Con la bozza di decreto legge della ministra Lorenzin l'epidurale rientra a carico del servizio sanitario nazionale come livello minimo di assistenza. In Italia però continuiamo ad avere il primato per cesarei e eccessive diagnosi prenatale. Domina ancora una cultura della medicalizzazione del parto che non aiuta le donne. Continua il nostro dibattito sulle super-mamme.
L'industria della nascita che non conviene alle mamme
Una mia cara amica in procinto di partorire mi comunica che tornerà nella clinica privata romana dove ha già fatto il primo cesareo. Una decisione presa perché la sua ginecologa le ha fatto intendere che potrà tranquillamente fare un parto naturale nonostante la prima esperienza, e nonostante il tasso dei cesarei in quella clinica sia ben oltre l’80%. Cerco di spiegarle che le converrebbe prenotare un cesareo in un ospedale pubblico, risparmiando oltre diecimila euro, perché tanto le possibilità di fare un parto naturale, dopo un cesareo, in quella struttura sono vicine allo zero.
Ormai è noto: la tendenza generale delle cliniche private italiane, sia per ragioni logistiche (ogni gestante paga la sua ginecologa e perciò il parto va fatto quando lei è o sarà presente), sia per ragioni di medicina difensiva (evitare cause legali di qualsiasi tipo), è quella di effettuare il parto cesareo nella stragrande maggioranza dei casi. A maggior ragione per un secondo figlio. L’asimmetria tra medico e paziente gioca comunque a favore dei medici, perché una partoriente, per non entrare in ansia in un momento delicato, è costretta a fidarsi. E così avviene: la mia amica subisce, letteralmente, un secondo cesareo. Ingiustamente e senza saperlo.
Regione che vai, cesareo che trovi
L’abuso del taglio cesareo è una tendenza da biasimare profondamente, visto che in questo modo si priva la donna di un’esperienza fondamentale e il bambino del diritto di nascere quando è pronto. Ma soprattutto è una pratica che le istituzioni sanitarie non riescono incomprensibilmente ad arginare, anche se i dati parlano chiaro: il fatto che questo tipo di parto sia diffuso a macchia leopardo da regione a regione, e tra pubblico e privato, non fa che confermare l’emergenza: è evidente che il taglio viene utilizzato in maniera del tutto indipendente da ragioni cliniche. A fronte di una media nazionale del 40% (contro il 20-25% degli altri paesi e punte del 13% e del 15% in Svezia e Olanda), in Campania si raggiunge oltre il 50%, in Calabria e in Sicilia oltre il 40%[1]. Lo iato è ancor più stridente tra pubblico e privato: il tasso di cesarei nelle case di cura private accreditate è del 61% e del 75% per quelle non accreditate, rispetto al 35% degli ospedali pubblici. Aumenta nelle strutture che fanno meno di 500 parti l’anno (44%), mentre scende al 32,8% nelle strutture che fanno oltre 2500 parti l’anno[2], che sono tra l’altro molto più sicure.
C’è da chiedersi davvero perché le istituzioni sanitarie – anche a seguito dell’indagine condotta nel 2012 dal ministro Balduzzi, che ha inviato gli ispettori ministeriali nei reparti di ostetricia, con risultati definiti dallo stesso ministro “inquietanti” (il 43% dei cesarei effettuati in Italia è risultato improprio, molte cartelle cliniche manomesse con dati falsi e bambini podalici inesistenti) – non facciano almeno una campagna per indicare alle madri i luoghi più sicuri per partorire. E dove non rischiano di subire un cesareo senza alcuna motivazione clinica. Le donne restano infatti scarsamente informate, e sono in molte a credere che il parto cesareo sia un parto più sicuro, quando invece il rischio di emorragie ed infezioni è superiore a quello spontaneo. Da questo punto di vista è lodevole l’iniziativa del neopresidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che ha deciso di rendere trasparenti le aziende sanitarie del Lazio, obbligandole, finalmente, a indicare sul sito il tasso di cesarei praticato.
Diagnosi prenatale, quante paure strumentalizzate
L’aumento indiscriminato dei parti cesarei va di pari passo con un’idea della gravidanza come un fenomeno tanto raro quanto a rischio, tanto che la donna incinta viene considerata un essere fragile da proteggere, e non una donna nel pieno delle sue potenzialità vitali ed emotive. Trova spazio in questo clima un’“industria della gravidanza”, fatta di prodotti per donne incinte spesso inutili (ricordo una piccola boccetta di “olio per il perineo” che altro non era se lo stesso olio di mandorle venduto in confezioni più grandi per altri scopi), ma soprattutto da una serie di esami costosi e in molti casi inutili.
La diffusione di tecniche diagnosi prenatale rappresenta un fatto innegabile e positivo, perché consente un controllo accuratissimo sullo sviluppo del feto. È diritto di ogni genitore di avere un figlio sano, e a maggior ragione oggi che i bambini sono spesso figli unici e le gravidanze avanzate in età e visto che c’è una diffusa, e purtroppo ragionevole, consapevolezza che lo stato ti lascerà solo e senza sostegni con un figlio handicappato. Non è un caso, inoltre, che racconti di simili esperienze nei blog, ma anche nei libri, comincino a essere sempre più diffuse (vale la pena ricordare ad esempio il libro di Simona Sparaco, Nessuno sa di noi, Giunti, raccordo di un aborto tardivo).
Il problema è che spesso il ricorso alla diagnosi prenatale diviene un bisogno indotto dall’esterno, anche laddove non necessario. Si va da un eccesso di ecografie ostetriche (anche 7-8 a fronte delle 3 offerte gratuitamente dal sistema sanitario nazionale[3]) ad un uso elevatissimo dell’amniocentesi (1 donna su 5, e tra le ultraquarantenni quasi 1 su 2[4]). Basta farsi però un giro sui siti dei centri privati che effettuano la diagnosi prenatale per restare interdetti: incentivano esami prenatali adducendo evidenze scientifiche senza dimostrarle, consigliano approfondimenti metabolici e seminano panico su soggetti evidentemente molto ricettivi e sensibili. Stessa cosa accade rispetto alla conservazione del cordone ombelicale per uso privato: un’opzione sui cui vantaggi non c’è alcuna chiarezza e che viene spesso proposta come una sorta di elisir di lunga vita che consentirà di curare qualsiasi grave malattia che il bimbo prenderà nel corso della sua vita.
Natura sì, ritorno al passato no
La tendenza alla medicalizzazione della gravidanza e del parto si è spinta a livelli così alti che ha generato per converso, soprattutto tra le donne con un livello culturale più alto, una reazione critica, accompagnata dalla consapevolezza che gravidanza e parto possano tornare a essere vissuti in maniera più naturale e in maggiore sintonia con i desideri e i bisogni profondi. Un’occasione attraverso la quale, dunque, rimettersi in contatto sia con l’appartenenza al genere umano, sia con una corporeità da cui ogni giorno prendiamo sempre più congedo.
Ci sono sempre più donne, ad esempio, che decidono di partorire in casa (circa 1500, ma la tendenza è in crescita[5]). Fa un certo effetto, a pensarci bene, che le donne partoriscano non in Case del parto, ma all’ospedale (me lo ha fatto notare mio figlio chiedendo come mai il luogo dove si porta la gente ammalata o incidentata sia lo stesso dove nascono i bambini). E tuttavia non mi sentirei, almeno non ancora, di consigliare a una donna, specie di età avanzata, di partorire in casa: per me una scelta troppo rischiosa, o comunque esposta a variabili improvvise che potrebbero trasformare il parto in un’emergenza.
Fa parte della medesima tendenza “naturalista” anche la diffusione di un giudizio negativo sull’anestesia peridurale, oppure una tendenza a celebrare come più “naturale” un parto senza anestetico di personaggi famosi (ultima, la principessa Kate Middleton, madre del tanto celebrato “royal baby”). Ora, se è pur vero che l’anestesia tende a complicare il parto, essa continua a rappresentare non solo un sostegno fondamentale per le donne che partoriscono naturalmente, alleviandole solo una parte, ma soprattutto un aiuto psicologico formidabile per le donne in gravidanza, specie al primo figlio.
In Italia l’epidurale oggi rientrerà nei Lea (livelli minimi di assistenza) e sarà a carico del Sistema Sanitario Nazionale, in base a una bozza di decreto legge presentato in questi giorni dalla ministra Lorenzin, che persegue la strada già avviata dal precedente ministro Renato Balduzzi. Speriamo in un’inversione della tendenza italiana: in regioni come la Lombardia, dove è più diffusa che altrove, l’uso dell’epidurale è ancora al 16,6%, contro il 90% degli Stati Uniti, il 70% di Francia e Inghilterra, 60% della Spagna e 30% della Germania[6].
Bastano queste cifre, a mio avviso, a rendere ragione di una critica verso l’”ideologia” che giudica negativamente l’epidurale, specie in un paese dove la cultura del rispetto della gestante e delle sue esigenze come soggetto è tra le più basse in Europa. E dove la difesa della natura a tutti i costi finisce per convergere con visioni tradizionali che penalizzano la condizione femminile e ne riducono le possibilità di libera emancipazione. Insomma: ben venga una riflessione critica sulla medicalizzazione della gravidanza e un ritorno a una gravidanza e un parto vissuti come eventi naturali, purché non lavorino a favore contrastino la già faticosa introduzione dei pochi sostegni previsti per le mamme italiane.
[1] Fonte: Oecd Health Data.
[2] Cfr Relazione finale alle Camere della Commissione d’inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali (gennaio 2013).
[3] Rapporto Istisan dell'Istituto superiore di sanità (2013).
[4] Dati CeDap-Ministero della Salute 2007.
[5] Cfr http://www.nascereacasa.it, dove tuttavia con chiarezza si specifica che possono effettuare questo tipo di parto sono le donne con gravidanze a “basso rischio”.