Lettere a inGenere. Solo minuti di rumore
Vorrei dire a tutte le compagne e sorelle che le strade che attraversiamo sono sicure, che gli spazi che abitiamo ogni giorno sono su misura per noi; vorrei cantare la canzone della parità, cantarla sul luogo di lavoro, cantarla a mio padre e al vostro, vorrei cantarla a voi. Ma vi mentirei.
Vorrei raccontarvi che, senza troppe retoriche, viene riconosciuto il nostro valore da esseri umani e che non siamo, ancora, solo oggetti di valore e proprietà di qualcuno.
Vorrei dirvi, dirci, non saremo gettate via come oggetti di consumo non appena non saremo più sufficienti, bastevoli, amorevoli, presenti.
Che varranno i nostri "no", i nostri "basta", tanto quanto sembra valere il nostro silenzio, il nostro tacito assenso mai accordato.
Vorrei dirvi che lo stato tutto si occupa di noi, per noi; perché è impossibile fare diversamente davanti a un problema sistemico di portata enorme, che va scardinato partendo dal basso: nelle parole, negli insegnamenti, nelle cose trasversali della vita.
Vorrei anche scrivervi di non preoccuparvi, ci penseranno le istituzioni stavolta, davanti all'ennesima donna uccisa, a valutare strategie per informare, sensibilizzare, cambiare i paradigmi dentro i quali siamo incastrate dall'inizio della storia del mondo e ai quali da lunghissimo tempo ci opponiamo, da quando venivamo bruciate perché streghe e sicuramente ancora prima.
Nel corso dei secoli è solo cambiato il mucchio di rami che compone i nostri roghi, ma i nostri corpi continuano a essere teatro di rovine, combustibile di un sopruso che cambia forma, ma non essenza.
Man mano che abbiamo preteso spazi guadagnando ciò che doveva già essere nostro, gli uomini hanno tentato di prenderci e prendersi tutto: titoli, stipendi, libertà.
Quante voci non hanno voce e quante bocche sono state tappate? Quanti desideri espressi sono stati soffocati e cancellati, e quanti diritti negati e vite spezzate dovremo ancora sopportare prima di urlare?
Una circolare del Ministro dell'istruzione ci invita a fare un minuto di silenzio nelle scuole, così da commemorare l'ennesima ragazza morta, Giulia Cecchettin, uccisa dalla mano di un uomo, Filippo Turetta, uno dei vostri bravi ragazzi.
Caro Ministro, noi ci opponiamo: non è il silenzio che desideriamo. Desideriamo gridare, lottare. Desideriamo diritti, parità, salute, educazione. Desideriamo non aver paura, non temere per la nostra incolumità e per quella delle donne a noi vicine.
Desideriamo poter abortire se vogliamo, e che il nostro corpo sia nostro e nostra la sua gestione. Desideriamo esser madri senza dover rinunciare alla nostra faticata carriera, al tempo per noi, ai nostri sogni.
Ministri, illustrissimi, cosa ce ne facciamo degli opuscoli che pensate di preparare per frenare ciò che a oggi si può definire un'urgenza pandemica? Sono davvero solo queste le risorse a cui sapete attingere dopo più di cento donne assassinate in quest'ultimo anno nel nostro paese?
Vorrei dirvi, sorelle, che quando toccherà a voi e sarà il vostro fidanzato, il vostro datore di lavoro, il vicino di casa, basteranno i centri antiviolenza, che potrete recarvici e risolvere così l'orrore che vi è accaduto, salvandovi.
Ma una volta ancora vi mentirei. La dura realtà interna è che lo stato demanda e delega ai centri antiviolenza delle varie città e dei vari paesi il peso e la gestione unilaterale di questa crisi. Senza fornire mezzi adeguati, senza stanziare soldi e spazi sufficienti, senza investire davvero permettendoci di ampliarci, di costruire reti vere che comunque tessiamo, spinte da una caparbietà che non è quantificabile.
Rispondere alle emergenze territoriali, che aumentano sempre di più, toglie tempo alle operatrici stesse, alla loro formazione e alla loro evoluzione. Toglie tempo perché il tempo non c'è.
Non c'è tempo per stare al passo con la richiesta senza perdere dei pezzi, senza essere, in alcuni casi, sbrigative e rapide, quindi senza sondare in profondità l'esigenza di chi si rivolge ai centri raccontando il proprio portato fatto di difficoltà e violenza, di marginalizzazione e solitudine.
La velocità, l'eccessivo carico di lavoro spesso svolto a titolo volontaristico, la crescente sfida che rispondere alla violenza e ai cambiamenti che in essa si infiltrano richiede, allontana dal concetto cardine che dovrebbe regnare in certi luoghi: la sorellanza, il femminismo. L'unione contro il patriarcato. Ma solo quando abbiamo tempo, quando riusciamo a svincolarci dalle burocrazie soffocanti a cui siamo sottoposte.
Il centro antiviolenza, benedetto strumento, benedetta macchina complessa che ha come compito proprio quello di sbrogliare la matassa intricatissima della violenza di genere, non ce la fa più. Ha bisogno di aiuto. Ha bisogno di un supporto e di tutto quello che si può offrire per potenziare un servizio essenziale senza il quale saremmo finite, spacciate ancor più di ciò che ora crediamo.
Vorrei dirvi, sorelle mie, che denunciare a tutti i costi sia la chiave. Ma quando toccherà a voi, vi troverete davanti una realtà a cui nessuno, probabilmente, vi avrà preparate. Spesse volte sarà il sospetto che sia vostra la colpa, le domande inopportune di forze dell’ordine non preparate e sommessamente assoggettate ai giochi di machismo da cui chi ci dovrebbe proteggere e porta una divisa non è avulso.
Sarà la necessità di minimizzare il vostro dolore, di giustificare atteggiamenti tossici in cui segretamente, magari, ci si riconosce. Saranno, magari, gli estremi insufficienti per sporgere denuncia a lasciarvi in pasto a un aguzzino, sole e senza aiuti.
La giustizia in materia di femminicidi va completamente riformata. È un dato che non possiamo tralasciare, su cui non possiamo tacere: nessun minuto di silenzio per tutte le volte che denunciando o provando a farlo ci siamo sentite peggio di prima, doppiamente picchiate, doppiamente umiliate.
Immagino che molte persone storceranno il naso sentendo tutto questo, ma non importa. Non m'importa più, l'ho visto succedere troppe volte e non so più nemmeno io dopo quante denunce per le quali ci avete fatto buttare il sangue avete finalmente agito, credendo alla nostra versione dei fatti. L'unica.
Non credete alla favola che sporgendo denuncia poi forse ci sarà pace per voi. La pace la troverete solo nella lotta, nell'insubordinazione, nello sciopero, nella rabbia. Santa la rabbia che ci accende, che ci trascina nelle piazze, che ci fa urlare per minuti interi.
Sostituiamo i minuti di silenzio a minuti di urla disperate, arrabbiate, inarrestabili. Per Giulia e per tutte quelle prima di lei e purtroppo dopo di lei, noi non faremo alcun silenzio. Noi per Giulia bruceremo tutto.
Insieme siam partite, insieme torneremo, non una, non una, non una di meno.
Alessandra Buttiglieri, antropologa e operatrice antiviolenza a Bologna