Lettere a inGenere. Respinte in Giordania
Mi trovo ad Amman insieme a una giovane collaboratrice, Chiara Boni. Domenica scorsa eravamo partite per andare a Nablus, in Palestina, per partecipare a una Spring school sull’empowerment femminile nelle discipline Stem, organizzata dall’Università An Najah di Nablus in collaborazione con la Federico II di Napoli nell’ambito del progetto Supporting Universities in digital transition, educational Innovation, & environment protection fostering the Launch of Italian Educational Institutions Abroad (Sulieia).
Con le nostre colleghe palestinesi avevamo lavorato a lungo alla preparazione di questo evento. Per me e Chiara, andare in presenza a Nablus rispondeva a una precisa scelta politica di solidarietà rispetto alle persone con cui collaboriamo lì e con il popolo palestinese. Lunedì mattina all’alba, partendo da Amman abbiamo raggiunto il confine tra Giordania e Palestina (King Hussein Bridge/Allenby), controllato dall’esercito israeliano.
Abbiamo trascorso sei ore negli uffici della frontiera israeliana, durante le quali abbiamo risposto a infinite e insistenti domande su motivo del viaggio, dettagli di ogni genere su chi ci aveva invitato e perché (inclusa la richiesta del documento di riconoscimento della nostra referente a Nablus), il nostro assetto familiare, lavorativo, i viaggi pregressi, dettagli sul perché della nostra personale volontà/disponibilità ad andare in West Bank (nome inglese della Cisgiordania, ndr), programma dettagliato di ogni singolo giorno che avremmo passato in Cisgiordania, elenco di eventuali persone conosciute a Nablus, dettagli su prenotazioni di volo, albergo, sulle nostre spese. Fra un interrogatorio e l’altro, la giovane soldata israeliana spariva per ritornare con nuove domande per noi.
Sono passate ore, fin quando non è riapparsa un'ultima volta per comunicarci con assoluta naturalezza che, pur avendo regolarmente il visto Ela, non potevamo entrare perché, a loro dire, per partecipare a una conferenza in West Bank (sebbene senza compenso e come invitate per due soli giorni) ci saremmo dovute accordare e coordinare tutti i nostri spostamenti con un certo ufficio governativo israeliano chiamato Cogat.
Per noi un'assoluta novità, così come per le nostre colleghe di Nablus. Dal sito della Farnesina risulta che tale organismo vada consultato solo per soggiorni di lavoro superiori ai 90 giorni, mentre nel nostro caso si trattava solo di due giorni e non configurabili come lavoro, dal momento che non eravamo pagate per andare a Nablus.
La sensazione netta è che si sia trattato di una scusa per non farci entrare in West Bank. Se non con questo motivo, ne avrebbero trovato un altro. Abbiamo vissuto questa decisione, piuttosto inaspettata, come un sopruso. Pur conoscendo benissimo la situazione politica e sapendo che sarebbero potuti sorgere problemi alla frontiera, eravamo convinte che gli ostacoli sarebbero potuti nascere solo dal nostro profilo personale.
Non a caso, da mesi ci eravamo entrambe astenute dal partecipare a qualunque manifestazione o evento pro-Palestina, avevamo ripulito gli account social da ogni possibile riferimento, cellulare e computer da ogni traccia del nostro posizionamento politico. Viceversa, l’idea che l’esercito israeliano si arroghi il diritto di negare l’accesso a una delegazione di una università italiana che intende recarsi nei Territori palestinesi per motivi strettamente scientifici (come abbiamo documentato mostrando loro il sito della conferenza), ci è apparsa come una violenza. A decisione comunicata, abbiamo chiesto di riavere i nostri documenti, ma ci hanno costretto a un'attesa di altre tre ore senza alcuna motivazione né notizia.
Durante questa attesa, abbiamo chiamato il consolato a Tel Aviv e Gerusalemme. Il nostro ateneo ha contattato l’ambasciata, ma è stato tutto completamente inutile.
Dopo tre ore, ancora senza documenti, ci hanno rimesso su un pullman e riportato a nostre spese alla frontiera giordana. I nostri documenti hanno fatto un passamano tra una serie di persone, incluso l’autista del pullman che ci ha riportato in Giordania. Solo dopo averci fisicamente portato fuori dalla frontiera giordana, abbiamo potuto riavere i nostri passaporti.
Nelle ore alla frontiera abbiamo interagito con soldati e soldate poco più che maggiorenni. Siamo rimaste impressionate dalla loro arroganza e ignoranza. Una giovane soldata a cui avevamo chiesto il nome di un primo ministro raffigurato in un quadro (si trattava di Ariel Sharon), così, giusto per allentare la tensione, ha risposto di non conoscere quell’uomo e neppure di sapere chi fosse Bush (presente nella stessa foto).
La stessa soldata, con tono innervosito, pretendeva che specificassimo anche il nostro programma per il 31 aprile, quasi a pensare che stessimo nascondendo qualcosa da fare in un giorno che non esiste in calendario. Altrettanto frustrante è stata l’interazione con il giovane soldato che, con fare aggressivo e minaccioso, ci si è rivolto dicendo che "le regole sono regole", e noi non le stavamo rispettando nel chiedere di entrare in West Bank con i documenti indicati dalla Farnesina.
Unica consolazione di queste ore passate alla frontiera: l'aver assistito all'abbraccio felice dei e delle cooperanti che all'ennesimo tentativo erano riuscite finalmente a passare il confine.
Alla fine, con grande frustrazione, ma al tempo stesso risollevate per aver riavuto indietro il passaporto, siamo rientrate ad Amman. Abbiamo potuto partecipare alla conferenza solo da una sede distaccata dell'Università di Nablus che si trova ad Amman. La cosa ci ha amareggiato molto, oltre a non averci consentito di prendere parte e interagire come sarebbe stato necessario con gli e le studenti, con colleghi e colleghe.
Abbiamo potuto constatare in piccolissima parte il sentimento di frustrazione che le persone palestinesi devono subire quotidianamente alle frontiere e ai check point. Abbiamo toccato con mano quanto l’esercito israeliano, spesso attraverso la mano di soldati giovanissimi, ignoranti, prepotenti e arroganti, agisca arbitrariamente senza neppure salvaguardare la forma, anche rispetto a persone provenienti da un paese terzo.
Abbiamo appreso che, negli stessi giorni, l’esercito israeliano ha impedito l’accesso a due parlamentari francesi. Siamo preoccupate per la nostra collega palestinese, di cui ci hanno costretto a comunicare il documento di riconoscimento per poter procedere alla frontiera, sebbene inutilmente.
Riteniamo che avessero già ampiamente deciso di non farci entrare, ma ci hanno comunque estorto il massimo numero di informazioni possibili sui nostri corrispondenti palestinesi. La nostra ovviamente è un'esperienza non isolata, e piccola cosa rispetto alle violazioni e alla violenza continua che il popolo palestinese subisce.
Ad ogni modo, riteniamo importante testimoniarla, per dar voce ed evidenza della sopraffazione insidiosa e pervasiva esercitata dal governo israeliano e che investe ogni ambito della vita del popolo palestinese (incluso quello scientifico e accademico).
Antonella Liccardo, Docente di Fisica all'Università Federico II di Napoli