Recensionefamiglie - lavoro

Donne in attesa:
fine degli alibi

Il libro di Alessandra Casarico e Paola Profeta sull'Italia delle disparità di genere smentisce luoghi comuni vecchi e nuovi, o li rende meno rassicuranti. E avanza proposte concrete per un policy mix che interrompa, finalmente, l'attesa delle donne. Un percorso di lettura

Quante volte ci hanno detto che ogni aumento di occupazione intervenuto in Italia negli ultimi decenni è andato sempre a beneficio prevalente dell’occupazione femminile? E quante volte hanno anche detto che le donne occupate nel Mezzogiorno sono veramente poche, ma che ce ne sono tante nell’economia sommersa, e il lavoro nero - anche se non ci piace - alleggerisce la gravità della situazione?

Oppure che le ragazze ormai studiano quanto e di più dei ragazzi, e quindi basta avere pazienza: a poco a poco, la loro nuova competitività troverà un riconoscimento anche dal mercato del lavoro; che le differenze salariali di genere in Italia dopotutto sono più contenute rispetto ad altri paesi.

 Ebbene, tutte queste “narrazioni”, al vaglio del libro di Alessandra Casarico e Paola Profeta, - Donne in attesa, (Egea, 2010) -  si dimostrano molto meno rassicuranti di quanto tendevamo a pensare.

 Nell’ordine: le donne che lavorano in Italia sono aumentate, ma negli altri paesi europei sono aumentate molto di più, col risultato che oggi solo Malta ci salva dall’ultimo posto della graduatoria europea; l’occupazione sommersa solo nel Nord è composta in maggioranza di donne, mentre nel Sud tre quarti degli occupati “in nero” sono uomini; il sorpasso delle ragazze nelle università purtroppo non si ripete nel mercato del lavoro, dove le aziende continuano a preferire gli uomini, anche se meno preparati; il minore differenziale retributivo di genere che osserviamo in Italia è dovuto al fatto che confrontiamo “le mele con le pere”: lavoratori uomini, dotati di titoli di studio alti e bassi, con lavoratrici donne solo diplomate e laureate (quelle che non hanno studiato – ed è una specificità dell’Italia – rimangono a casa).

 Il luogo più “ostile” alle donne – intese come lavoratrici dipendenti – è l’impresa familiare, soprattutto piccola, che al massimo utilizza le donne di famiglia, e molto raramente arriva ad assumere le “estranee”. E in ogni caso, anche fra le persone di famiglia, preferisce di gran lunga i maschi. Purtroppo questa tipologia di aziende costituisce la gran parte della struttura industriale italiana. L’ostilità alle donne è parte non della loro competitività (come forse credono troppi piccoli imprenditori) ma della loro mancanza di competitività.

 Il libro si apprezza anche per un tono molto pacato, e le autrici non trascurano di prendere in seria considerazione gli argomenti che potrebbero opporsi alle loro stesse tesi. Si domandano ad esempio. “possiamo escludere che stiamo facendo un danno ai nostri figli, mentre stiamo scrivendo questo libro?” (pag.90). Possono escluderlo a buon diritto, perché le indagini sui bilanci-tempo mostrano che la differenza fra mamme lavoratrici e mamme casalinghe nel tempo quotidianamente dedicato ai figli è di soli 12 minuti, in quanto le mamme che lavorano – per stare con i figli - tagliano drasticamente il proprio tempo libero e delegano ad altri le componenti più materiali del lavoro familiare.

La parte più utile del libro è forse l’esame rigoroso delle proposte oggi in discussione per “interrompere l’attesa” delle donne: i servizi pubblici (per l’infanzia e per i non autosufficienti), il fisco, i congedi di paternità obbligatori, le quote sia in politica che nei vertici aziendali, l’età pensionabile, analizzandone i pro e i contro, indicando – ove possibile – qualche elemento quantitativo per una valutazione comparata.

Per i servizi alla prima infanzia, fino a 36 mesi di età, l’Italia spende appena lo 0,15% del Pil, una piccolissima parte di quello striminzito 1,3% che in totale destina alla famiglia (solo Spagna e Grecia spendono meno di noi). Ciò nonostante, non manca chi sostiene che offrire più servizi pubblici per l’infanzia sia una ricetta “statalista”, o che il vero desiderio delle donne sia quello di avere un congedo di maternità molto lungo i: desiderio che certamente esiste per una parte delle donne, ma che altrettanto certamente dovrebbe fare i conti con un’organizzazione del lavoro niente affatto disposta ad accoglierlo. Giustamente - dicono le autrici - la vera libertà sarebbe quella di poter accedere, per chi lo vuole, ad un servizio oggi disponibile solo per pochi, come dimostrano le file di attesa di genitori destinati a rimanere senza posto al nido. Tanto più in una società in cui il ruolo dei nonni assume dimensioni tali, da non poter riflettere una loro libera scelta di cura dei nipotini, bensì l’indisponibilità per i genitori di ogni altra soluzione (anche in età scolare, da 6 a 10 anni, 2/3 dei bambini vengono affidati ai nonni) ii.

Sul terreno fiscale, il libro dice no al quoziente familiare, che implicherebbe maggiore tassazione sul reddito del coniuge che si aggiunge a quello principale (quindi solitamente sul reddito della moglie) e propone invece di mantenere una tassazione su base individuale, associata però a detrazioni sui familiari a carico più generose rispetto a quelle esistenti, al fine di sostenere insieme sia il lavoro delle donne, sia la scelta di fare figli. Ad esempio, si propone una detrazione di 500 euro per ogni bimbo da 0 a 3 anni, per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, con una spesa per lo Stato di 7,1 miliardi di euro.

Si tratta di una manovra indirizzata all’offerta di lavoro, mentre quella proposta da Alesina e Ichino (riduzione dell’Irpef per i redditi femminili) vuole orientare la domanda delle aziende, riducendo il costo del lavoro femminile. In entrambi i casi, si tratterebbe di volumi di spesa pubblica molto rilevanti, e ciò nonostante, anche se fossero adottati, la spesa per le famiglie in percentuale del Pil rimarrebbe in Italia ancora relativamente bassa.

Il libro dedica molta attenzione al tema delle quote, una misura transitoria giudicata ormai inevitabile per “forzare” una situazione non più tollerabile, e a quello – ad esso connesso - della presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione, fortemente promossa da Roger Abravanel nel suo libro “Meritocrazia”. Che quest’ultimo non sia un obiettivo impossibile, lo dimostra la recente iniziativa di Unicredit e Intesa SanPaolo di chiedere alle società di selezione del management di fornire un 50% di curriculum femminili.

 A livello politico, quattro paesi europei (Belgio, Francia, Spagna e Portogallo) hanno già adottato sistemi di quote, con esiti diversi. In generale, sembra che i sistemi elettorali di tipo proporzionale siano più favorevoli alle donne rispetto a quelli maggioritari con collegio uninominale. Non basta comunque avere un’alta percentuale di donne fra i candidati, soprattutto quando esse sono concentrate in fondo alla lista, come dimostra l’esperienza italiana. Oltre alle regole, centrale è il ruolo svolto dai partiti nel dare spazio alle donne: questo spiegherebbe la differenza fra Francia e Spagna nei risultati ottenuti.

Nell’insieme, il libro propende per un pacchetto di strumenti differenziati, e non per convogliare abbondanti risorse su un’unica opzione (come potrebbe essere, per chi la propone, la detassazione del lavoro femminile, che da sola dovrebbe produrre un effetto “choc”) anche perché – lascia intendere - una situazione complessa come quella del lavoro femminile richiede forse un mix di strumenti diversi, nessuno dei quali, isolatamente, è risolutivo.

L’importanza di un approccio “multifattoriale”, e soprattutto attento alla variabile “culturale”, emerge da uno sguardo all’evoluzione trentennale del dibattito pubblico sul lavoro delle donne. Mi sembrano in qualche modo indicativi due libri fra i quali esso si snoda: “La forza lavoro femminile” di Fiorella Kostoris Padoa Schioppa (Laterza 1977) e “Il fattore D” di Maurizio Ferrera (Mondadori 2008). Due libri non migliori di altri, ma con l’ambizione di influenzare l’opinione pubblica, oltre la cerchia accademica, e portatori di due punti di vista radicalmente contrapposti.

La motivazione di fondo di Kostoris era quella di spiegare soprattutto all’opinione di sinistra che il comportamento delle aziende verso le lavoratrici, bollato come “discriminazione”, si fondava su solide ragioni economiche, in quanto la forza lavoro femminile costava di più, essendo zavorrata da tassi di assenteismo notevolmente superiori a quelli maschili, riconducibili alla maternità. In realtà la gran parte degli oneri collegati alla maternità era a carico della fiscalità generale; per di più, già da allora si era innescato il trend di riduzione della natalità, e – grazie ad un inquadramento più basso delle lavoratrici – le imprese recuperavano i costi residui (quelli organizzativi).

Radicalmente contrapposto il punto di partenza di Maurizio Ferrera: il fattore D (donna) è una risorsa non ancora utilizzata nell’economia italiana, che potrebbe garantire un sicuro aumento di competitività. Tenerla ai margini arreca solo danno, e spiega parte del “ritardo” che caratterizza l’Italia rispetto agli altri paesi iii. Né esiste solo un vantaggio a livello macro, di “sistema-paese”, ma anche a livello micro, di ciascuna azienda.

Se è così – ci si potrebbe chiedere – come mai le aziende non colgono l’occasione? Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla solidità delle motivazioni economiche addotte, una ricerca del Diversity Management Center della Bocconi iv ha verificato che i costi veri e propri della maternità si riducono a ben poca cosa: non più dello 0,23 % dei costi del personale, più o meno come le spese per la cancelleria.

Una risposta la dà Marina Piazza nel recente libro “Attacco alla maternità”: il vero snodo è la cultura delle organizzazioni, e delle persone che le comandano (uomini, e non solo). Non si capirebbe altrimenti perché comportamenti “progressisti”, che sembrano assolutamente normali nelle filiali italiane di multinazionali svedesi come Ikea e Tetra Pack, sono invece assolutamente estranei alla generalità delle aziende a controllo italiano che sono insediate sullo stesso territorio v.

 Ma se il ruolo del fattore “cultura” è così forte, non è neanche pensabile che possano essere risolutive le proposte che si limitano ad aggredire il lato economico. Importantissime saranno allora tutte quelle proposte – come i congedi di paternità obbligatori e non trasferibili, le quote rosa nella politica e nelle aziende - che contribuiscono a cambiare l’immagine delle donne e degli uomini.

Alessandra Casarico, Paola Profeta Donne in attesa. L'Italia delle disparità di genere.  Egea editore, 2010, 16,50 euro

 

 

i cfr. il libro “Contro gli asili nido”, ed Rubbettino, di Paola Liberace e il blog che ne diffonde le tesi, qui recensito dal Sole24Ore, l’articolo di Lucetta Scaraffia sul Riformista del 17 giugno scorso, fino all’impostazione adottata nel piano governativo Italia 2020.

 

ii Relazione di Linda Laura Sabbadini al Convegno Istat “Il futuro dei bambini è nel presente”, Napoli 18-20 novembre 2009.

 

iii Nella stessa direzione “Rivoluzione Womenomics” di Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland, ed. Sole 24 ore, 2010.

 

iv Simona Cuomo e Adele Mappelli “Maternità quanto ci costi? Un’analisi estensiva sul costo di gestione della maternità nelle aziende italiane”, Ed. Guerini e Associati, 2009. L’indagine ha riguardato 134 imprese, prevalentemente medio-grandi.

 

v Cfr. l’intervista di Marina Piazza sul numero 173 di Una città.