Stupro e rivolta, l'India che cambia

È la prima volta che un caso di stupro suscita un'indignazione così diffusa in India. Le proteste esplose dopo la morte di Amanat sono il segno di cambiamenti profondi. E di uno scontro interno a una società in transizione, del quale le donne pagano il prezzo più alto

Strano capodanno, a New Delhi. Poche celebrazioni, molte feste in locali pubblici o club cancellate: come in un lutto collettivo per una giovane donna dal nome e dal volto sconosciuti, la cui sorte però ha tenuto il paese con il fiato sospeso. Si tratta della studentessa 23enne che la sera del 16 dicembre ha subìto un'atroce violenza sull'autobus dove era salita, insieme ad un amico, per tornare a casa dopo un pomeriggio al cinema a South Delhi, zona residenziale della capitale indiana. Stuprata e picchiata selvaggiamente con una spranga di ferro (anche l'amico è stato quasi ammazzato di botte), poi buttata in strada, la ragazza non è sopravvissuta; il 29 dicembre è morta in un ospedale di Singapore.

La notizia di una violenza così brutale aveva scosso la capitale indiana. Mentre la ragazza lottava tra la vita e la morte, migliaia di persone avevano manifestato a New Delhi e in molte altre città indiane: donne e uomini, studentesse e studenti, persone di ogni età e diversi strati sociali. Manifestazioni di indignazione e di protesta contro le aggressioni sessuali, contro l'insicurezza, l'inazione delle autorità, la goffaggine della polizia (che nelle prime ore non aveva fatto molto). Cortei dai campus universitari, sit-in davanti al parlamento. Chi chiedeva più polizia per le strade, leggi più severe, processi rapidi per gli stupratori. O la castrazione, la pena di morte. “Impiccateli”, è stato urlato. Sulle proteste è saltata l'opposizione (di destra) che ha accusato il governo (del Congress, centrosinistra) di non garantire legge e ordine. Il governo, colto in contropiede, ha tardato a rispondere – anzi, ha lasciato che la polizia disperdesse i primi cortei di studentesse con lacrimogeni e idranti, aumentando la loro rabbia. I media hanno seguito minuto per minuto la sorte della giovane vittima martellando bollettini medici, assetati di ogni dettaglio, quasi voyeristici; in mancanza del nome della vittima, la cui privacy è protetta dalla legge, le hanno dato un nome simbolico: Amanat, che significa più o meno “coraggiosa”.

È la prima volta che un caso di stupro suscita un'indignazione così generalizzata in India. E per la prima volta il dibattito sulla violenza sessuale è andato oltre i gruppi di donne o di attivisti sociali per coinvolgere la “mainstream India”. Certo, stiamo parlando di India urbana: ma quelle proteste, quasi un esercizio di catarsi collettiva, sono il segno di cambiamenti profondi in corso nella società indiana. Anche il profilo dei protagonisti lo testimonia. La vittima, figlia di un dipendente dell'agenzia di scarico bagagli dell'aeroporto di New Delhi, stava per diplomarsi infermiera fisioterapista: una promessa di ascesa sociale. Gli stupratori sono stati descritti come “abitanti di uno slum”: ma si tratta di un quartiere operaio, famiglie di immigrazione più o meno recente dalle regioni rurali che hanno con fatica costruito case e mandato i figli a scuola – e che dicevano, agli immancabili cronisti andati a curiosare, “non siamo tutti come quelli là” (gli aggressori).

Cosa resterà di proteste, cortei e veglie funebri? Il ministro dell'interno ha promesso una “punizione esemplare” per i violentatori. Nei primi giorni di gennaio infatti è cominciato il processo per direttissima ai 5 aggressori (in un paese dove i casi di aggressione sessuale possono attendere anche molti anni); sono formalmente imputati di stupro e di omicidio, che in India può comportare la pena di morte. Ma le proteste dell'ultimo mese hanno sollevato questioni che vanno oltre legge e ordine. Sui cartelli visti nelle strade di New Delhi o Bombay si poteva leggere anche “lo stupro è una vergogna per la società”, “il mio corpo chiede rispetto”,  “le donne chiedono giustizia”, “siamo tutte offese”.

Ovviamente lo stupro non è cosa nuova in India, come del resto in tutto il mondo. Né è solo un fenomeno urbano: “Lo stupro è ovunque. Avviene nelle case, in famiglia, nel vicinato, nelle stazioni di polizia, nelle città, nei villaggi: e la sua incidenza è in aumento tanto più la società cambia, e cambia il ruolo delle donne (…) È collegata a un odio per le donne così evidente nell'uccisione dei feti femminili”, scriveva Urvashi Butalia, scrittrice e fondatrice della casa editrice Zubaan (su The Hindu, 25 dicembre 2012). La novità forse è che la percezione della violenza sessuale ha cominciato a cambiare. Dati ufficiali riferiti dai media parlano di 414 casi di stupro denunciati nel 2010 a New Delhi (circa 15 milioni di abitanti), il tasso più alto tra le città indiane, e il 10% in più l'anno successivo. Ma i dati andrebbero considerati con attenzione. In tutta l'India nel 2011 sono stati denunciati 24 mila casi di stupro: su 1,2 miliardi di abitanti, è meno che in molti paesi occidentali. Possiamo solo chiederci cosa stia dietro a quei numeri: sono le aggressioni sessuali ad aumentare, o sono di più le donne che hanno il coraggio di denunciarle? Perché ci vuole un bel coraggio, questo è certo. Bisogna fare i conti con lo stigma sociale (“non troverà più marito”), sopportare domande umilianti della polizia, magari visite mediche per stabilire “l'integrità” della vittima. La polizia spesso rifiuta di ricevere la denuncia (soprattutto quando si tratta di violenza domestica, o sono coinvolti uomini noti); a volte chiede alla vittima di accettare un risarcimento; sono noti casi di magistrati che suggeriscono il matrimonio “riparatore”.

“La dura verità è che lo stupro è culturalmente quasi tollerato in India”,  aggiungeva una nota giornalista,  Shoma Chaudhury: perché la violenza sessuale è sempre guardata “attraverso il prisma della responsabilità della donna stessa: era vestita in modo decente, era accompagnata da un uomo "protettore", aveva un comportamento irreprensibile, è stata abbastanza attenta” (“Why did it need an incident so brutal to trigger our outrage”, Tehelka, 20 dicembre 2012). Del resto, mesi fa due giornalisti del settimanale Tehelka hanno intervistato decine di dirigenti della polizia metropolitana di New Delhi e registrato (di nascosto) giudizi agghiaccianti: le donne violentate “se la vanno a cercare”, “ci stanno”, “denunciano lo stupro per estorcere denaro”. È il vecchio gioco di trasformare la vittima in colpevole.

Ora a New Delhi sono stati istituiti autobus riservati alle donne (sulla metropolitana vagoni riservati sono sempre esistiti). Qualcuno teme che finirà in più limitazioni per le donne, con la scusa di proteggerle. “Perché dovrei sentirmi più sicura in uno stato di polizia”, si chiedeva un'altra nota giornalista, Kalpana Sharma (in “What's wrong with Indian men”, The Hindu, 23 dicembre 2012). Quando le ho chiesto un commento, Sharma mi ha fatto notare che tra l'80 e il 90% delle violenze sessuali denunciate in India sono commesse da uomini noti alla vittima: parenti, vicini, colleghi, con una proporzione schiacciante di familiari: “Il caso meno probabile è proprio lo sconosciuto che ti aggredisce per strada”, anche se è stato il caso di Delhi. E una violenza così selvaggia ha avuto l'effetto di svegliare l'opinione pubblica urbana sull'insicurezza quotidiana sperimentata dalle donne nelle grandi città.

Il fatto, sintetizza Kalpana Sharma, è che “la società indiana è in transizione”. Le donne, soprattutto le giovani donne e non più solo delle classi alte, sono in modo sempre più massiccio nello spazio pubblico, nell'istruzione, nei posti di lavoro, e pretendono di vivere vite indipendenti – la studentessa senza nome uccisa a Delhi ne è un esempio. Ma “non è cambiata di conseguenza” una società conservatrice, governata da una cultura profondamente maschile, incapace di vedere le donne altro che nel tradizionale ruolo di madri-mogli-sorelle. A volte questo pregiudizio maschile si traduce in stupro. “È quasi uno scontro tra culture”, dice Sharma: “e le donne ne stanno pagando il prezzo”.

 

Marina Forti è autrice del libro Il cuore di tenebra dell’India. Inferno sotto il miracolo (2012, Bruno Mondadori editore).

(La vignetta è @copyright Pat Carra per inGenere)