Articoloscienza

Donne nella scienza,
imparare dall'esperienza

Un progetto europeo, nove paesi e una task force in ogni paese, alla ricerca di soluzioni concrete per far fronte alle disuguaglianza di genere nella scienza. Un problema che costa caro, sia in termini di benessere delle donne che hanno formazione e talento scientifico, sia in termini economici

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Anche le ricercatrici in campo scientifico condividono le caratteristiche penalizzanti - dei loro percorsi formativi, delle loro carriere -  che  la maggior parte delle donne incontra nel mercato del lavoro. Il Progetto GENDERA, realizzato dalla Commissione Europea con la partecipazione anche dell’Italia, ha come beneaugurante titolo: “Changing the gender balance in research organisations

GENDERA è un progetto durato due anni, dal 2010 al 2012, che la Commissione Europea ha finanziato e sostenuto nell'ambito del Programma “Capacità” del Settimo Programma Quadro, sotto il tema Scienze nella Società.

L’iniziativa è  nata per cercare di rispondere concretamente a una serie di questioni, legate appunto alle discriminazioni che colpiscono anche le donne-scienziate,  e per proporre azioni e politiche positive che  possano fondarsi su prassi già consolidate, che abbiano fornito buona prova di sé in vari paesi, nei settori della ricerca pubblica e privata, nelle università e in centri di ricerca, in enti governativi e non profit.

C’è infatti una  provata disuguaglianza di genere che caratterizza, seppure in maniera molto varia, i settori  della ricerca, dello sviluppo e dell’ innovazione dell’Unione europea, e questa consapevolezza si è opportunamente  integrata  con il gruppo di progetti del sesto e del settimo programma quadro, a testimoniare la volontà dell’Unione di sostenere attivamente il dibattito sulle questioni di genere all'interno dell'European Research Area (1).

L’obiettivo dello studio non è stato il voler “dimostrare” la disuguaglianza che esiste anche quando si fa ricerca, ma esaminare direttamente le condizioni che derivano  dall’ineguale  partecipazione  di uomini e donne, e la ricerca di soluzioni possibili.
L’analisi si è posta perciò come obiettivo la risposta a tre quesiti:

  • come  la politica attuale e le azioni positive esistenti possono contribuire  - o già stanno contribuendo – a favorire l’evoluzione di un  percorso  femminile che porti un numero maggiore di ricercatrici a raggiungere i livelli apicali e le posizioni manageriali negli enti di ricerca e negli atenei?  
  • quali mutamenti possono introdursi nel disegno delle politiche per giungere a una strategia efficace, che favorisca opportunità paritarie – di accesso, di percorsi di carriera - negli enti di ricerca pubblici e privati?
  • l’innovazione può essere “guidata”, così da includere e potenziare  l’eguaglianza di genere?

Al progetto GENDERA ha partecipato un consorzio di nove partner provenienti, oltre che dall’Italia, da Ungheria, Slovenia, Spagna, Slovacchia, Grecia, Germania, Austria, Israele (2) .

In ogni paese partner del progetto è stata allestita una task force, a cui hanno partecipato  donne che rivestono il ruolo di  policy maker nazionali, di responsabili per le politiche di genere, di decision maker di enti di ricerca, e rappresentanti di istituzioni nazionali ed europee. Compito della task force era  individuare le  politiche di genere in atto, animare workshop e conferenze che fornissero piste di lavoro, e  svolgere  indagini per conoscere le buone prassi che hanno ottenuto i migliori risultati degli ultimi anni nei propri paesi.

Tutta questa attività è stata poi condivisa a livello europeo: le politiche di successo sono state inserite in un database creato ad hoc, e sono state diffuse raccomandazioni e linee guida, sono stati roganizzati workshop per facilitare il confronto e diffondere i risultati.
I risultati che il Progetto Gendera  ha ricavato da questa complessa organizzazione riguardano anzitutto la definizione di politiche di “uguaglianza di genere” nel mondo della ricerca, più efficaci di quanto sia avvenuto finora nel sostenere il processo di parificazione,  a livello sia nazionale sia  europeo. A ciò si affiancano la costruzione una piattaforma virtuale per gli attori politici che favorisca un flusso regolare di scambio di esperienze e discussione e il loro coinvolgimento  in un processo di sensibilizzazione, in particolare sull'importanza che l'eguaglianza di genere ricopre nei percorsi di lavoro; e il contributo alla trasparenza dei processi di ingresso e di sviluppo della carriera.

Pratiche di successo

Uno dei risultati più importanti di GENDERA, anche perché di immediata percezione e fruibilità, è stata la diffusione e la condivisione delle migliori pratiche internazionali di gender mainstreaming  esistenti, laddove gli altri obiettivi del progetto, di carattere strutturale,  richiederanno tempi più lunghi (e volontà precise) per essere realizzati.

Le buone prassi, scente in base a criteri definiti a monte (essere  pratiche consolidate, di successo, nonché di  impatto sostenibile; essere inserite  in un approccio sistematico, in una strategia di carattere strutturale; poter esser trasferibili in un altro paese o settore di R & S; contenere elementi innovativi) sono confluite in una database, oggi consultabile sulla homepage di GENDERA.

La raccolta -  sono sessantuno le pratiche contenute nel data base -  non voleva costruire una mappa esaustiva, ma una selezione mirata di esperienze che hanno avuto  risultati in ambiti dichiaratamente differenti.

La grande disomogeneità   dei paesi coinvolti è un altro elemento ben evidenziato nello studio: diversità culturali anzitutto, e di politiche attive, oltre che di strutture sociali.

Questo fattore, troppo spesso trascurato nelle analisi in campo europeo, qui è correttamente sottolineato - nell’impostazione analitica e nelle valutazioni di sintesi -  e diventa un elemento che arricchisce la riflessione e le indicazioni finali.

Il fattore unificante è rappresentato purtroppo dal modello male breadwinner, che appare dominante (con l’eccezione della Slovenia, una delle nazioni  più “virtuose” anche dal punto di vista dell’elevata partecipazione femminile al mercato del lavoro).

Ricordiamoci però che questi paesi però mostrano caratteristiche eterogenee negli indicatori più importanti: dal tasso di attività femminile alla  presenza di donne in posizioni apicali, alla disponibilità di servizi alla famiglia, in particolare per l'infanzia.

I paesi che hanno la più elevata partecipazione femminile alla ricerca sono  la Spagna e la Slovacchia; Germania e Austria mostrano invece la percentuale più bassa. In generale, la R&S è al di sopra del valore medio dell’Ue in Israele (4,7%), Austria (2,6%) e Germania (2,5%), mentre tutti gli altri paesi qui considerati hanno purtroppo  valori inferiori.

I settori considerati dallo studio sono stati:  imprese pubbliche e private, istruzione superiore (atenei e centri di ricerca), non-profit e  governativo. Vogliamo ricordare anche che le buone prassi esaminate provengono da questi ambiti, e non da programmi nazionali o da agenzie di finanziamento della ricerca: una scelta metodologica pragmatica e innovativa.

Dall'analisi delle prassi che funzionano, si possono evidenziare i fattori più importanti alla base del successo: i finanziamenti esterni specifici per il sostegno ai processi di integrazione, però contenuti all’interno del regolare budget delle organizzazioni operanti nel campo della R&S (è vitale la continuità, lo  standard, non l’eccezionalità); la quantità delle iniziative: un maggior numero sortisce migliori risultati (e dunque non solo la qualità è importante!); le azioni positive finanziate devono essere tarate sui gruppi target, le cui  domande vanno indagate, e i cui  processi partecipativi vanno sostenuti (ci sono realtà che più di altre incidono, è produttivo sostenerle).

Considerazioni finali

Nessuna prassi potrà funzionare da sola se non è inserita in processi di cambiamento, che  ahimè spesso sono di carattere strutturale, quindi di lungo periodo; tuttavia, questi stessi processi si evolvono e crescono anche grazie alla diffusione di esperienze positive, che diffondono la consapevolezza della utilità del cambiamento.  Non solo per motivi ovvii di equità, ma anche per sostenere le politiche europee dell'innovazione: la scarsa presenza della componente femminile in posizioni manageriali nei settori scientifici inevitabilmente comporta  che la loro opinione, individuale e collettiva, sia più rarefatta, abbia meno possibilità di “pesare” nel processo di formazione e  di attuazione delle politiche di ricerca, con conseguenze che “pesano” anch’esse.

Ecco perché le scienziate invisibili non sono un esempio. Se le donne scienziate non sono visibili, saranno di rado considerate come esempi di successo nella loro carriera, non rappresenteranno un diffuso modello per le più giovani, e non favoriranno  dunque alcun processo di identificazione che possa attirare verso le professioni scientifiche, laddove invece  una vigorosa  alterazione dell'equilibrio di genere attuale, con il completo utilizzo delle capacità femminili -  sommerse e discriminate anche nella scienza -  sarebbe un processo positivo per l’intero sistema. 

 

NOTE

1) L’ERA (European Research Area) è il sistema che raccoglie i programmi di ricerca dell’Unione Europea 

2)Partner del progetto sono: il Centro per le Iniziative di ricerca europei e del Mediterraneo (Spagna), National Documentation Centre / National Hellenic Research Foundation (EKT / NHRF) (Grecia), Jozef Stefan Institute (Slovenia), Univerzita Mateja Bela (Slovacchia) , Joanneum Research Forschungsgesellschaft mbH (Austria), Steinbeis-Europa-Zentrum (Germania), Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea- Apre (Italia) e ORT Braude College of Engineering (Israele)