Articolofemminismi - Medio oriente

Creatività contro ingiustizia, le donne nel conflitto israelo-palestinese

Sono le donne a mettere in campo pratiche politiche creative e non violente che aprono lo sguardo a scenari di pace ancora da inventare, mettendo in discussione i confini e le narrazioni dell'occupazione.

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La realtà odierna di occupazione militare continuativa, dimostra che non è stata raggiunta nessuna soluzione giusta. In questo scenario, cercando di andare oltre il piano etno-nazionalista che divide quella terra nella dicotomia del “noi” e gli “altri”, e nella peculiarità del conflitto tra gli “occupati” e gli “occupanti”, l’attivismo delle donne continua a rappresentare una delle poche alternative politiche a suggerire prospettive realizzabili per una soluzione pacifica ed equa. Numerose attiviste e studiose di entrambi i fronti hanno appoggiato proposte politiche finalizzate a sviluppare un confronto e azioni che superino le divisioni etno-nazionaliste, attraversando confini politici e geografici.

Dopo il fallimento degli Accordi di Oslo, lo scoppio della seconda Intifada e la fine dello storico “due popoli, due stati” molte iniziative del movimento delle donne hanno avuto problemi politici e strutturali. Eppure, di recente la non-violenza e la disobbedienza civile vengono riconsiderate tra gli strumenti utili a raggiungere la fine dell’occupazione militare. Nonostante rimanga un tema piuttosto marginale nell’agenda internazionale, visto che l’informazione mainstream è focalizzata sull’esplosione della cosiddetta “rivoluzione araba”, c’è una generale consapevolezza del loro potenziale socio-politico come strategia plausibile nelle iniziative congiunte israelo-palestinesi e in ognuna delle due società.

 La resistenza non-violenza palestinese ha una lunga storia, iniziata con le prime lotte contro il Mandato britannico e culminata nei casi più recenti sotto la guida del Movimento di Resistenza Popolare Palestinese (Bröning, 2011; Qumsiyeh, 2011). Rispondendo alle ondate rivoluzionarie che si vanno diffondendo in molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa dall’inizio del 2011, la partecipazione delle donne in diversi contesti di resistenza popolare è aumentata in termini numerici, e il loro coinvolgimento nei processi decisionali come gruppo politico collettivo ha acquisito maggiore importanza. Le donne attiviste hanno dimostrato la propria capacità, la propria forza e la determinazione nel riuscire a diventare protagoniste della lotta, oltre che nel motivare le persone di ambienti diversi e di opinioni politiche differenti ad unirsi alle loro azioni. In particolare, nei villaggi più noti della Cis-Giordania, come Bi’lin, Ni’lin, Budrus, Nabi Saleh, nei quali la lotta non-violenta contro la costruzione del Muro e in opposizione agli insediamenti illegali israeliani è cresciuta negli ultimi dieci anni, le attiviste hanno consolidato la loro posizione organizzando manifestazioni settimanali.

Altre lotte simili hanno avuto luogo nella zona di Gerusalemme: i residenti palestinesi hanno dovuto sopportare l’arrivo di coloni ebrei israeliani che hanno occupato case e palazzi palestinesi per aumentare la presenza ebraico-israeliana e ottenere il maggiore controllo  possibile sul territorio, oltre che assistere alla demolizione di case che hanno lasciato senza riparo migliaia di palestinesi. Uno dei simboli più controversi della resistenza non-violenta a Gerusalemme-est è rappresentata dal quartiere di Sheikh Jarrah, dove numerose famiglie palestinesi sono state sfrattate negli ultimi anni per decisione di tribunali israeliani. Opponendosi a questo piano, donne palestinesi del quartiere si sono organizzate nel Forum delle Donne di Sheikh Jarrah per affrontare direttamente gli sfratti israeliani, mentre le attiviste israeliane sono entrate nel Movimento di Solidarietà con le attiviste internazionali e palestinesi.

Pur rappresentando una voce minoritaria, alcune donne israeliane, femministe e orientate alla pace, hanno messo in discussione i propri ruoli di cittadine dello Stato d’Israele (“l’occupante”) e, soprattutto, il loro compito nel sostenere le donne palestinesi (le “occupate”) con attività condivise fondate sui principi di solidarietà tra donne. In questa  prospettiva, una delle iniziative di disobbedienza civile più importanti è iniziata nel maggio del 2010, quando la scrittrice e attivista Ilana Hammerman, insieme ad altre attiviste israeliane, ha fatto entrare un gruppo di donne palestinesi in Israele per godersi il mare per la prima volta nella loro vita. Queste donne israeliane hanno annunciato pubblicamente, in particolare scrivendo articoli e annunci pubblicitari nel principale quotidiano d’Israele Ha’aretz, la loro scelta di non obbedire ad una “legge illegale e immorale” in relazione alla loro violazione della Legge sull’Ingresso[1]. I rischi indiretti legati a questi viaggi illegali hanno inciso su entrambi i fronti: naturalmente, questi rischi sono stati maggiori per le donne palestinesi, che rischiano severe condanne se scoperte nel territorio israeliano senza permesso, ma anche nella società israeliana hanno prodotto aspri dibattiti producendo un atteggiamento di intolleranza nei confronti di attivisti per i diritti civili e umani.

Iniziative analoghe di disobbedienza civile e non-violenta, come ad esempio una delle maggiori conferenze congiunte organizzate da donne palestinesi e israeliane nel marzo del 2011 nella città di Beit Ommar nei territori palestinesi occupati, hanno prodotto accesi dibattiti in tutta la Cis-Giordania e in Israele. Prendendo in mano le redini del proprio destino e agendo in modi più creativi e con notevole successo, le attiviste hanno sviluppato e affinato le proprie prospettive e forme di resistenza. L’attivismo dei movimenti delle donne palestinesi ed ebraico-israeliane è quindi diventato sempre più imprescindibile sia in un quadro teorico basato sulla critica femminista relativa a situazioni di conflitto, sia riferita specificamente alla loro resistenza quotidiana all’occupazione militare palestinese. Se da un lato è necessario tenere a mente le condizioni strutturali che hanno caratterizzato la realtà dei fatti in Palestina/Israele, è altrettanto importante sottolineare che un divario tra teoria e pratiche delle organizzazioni delle donne ha causato la nascita dell’attuale lunga impasse in corso nell’ambito degli esempi più progressisti di resistenza non-violenta e di disobbedienza civile. Ciò ha continuato a rappresentare un tema difficile non solo in relazione alla mobilitazione delle donne, ma anche nel modo in cui quest’ultima si è occupata delle politiche alternative attuali e trascorse rispetto alle politiche dominanti, come in generale nei gruppi pacifisti e nei partiti politici di sinistra. In effetti, attraverso la primavera e poi l’autunno delle mobilitazioni socio-politiche iniziate nel 2011, resta ancora irrisolta la questione di quale tipo di cambiamenti politici gli attivisti devono realizzare per porre fine all’occupazione militare e per produrre una nuova prospettiva di giustizia sociale in Palestina/Israele.

Riferimenti:

Bröning, Michael, 2011. The Politics of Change in Palestine: State-Building and Non-Violent Resistance. Londra e New York: Pluto Press.

Hammerman, I. (2010), ‘If There Is a Heaven’. Ha’aretz, 7 maggio.

Qumsiyeh, Mazin B., 2011. Popular Resistance in Palestine: A History of Hope and      Empowerment. Londra e New York: Pluto Press.



[1] La ‘Citizenship and Entry into Israel Law’ (decreto provvisorio), trasformata in legge nel 2003 e prorogata nel 2007, vieta l’ingresso in Israele ai Palestinesi dei territori occupati e della Striscia di Gaza, oltre che agli altri cittadini di “Stati nemici”, come Siria, Libano, Iraq e Iran, a fini di ricongiungimento familiare con cittadini israeliani. Questa legge ha causato conseguenze drammatiche, soprattutto per il ricongiungimento familiare di cittadini palestinesi di Israele con palestinesi della Cis-Giordania e della Striscia di Gaza.

 

Testo originale in inglese. Traduzione di Francesca Pesce