Lettere a inGenere. Oltre il Sud
Ho letto le critiche rivolte alla canzone di Serena Brancale, Delia e Levante, Al mio paese. Certamente uno dei tormentoni della prossima estate, è considerata da molti una caricatura e un contenitore di stereotipi, nonostante sia proposta da artiste consapevoli delle proprie origini e dei luoghi in cui sono nate. Nella canzone si racconta un Sud che esiste ancora e che può piacere o risultare anacronistico rispetto alla realtà cui siamo abituati, che non contempla feste comandate, ride delle sagre e non riconosce la celebrazione del santo patrono.
Molte affermazioni appaiono inopportune e devianti, sono le solite lamentele e polemiche nei confronti di un tema che non ha mai trovato un confronto utile, ma solo una discussione sterile: il problema del Sud è che non ha mai smesso di farsi chiamare Sud. Colpa di una immagine, che insieme è ricordo, di una terra immobile e priva di stagioni, carente di lavoro e per questo motivo di fuga e partenza. Si sprecano allora nostalgici o astiosi nei confronti di chi torna in questa terra in cui dominano feste, divertimenti, aperitivi con gli amici a tutte le ore del giorno e della notte.
La conversazione per ciascuno cade su ciò che il Sud è ancora e rappresenta da sempre: casa per chi torna, con “le madonne nelle chiese” o “le signore sulle sedie”, il giro necessario fra parenti e amici quando torni, perché altrimenti si offendono se non passi per sentirti dire: “sei tornata giù? E quando risali?”. Non è folklore, questo è ancora nei vicoli e nelle piazze e va bene così. Arrabbiarsi e negarlo è una perdita di tempo insensata che rischia di rendere ridicoli.
Qualche anno fa, lo sguardo attento e le parole taglienti di Caparezza imperversavano con Vieni a ballare in Puglia, una verità scomoda troppo violenta per qualcuno, una denuncia puntuale per altri rispetto a un Sud ferito in cui si balla e canta e festeggia, ma tenendo la testa alta quando si passa vicino alla gru “perché può capitare che si stacchi e venga giù” o “con tutte quelle foreste accese” sul Gargano. Un vilipendio al turismo di massa mentre ci siamo “dimenticati d'essere figli di emigrati”, con una Puglia investita dalle logiche spietate del profitto, dalla distruzione progressiva dell’ambiente e da una apparente volontà di non cambiare mai da parte di chi vive in questa terra.
Io penso che le canzoni citate offrano due versioni della stessa storia e siano altrettanto valide, in grado di raccontare le parti più rappresentative o meno conosciute del Sud. Entrambe le canzoni dicono il vero a modo proprio. Che ci piaccia o meno, da esiliati in altri luoghi per scelta personale o ancora in una terra che non trova emancipazione da un passato ingombrante, non facciamo altro che continuare a chiamare il Sud con il suo nome, quello che conosciamo e non è in grado di spiegare le tensioni continue che lo attraversano.
Nostalgia e critica, radici e fuga, identità. Ma la ricerca di trasformazione dov’è? Il Sud non ha bisogno di concentrarsi tutto il tempo a rinnegare ciò che è stato, ma necessita di non essere più prigioniero di un’immagine di sé che non risponde più alle esigenze attuali. Le feste, i riti tradizionali non sono un problema e non si dovrebbe perdere nemmeno tempo a validarne l’esperienza o meno, perché la discussione deve spostarsi sulle opportunità.
Persino l’evidenza di necessità del cambiamento diventa una ricerca improduttiva di gesti eroici che si devono tentare più per ottenere attenzione che per garantire una pratica quotidiana, costante e discreta, che intervenga sulle persone e i luoghi che abitano. Finché il Sud continuerà a raccontarsi solo attraverso ciò che gli è mancato, faticherà a riconoscere ciò che può costruire. E chi non ha mai avuto rispetto avrà sempre una parola in più per demolirlo contestando la litania del Sud stesso, un tema che ha stancato perché non ha più nulla da dire per descrivere davvero una realtà plurale, contraddittoria e in movimento.
Il ritorno a casa. Tornare non significa recuperare ciò che si è lasciato per nostalgia o incapacità di adattarsi altrove, ma portare ciò che si è diventati in un luogo che nel frattempo può essere cambiato, anche grazie a chi è andato via e poi ha deciso di tornare dove la trasformazione vera non può essere imitazione, ma la capacità di creare qualcosa di nuovo a partire da condizioni specifiche, senza vergognarsi della propria origine e senza restarne intrappolati.
Ritorno e cambiamento sembrano due stati contraddittori ma necessari all’interno dello stesso individuo, e io non credo di essere un’eccezione in questo. Quando ho compreso che ero ormai deterritorializzata, sono andata oltre il Sud e sapevo di poter ritornare a vivere non incastrata in una categoria geografica o sociologica, ma più consapevole di una condizione esistenziale nuova e capace di insegnarmi a costruire qualcosa di diverso. Non è speranza, è la sola forza possibile che consente di crederci e lottare, senza lasciarsi fermare dalle battute d’arresto.
La deterritorializzazione può far paura, perché comincia sempre con una perdita e uno smarrimento profondo di fronte a uno squarcio improvviso, non solo col passato ma anche con l’idea di sé, eppure diventa uno strumento di conoscenza nel corso degli anni. Allontanarsi dalla propria terra d’origine significa interrompere una certa continuità di abitudini, linguaggi, usi e aspettative che ne rendono invisibili i limiti e le contraddizioni. Con la distanza molte cose smettono di essere giuste o necessariamente accettabili.
La deterritorializzazione non è fuga, non è chiusura o intorpidimento, ma sospensione più o meno sofferta. Vivere altrove costringe a ridefinire ogni cosa, dal valore delle relazioni al peso delle consuetudini, dal rapporto con il tempo al significato di appartenenza. E ciò che prima era semplicemente così diventa, improvvisamente, solo una possibilità che si può scegliere o cambiare con una migliore.
Accade qualcosa di importante quando non ci si libera completamente del proprio punto di vista, ma lo si trasforma per consentire alla distanza di distinguere ciò che merita di essere conservato e ciò che è rimasto in vita solo per inerzia o per abitudine. Con gli occhi di una "deterritorializzata", il Sud può essere ripensato senza pregiudizi o passato, smette di essere un portatore di destino sgradito, una convinzione di comodo per non fare mai nulla.
Negoziare e rinegoziare. Continuamente. Vedere che si fanno piccoli passi avanti e che ci sono battute d’arresto. Chi ha fatto esperienza della distanza sa che non tutto deve essere salvato e non tutto deve essere cambiato per forza. È a questo punto che la deterritorializzazione libera dall’obbligo di difendere o attaccare, apre alla possibilità di immaginare per costruire. Non un Sud da giustificare o da superare, ma un contesto da trasformare attraverso pratiche nuove, sguardi diversi, responsabilità condivise.
Trattare il Sud come un caso speciale è una delle forme più sottili di immobilismo e pregiudizio. Nel momento in cui un territorio è etichettato o solo interpretato e spiegato attraverso il suo passato, finisce per essere sottratto al presente. Ogni ritardo è inevitabile, ogni difficoltà prevedibile, ogni fallimento giustificato. Ad un luogo così non si chiede nulla, resta eccezionale nella sua condizione permanente di immobilità.
La storia di un luogo non può essere l’unico parametro di lettura di un territorio che accoglie città che cambiano e comunità che si spostano e si reinventano, altrimenti una vecchia narrazione finisce per sostituire qualsiasi analisi attuale e concreta. Come se fosse un problema da interpretare più che un contesto su cui intervenire secondo una logica ordinaria di valutazione e azione.
Forte limite è la visione del “tipicamente meridionale”, per cui non si affrontano più i problemi amministrativi, economici o sociali che esistono ovunque, si priva il Sud di responsabilità, e allora finisce o in mano alla retorica della difesa o della condanna. Forse è proprio qui che si gioca la possibilità di una trasformazione reale: nel momento in cui il Sud smette di essere un caso e diventa un contesto come tutti gli altri, lo si aiuta a cambiare.
L’innovazione tecnologica e informatica in Puglia è uno dei casi più chiari in cui si può parlare di emancipazione non come “narrazione di riscatto”, ma come cambiamento strutturale di possibilità, non più solo fuga di competenze, ma costruzione di filiere che trattengono o fanno rientrare professionisti qualificati attorno a un triangolo significativo: università, ricerca, imprese tecnologiche e startup che lavorano su software, cybersecurity, intelligenza artificiale, aerospazio e servizi digitali che hanno reso possibile un ambiente in cui il lavoro informatico non è più motivo di stupore e notizia, ma settore produttivo reale e redditizio.
E allora andare via resta possibile, ma non è più l’unica traiettoria legittima. Chi studia o lavora lontano può tornare senza regredire, ma con la prospettiva di trovare contesti tecnici compatibili con la propria formazione. Non più solo assenza, ritardo, carenza, ma miglioramento che si manifesta nella quotidianità produttiva. Un territorio si emancipa davvero quando smette di essere raccontato come caso speciale e inizia a essere trattato come sistema complesso, fatto di imprese, competenze e decisioni. Non più un Sud che si riscatta, ma che trova il suo spazio nella contemporaneità produttiva globale.
Rossana Rizzitelli, docente e formatrice professionale