Recensione

Dio odia
le donne

foto: Flickr/Kashfi Halford

Il nuovo libro della giornalista Giuliana Sgrena, Dio odia le donne (Il Saggiatore, pp. 208) rintraccia il ruolo giocato dalle religioni monoteiste nel sistema di oppressione delle donne così radicato nelle diverse culture del mondo

Al sistema di violenza strutturale contro le donne così radicato nelle culture del mondo, le religioni hanno dato nel corso dei secoli un vigoroso contributo. A partire, come rilevato dalla teologa femminista Elizabeth A. Johnson, da quella consuetudine a parlare di Dio con un linguaggio – fatto anche di immagini – "che descrive il potere maschile".

Un contributo che, infelicemente, non si è esaurito nel tempo, rinnovandosi continuamente. Per questo giunge assolutamente a proposito – e rischierebbe di farlo anche tra dieci, venti, trent'anni – il nuovo libro della giornalista Giuliana Sgrena, Dio odia le donne (Il Saggiatore, pp. 208), incentrato sul ruolo giocato dalle religioni monoteiste nel sistema di oppressione delle donne. Non un pamphlet, né una nuova esegesi delle fonti – specifica fin dall'inizio l'autrice – ma "una ricerca personale, non facile ma per certi versi liberatoria, sulle ragioni alla base dei comportamenti adottati o imposti dalle religioni monoteiste" in materia.

A partire dai testi sacri – che Sgrena definisce strumenti di questa aggressione degli uomini contro le donne – l’autrice passa in rassegna alcune questioni chiave, offrendo un quadro comparato di come i patriarcati si siano fatti scudo delle religioni per tenere le donne sotto il giogo maschile. Dai codici di abbigliamento alle mestruazioni, dalla verginità alla contraccezione, passando per le norme che regolano l'eredità, l'autrice ci mostra come cristianesimo, ebraismo e islam seguano gli stessi principi di fondo nel definire il rapporto uomo-donna.

Tutto – o quasi – passa attraverso il controllo della sessualità femminile. Ne è emblema la questione della verginità, cui è dedicato un ampio capitolo.Ma se pensiamo che nel Talmud c'è scritto che "La voce della donna è la sua nudità" – e l’autrice rivela che sulla questione le tre religioni monoteiste concordano – ben comprendiamo come questo controllo abbia potuto estendersi a ogni ramo della vita delle donne, giustificando tra le altre cose l'espropriazione della parola cui sono state sottoposte per secoli. Una confisca che è ben esemplificata dall'impossibilità per le donne di celebrare la messa o di guidare la preghiera in moschea.

Nel cristianesimo è l'apostolo Paolo a togliere il diritto di parola alle donne: "Come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i loro mariti a casa; perché è vergognoso per una donna parlare in assemblea". Una riduzione al silenzio che, ricorda Sgrena, prosegue tutt'oggi. Alla fase conclusiva del Sinodo sulla Famiglia (svoltosi in due tappe a Roma tra il 2014 e il 2015) la lista dei partecipanti prevedeva giusto una trentina di donne, di cui la maggior parte invitata come metà di una coppia chiamata a parlare in quanto tale (e naturalmente senza alcun diritto di voto).

E altrettanto ardua è la strada delle donne all'imamato, nonostante il caso singolare delle Nu Ahong, le prime donne imam, appartenenti all’etnia hui che costituisce circa la metà dei 20 milioni di musulmani che vivono in Cina. Ma le Nu Ahong sono imam solo per donne, non possono guidare la preghiera davanti a un pubblico misto o di uomini.

Caso diverso quello dell’ebraismo, ricorda Sgrena. Le varie correnti affrontano infatti la questione dell’accesso al rabbinato in modo autonomo. Se l’ebraismo ortodosso è decisamente contrario, ci sono invece rabbine nell’ebraismo riformato, in quello ricostruzionista, in quello conservatore…

La narrazione procede fluida, intessuta com'è di ricordi personali e aneddoti. Il volume si apre con un flashback sull’infanzia dell’autrice costretta ogni mattina a sentire i suoi compagni delle scuole elementari – pubbliche ma gestite dalle suore – pregare per lei perché figlia di un comunista. Mentre Sgrena ci rivela di non aver pregato neppure nei giorni bui della prigionia in Iraq.

Dio odia le donne è infatti lo sguardo di una donna atea ma, "almeno nelle intenzioni, vuole essere uno sguardo il più possibile neutrale". E l’autrice non fa sconti a nessuno: "le affinità che abbiamo riscontrato tra le religioni monoteiste rispetto alla demonizzazione dei mezzi di seduzione della donna – scrive Sgrena – non devono indurre oggi a trascurare l'oppressione delle donne musulmane, ma neanche a non riconoscere gli orrori commessi dalla propria religione o, in nome di una sorta di relativismo culturale, a giustificare il fanatismo di altre religioni".

Senza la pretesa di esaurire un tema di così vasta portata, l’autrice offre un contributo al dibattito in un momento in cui "la crisi dei valori porta a un diffuso bisogno di spiritualismo che vede prevalere le forze più aggressive e fondamentaliste".

Ma per quanto ci si possa affannare a cercare un fondamento divino, se pensiamo – per rimanere all’esempio che ci è più prossimo – a come la vita e il messaggio di Gesù abbiano anche ispirato movimenti di liberazione delle donne, come la teologia femminista, risulta chiaro, che si creda o meno, che l’odio di cui le donne sono oggetto è solo ed esclusivamente molto, ma molto umano.

Giuliana Sgrena, Dio odia le donne, Il Saggiatore, 2016