelato da un aumento delle retribuzioni femminili. Ma nel caso in esame ciò non è avvenuto. Infatti è aumentata l’occupazione femminile ma non sono aumentate le retribuzioni (risultati 1 e 2 dello studio). Quindi non abbiamo l’aumento di efficienza che la teoria della tassazione ottima sembrava promettere.

Vediamo allora di capire perché le retribuzioni femminili non aumentano. Il concetto di elasticità ci aiuta di nuovo. Bisogna distinguere tra la procedura amministrativa tramite cui vengono pagate le tasse e la vera incidenza fiscale che si realizza tramite l’equilibrio di mercato. Se ad esempio il governo aumenta l’Iva sulle parcelle mediche private siamo portati a pensare che i medici “scarichino” l’aumento sul prezzo pagato dai pazienti. È possibile che questo accada nell’immediato. Col passare dei mesi è però probabile che i pazienti riducano un po' la loro domanda di servizi medici specialistici (sostituendoli con altre prestazioni) e che il prezzo di equilibrio delle visite specialistiche si abbassi di conseguenza.

Alla fine, il costo dell’aumento dell’Iva si ripartirà in qualche proporzione tra i medici e i pazienti. Di nuovo torna rilevante il concetto di elasticità. Quel che accade in generale è che l’aumento dell’Iva si ripartisce in proporzione a seconda dell’elasticità dei due soggetti (offerta e domanda, medici e pazienti) che si fronteggiano sul mercato. Più i pazienti reagiscono diminuendo la loro domanda di servizi specialistici (più risultano ‘elastici’), più sono in grado di schivare un aumento di spesa cambiando il loro comportamento.

Cosa accade nel caso dei contributi sociali? Amministrativamente questi contributi sono dovuti per due terzi dal datore di lavoro e per un terzo dai lavoratori. Ma questa suddivisione non è quella rilevante per capire chi paga davvero i contributi sociali. In generale, indipendentemente dalle regole amministrative che determinano come viene materialmente versata una tassa a favore dell’erario, il costo della tassa è sopportato in misura maggiore dalla parte meno elastica del mercato; infatti la parte più elastica 'elude' in qualche misura il costo della tassa cambiando il suo comportamento. D’altra parte, se la tassa viene ridotta, questa riduzione viene 'intascata' dalla parte su cui già grava il costo della tassa.

I contributi sociali (che sono appunto una tassa) sono di fatto pagati dai datori di lavoro, perché questi, almeno in Italia, sono molto meno elastici delle lavoratrici. In effetti l’analisi empirica ci dice che i contributi gravano quasi interamente sul datore di lavoro. La conseguenza è che una diminuzione dei contributi viene quasi del tutto intascata dai datori di lavoro e quindi non si traduce in un aumento significativo della retribuzione dei lavoratori. Si traduce tuttavia in un aumento della domanda di lavoro e quindi dell’occupazione.

Veniamo ora al risultato 3 dello studio. Il lavoro di Rubolino mostra inequivocabilmente che imprese che hanno utilizzato le opportunità della riforma assumendo più donne hanno mostrato successivamente prestazioni economiche migliori. Una prima ipotesi è che questo accada perché le donne sono più produttive degli uomini. Una seconda ipotesi è che le imprese che assumono più donne siano già prima più produttive delle altre. In realtà Rubolino sembra escludere questa possibilità dato che è in grado di controllare le prestazioni delle imprese precedenti la riforma. Una terza possibilità è che si tratti semplicemente di un effetto della riduzione del costo sopportato dalle imprese.

Un bellissimo contributo di Oriana Bandiera (London School of Economics) e altri ci fa capire che la vera spiegazione è forse ancora diversa. Usando dati raccolti su unità produttive sparse in 100 paesi diversi (e utilizzando un metodo molto sofisticato) gli autori sono in grado di stimare la produttività di singoli lavoratori e lavoratrici. Un risultato sorprendente è che la produttività relativa tra uomini e donne dipende strettamente dal tasso di occupazione femminile.

Come detto sopra, i dati sono stati raccolti in tanti paesi diversi. Il tasso di occupazione maschile è dovunque alto e più o meno uguale. Il tasso di occupazione femminile invece varia molto da paese a paese. Nei paesi in cui il tasso di occupazione femminile è molto basso, la produttività delle donne è mediamente molto più alta di quella degli uomini. Man mano che il tasso di occupazione femminile cresce, la produttività femminile continua a essere superiore ma il divario rispetto a quella maschile diminuisce. Se il tasso di occupazione femminile diventa uguale a quello maschile, la produttività femminile e maschile in media sono uguali.

Come possiamo spiegare questo fenomeno? Si tratta di un effetto di selezione. Dove poche donne lavorano, lavorano solo quelle relativamente più produttive. Dove il numero di lavoratrici è più elevato, altre donne relativamente meno produttive sono entrate a far parte della forza lavoro. Quando tutte, o quasi tutte, lavorano quanto gli uomini, allora non emerge più alcuna differenza tra la produttività delle donne e degli uomini.

Questi risultati escludono la prima ipotesi. Donne e uomini in media hanno la stessa produttività. Ma i risultati possono anche spiegare perché nei dati analizzati da Rubolino, le imprese che assumono più donne hanno successivamente prestazioni migliori. L’Italia è un paese con basso tasso di occupazione femminile. Quindi le nuove assunte hanno una produttività mediamente superiore a quella degli uomini già occupati.

In altre parole, la popolazione femminile e la popolazione maschile hanno mediamente la stessa produttività. Ma in economie come quella italiana, dove relativamente poche donne lavorano, le donne che lavorano e anche le eventuali nuove assunte sono più produttive degli uomini già occupati. Questo si traduce in un aumento di produttività per le imprese che assumono più donne. Una implicazione importante è che il basso tasso di occupazione femminile costituisce uno spreco di talenti e che le politiche che favoriscono l’aumento dell’occupazione femminile sono importanti proprio dal punto di vista dell’efficienza, indipendentemente da altri obiettivi relativi all’equità.

Leggi la scheda: Quando è più efficiente tassare meno le donne