Recensione

Il giudice delle
donne

Mescolando fonti storiografiche e immaginazione, e raccontando le relazioni tra donne, Maria Rosa Cutrufelli ci restituisce una pagina autentica del suffragismo in Italia

"C’è un momento in cui bisogna lasciare il tavolo da gioco, per poterlo rovesciare in seguito". In  queste parole, che si fanno strada nella testa della giovane maestra Alessandra mentre ascolta la sentenza della corte d'appello di Roma che nel 1907 riuscì ad escludere per altri trent'anni le donne dal diritto di voto  – mi piace pensare che Maria Rosa Cutrufelli abbia voluto condensare  l’intelligenza politica che ha attraversato il movimento suffragista, per non dire femminista. Siamo alla fine del romanzo, quando "l tempo dei miracoli è finito" (p. 244) e quando, però, le strade sono state intraprese, la vita di alcune è cambiata per sempre e, ormai, le donne che fanno politica insieme sono parte della scena.

Gli antefatti, che poi sono gli eventi intorno a cui si dipana il romanzo Il giudice delle donne, in questo anno di celebrazioni per i settantanni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne sono forse noti. Nel 1904 viene presentata una delle tante proposte di legge pro suffragio femminile che nella prima metà del secolo scorso pure giunsero in parlamento, anche se poi lì venivano sistematicamente affossate e dimenticate. Questa proposta, firmata da radicali, socialisti, repubblicani, faceva perno sul fatto che a differenza del voto amministrativo, il voto politico femminile non fosse esplicitamente escluso da alcuna fonte normativa. Anzi la formulazione dell’articolo 24 dello statuto albertino, la carta fondamentale dello Stato allora in vigore, che recitava "tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici [….]" avrebbe aperto, secondo l’estensore della proposta, la possibilità alle donne di iscriversi alle liste elettorali, purché in possesso dei requisiti richiesti dalla legge elettorale: l’età di 21 anni, la capacità di leggere e scrivere e il pagamento di un censo annuo di almeno 40 lire. A sostegno del progetto Mirabelli, nome del deputato che se ne fece promotore, il comitato nazionale pro-suffragio femminile presenta nel 1906 al parlamento una petizione, opera dell’infaticabile Anna Maria Mozzoni e firmata da laureate, proprietarie, imprenditrici, maestre, professioniste. La pedagogista Maria Montessori, prima donna laureata in medicina in Italia, oltre a firmare le petizione pubblica a febbraio sulle pagine del quotidiano La Vita un proclama alle donne italiane, che viene anche affisso a Roma, in cui esorta le donne a chiedere il voto politico e a quelle in possesso dei requisiti richiesti ad avanzare alla propria commissione provinciale domanda di iscrizione alla lista elettorale. In molte aderiscono all’appello, ma solo le commissioni elettorali di undici città accolgono le richieste di iscrizione e, per tutte, i rispettivi procuratori del Re presso i tribunali provinciali presentano ricorso. Una dopo l’altra, nell’estate-autunno del 1906 le corti d’appello si pronunciano annullando la decisione delle commissioni, tranne in un caso: ad Ancona, proprio nella città natale di Maria Montessori, il giudice Lodovico Mortara, insigne giurista prima ancora che magistrato, già all’apice della sua carriera, respinge il ricorso, sancendo il diritto delle donne di essere iscritte nelle liste elettorali.

Il giudice delle donne, si svolge tra Ancona, le sue frazioni e Roma, nella calda estate del 1906, spingendosi fino alla fine dell’anno, quando la corte di cassazione riparò a quella fuga in avanti del giurista mantovano e rinviò la causa alla corte d'appello di Roma che, infine, nel maggio 1907, quando il libro si chiude, ordinò la cancellazione delle donne dalle liste elettorali.

A Lodovico Mortara, futuro ministro di giustizia, al cui nome si lega nel 1919 anche l’abrogazione dell’istituto dell’autorizzazione maritale che impediva alle donne sposate di comparire in giudizio o amministrare il proprio patrimonio senza l’autorizzazione del consorte, Maria Rosa Cutrufelli rende omaggio intitolandogli il romanzo e muovendosi a passi leggeri intorno alla sua vita, cercando di restituircene l’onestà intellettuale e umana. L’autrice gioca con l’arte di ricostruire il verosimile, mescolando lavoro sulle fonti e immaginazione e quindi colmando quei vuoti di umanità pulsante di fronte a cui spesso la parola di una storica è tenuta ad arrestarsi, mentre quella di una romanziera può avventurarsi. Cutrufelli fa spiegare allo stesso giudice cosa lo abbia guidato verso quella storica sentenza: "un giudice deve interpretare la norma nella maniera più adeguata ai tempi: la legge è statica, ma la giurisprudenza è dinamica. I costumi cambiano e sono l’opera e la sentenza del giudice a rendere viva la legge" (p. 159).

Vere protagoniste del romanzo, tuttavia, sono le donne che hanno coraggiosamente messo il loro nome e la loro faccia nella battaglia per il diritto di voto, e per molto altro in termini di libertà, quelle che sono state cambiate dall’incontro con la politica delle donne e che hanno difeso il diritto al lavoro, all’autonomia dai maschi di famiglia, correndo il rischio di rotture generazionali e familiari dolorose. È Alessandra, dunque, giovanissima maestra alle prime armi ma per niente arrendevole e disposta all’incontro con il suffragismo, a riconoscere il legame profondo tra la libertà, la riuscita di una, e quella di tutte le altre. È Luigia, la veterana, la politicizzata, la maestra che guida le altre nell’impresa, quella che alza il tiro e sostiene lo scontro anche sulla scala ridotta e asfissiante di una piccola comunità di paese e che però, poi, quando sa – così ce la regala Cutrufelli intuendone l’economia – che gli uomini che (si) fanno la legge si apprestano a sentenziare parole svilenti e degradanti contro le pretese delle “elettrici” marchigiane, decide di disertare le aule del tribunale per scansare "parole che umiliano, che vogliono umiliare al solo scopo di toglierti coraggio" (pp. 244-245). Abbandona il tavolo, momentaneamente, per rovesciarlo in seguito.

Protagonista del romanzo, però, è anche la bambina Teresa, muta per dolore di una madre morta di aborto clandestino, lavoratrice infaticabile, osservatrice acuta, protégé della navigata lavandaia Albina, con cui in ultimo salperà le vele verso le americhe. È lei, che abita la casa in cui la  forestiera maestra Alessandra prende in affitto una stanza, a personificare l’incontro e la risonanza tra modelli di donne forti, tra le suffragiste, le femministe, e le donne delle classi popolari. È in questo gioco di relazioni tra donne che Cutrufelli ci restituisce una pagina autentica della storia del suffragismo in Italia, che non fu affatto come tante rappresentazioni stereotipate e interessate hanno voluto tramandare, un passatempo di donne un po’ strampalate, un po’ borghesi annoiate (vale il tanto citato esempio della mamma nel film Mary Poppins, così come l’eloquente predilezione nelle cronache e nelle rappresentazioni per il sostantivo suffragette invece di suffragiste). Piuttosto, il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, così come per altri aspetti ha fatto il film dello scorso anno di Sarah Gavron, rimette al centro la complessità umana e politica di quel movimento, che andò ben oltre la richiesta del diritto di voto e che aveva invece ben chiaro l’inestricabile legame tra diritti politici e sociali, tra autonomia e libertà, tra benessere individuale e felicità pubblica, tra personale e politico.

Maria Rosa Cutrufelli, Il giudice delle donne, Frassinelli 2016

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