Donne senza caporali

Archeologhe con la pancia. E senza diritti. La storia di un gruppo di lavoratrici precarie che cerca una strada alternativa, flessibile e solidale

Ho iniziato a fare l'archeologa 10 anni fa. Al mio primo cantiere mi chiesero di aprire una partita Iva e, tra grandi difficoltà, il commercialista trovò una “categoria” in cui inserirmi. Da allora ho lavorato come freelance alternando momenti di stabilità e soddisfazione economica a fasi di prestazioni sottopagate e, infine, interi periodi di disoccupazione. Una disoccupazione che definirei volontaria perché avrei potuto lavorare, ma a condizioni di becero sfruttamento da parte di società che avevano vinto gare d'appalto al massimo ribasso, disposte a speculare sui collaboratori pur di aumentare i profitti. In alternativa mi si offriva di stare alle dipendenze di caporali di turno, pronti a concederti il grande onore, con relative responsabilità, della gestione integrale di un cantiere per pochi spiccioli. Si parla di cifre improponibili, pari a 30 euro al giorno fino ad un massimo di 100, tutto lordo naturalmente. In un mercato così deregolamentato e saturo di offerte non è difficile trovare sempre nuove leve, appena sfornate dalla grande distribuzione accademica, che si accontentano di qualsiasi compenso pur di fare esperienza. E così il ciclo va avanti.

Almeno finché non si decide di mettere al mondo un figlio: chi ha la fortuna di una gravidanza regolare può spingersi a lavorare fino a poche settimane prima del parto, pur di non perdere preziose giornate di lavoro. Ma per chi si imbatte in una gravidanza a rischio la situazione è più complicata. Non lavori, non guadagni. Per non parlare poi di quei diritti che ti sono del tutto negati dopo la gravidanza, tra cui l'allattamento e il congedo parentale. Più volte mi sono ritrovata a pensare che, versando all'Inps il 27,72% del mio reddito, la mia generosità contributiva potesse essere contraccambiata all'occorrenza, non facendomi sentire una cittadina di seconda fila. Probabilmente mi sfuggiva che il benemerito Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale stesse tesaurizzando i contributi per il mio futuro, in vista di una ricca e sostanziosa pensione! A parte l'ironia, ad un certo punto le esperienze passate mi hanno spinta ad unire le forze con chi aveva vissuto circostanze simili alla mia e non voleva rinunciare a lavorare. Così, poco meno di un anno fa, insieme a due colleghe, di cui una mamma come me, abbiamo fondato una società di servizi archeologici. Questo ci consente di organizzarci meglio, di distribuire i compiti, di sostituirci a vicenda (da freelance non sempre le soprintendenze acconsentono alle sostituzioni, perdi il lavoro e basta) e magari, più in là, ci consentirà di ottimizzare il baby-sitting.

Il lavoro, benché non abbondi, è diventato per molti aspetti più impegnativo. Non è facile procurarsi lavori in un mercato monopolizzato dalle grandi società, che molto spesso riescono a vincere gli appalti solo grazie alle tariffe bassissime pagate agli archeologi. Finora non abbiamo partecipato a gare (che sono quasi sempre a invito), ma abbiamo lavorato prevalentemente grazie a contatti consolidati nella nostra esperienza, quindi con chi già ci conosceva. Certo, non è facile; ma la sicurezza di poter contare sulla solidarietà reciproca costituisce una marcia in più per continuare a fare con passione la professione che abbiamo scelto. Oggi il nostro obiettivo è principalmente quello di lavorare e di far lavorare i colleghi che ci affiancano con la dignità di professionisti, a cominciare da tariffe e condizioni eque, libere davvero di autoorganizzarci con modalità flessibili e solidali.