Per una società più giusta che metta al centro le persone e il pianeta serve uno sguardo femminista sull'economia. Il discorso che Marcella Corsi, presidente dell'Associazione internazionale per l'economia femminista, ha tenuto in occasione della 34esima conferenza annuale dell'associazione che si è tenuta a Cali, in Colombia, dal 9 all'11 luglio
Salve a tutte, compagne, sorelle.
Vi do ufficialmente il benvenuto a questa assemblea di Iaffe a Cali.
Sono Marcella Corsi, la vostra nuova presidente. Vengo dall’Italia, mi sento latina come voi, ma non parlo spagnolo. Così ho scritto questo testo in italiano e provo a leggerlo in uno spagnolo latino-americano, per comunicare nella lingua della maggioranza di voi.
Vi starete chiedendo come sono arrivata qui, a presiedere questa associazione a noi tutte cara. Non posso raccontarvi tutta la mia vita, ma posso dirvi che a guidarmi fino a qui sono state le idee di economiste a cui sono molto legata: Diane Elson, Antonella Picchio, Nancy Folbre, Julie Nelson e molte altre incontrate grazie a Iaffe, persone che mi hanno aiutato a capire che l’economia femminista non era una branca dell’economia, ma un'alternativa all’economia mainstream, e che essere un'economista femminista voleva dire guardare alla vita economica con occhi diversi, sfidare il paradigma dominante.
Grazie alle loro idee, ho rivisitato alcune parole chiave dell’economia e cominciato a ragionare in modo diverso da come mi era stato insegnato.
Cominciamo dal lavoro, inteso dai classici dell’economia come l’origine del valore di ogni merce (ho studiato a lungo Marx in gioventù). Ma di quale lavoro stiamo parlando? Di lavoro retribuito, ovviamente. E tutto quel lavoro non retribuito che vediamo prestato nelle nostre case, dalle nostre madri, dalle nostre nonne, perché non dovrebbe avere un valore? E come possiamo misurarlo quel valore per renderlo visibile e valutarlo in modo appropriato?
Si dice spesso, nel mio paese, "Il lavoro nobilita l'uomo", ma si può dire la stessa cosa delle donne? Non è forse vero che nel mercato del lavoro le donne sono spesso sottopagate, precarizzate, discriminate nelle carriere, relegate a ruoli che non corrispondono alle loro reali competenze? Allora dobbiamo cambiare le lenti con cui guardare alla realtà economica che ci circonda, capirne le criticità in ottica di genere e costruire analisi, teoriche ed empiriche, che ci permettano di rendere visibile l'invisibile.
E questo mi porta a una seconda parola chiave, per noi centrale, ossia cura. Nella rivisitazione femminista questa parola porta con sé una rivoluzione, un cambiamento radicale del modo di intendere le relazioni tra esseri umani. Mi piace usare sempre questa citazione di Ina Praetorius: "si riferisce da un lato alla consapevolezza della dipendenza, dello stato di bisogno e dell’essere in relazione quali elementi costitutivi degli esseri umani, e dall’altro a concrete attività di cura in senso lato. Si tratta di un ‘preoccuparsi del mondo’ e non solo attraverso attività di lavoro sociale o di lavoro domestico in senso stretto, ma anche attraverso l’impegno per una trasformazione culturale".[1]
E perché usare il lavoro non retribuito e la cura come pilastri su cui costruire una nuova economia? Perché l’economia deve essere per me ‘civile’, o per meglio dire riconoscere che non ci può essere sviluppo economico senza sviluppo civile, e viceversa. Si tratta di una proposta che, nel suo complesso, riflette l'idea di sostenibilità della vita, che mira a realizzare un'economia al servizio delle persone – e non viceversa, come avviene attualmente – al fine di creare società più umane, eque e rispettose nei confronti dell'ambiente.
La strada da percorrere suggerisce una serie di percorsi da seguire, anche se crediamo che siano già tutti intrapresi. Ne citeremo alcuni, anche se non saranno tutti quelli esistenti. Uno di questi è quello di lavorare di più sul campo applicato, che si traduce in proposte di politiche o azioni che si rifanno alla linea di proposta teorica. Un altro, collegato al precedente, è quello che è stato conosciuto come esperienza economica femminista, comprendente piccole pratiche concrete – realizzate principalmente da parte delle donne – di un altro modo di organizzare o gestire le forme di consumo o di produzione in maniera più conforme con la vita quotidiana e i principi dell'economia femminista.
Un'altra linea rilevante che richiede la nostra attenzione è la creazione di reti sempre più solide, discutendo i punti di incontro e di scontro con altri approcci alternativi critici dell’economia dominante: economia ambientale, circolare e solidale, ma senza dimenticare che ciò richiede una visione non androcentrica del mondo, che dia valore al lavoro di cura e lo riconosca come attività centrale che permette di mantenere la vita.
Un'ultima linea che vorrei citare è quella che potremmo definire come dialogo fra saperi, facendo riferimento all'instaurazione di dialoghi tra pari con donne che stanno sviluppando o praticando l'economia nei movimenti femministi in diverse aree del mondo, indipendentemente dalla classe, etnia o posizione geografica. In questo senso, la nostra relazione più importante, vicina per storia, cultura e lingua è con l'America Latina. Da qui la centralità dell'idea di colonialità, un tema sviluppato con forza nell'ultimo decennio da parte di colleghe economiste femministe latinoamericane.
Ci rendiamo conto che le alleanze e le complicità con tutte queste prospettive di pensiero e di azione politica sono l'unica via possibile per andare verso un mondo più unito e vivibile.
Questo testo è la trascrizione del discorso introduttivo di Marcella Corsi alla 34esima conferenza annuale dell'Associazione internazionale per l'economia femminista (International Association for Feminist Economics, Iaffe) intitolata “Feminist Economics and Transformative Change: Ideas, Policies, and Movements”, che si è tenuta dal 9 all'11 luglio 2026 presso l'Instituto Colombiano de Estudios Superiores de Incolda (Icesi University) a Cali, in Colombia.
Note
Ina Praetorius, L'economia è cura, Altraeconomia, 2019, p.79
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