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Quell'Italia malata di
sessismo e omofobia

Foto: Flickr/Toshiyuki IMAI

Gli strafalcioni mediatici durante le ultime olimpiadi sono solo il sintomo di una "malattia" che i dati descrivono chiaramente: quella di un'Italia affetta da sessismo e omofobia. Tutti i numeri dell'ultima indagine Eurobarometro

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Le olimpiadi sono un evento sempre molto atteso e anche in questa edizione, come previsto, hanno conquistato la leadership degli ascolti. Le persone che hanno seguito l’evento, così come gli atleti che hanno gareggiato, sono di svariate nazionalità, di una moltitudine di etnie, credi religiosi o convinzioni personali differenti, tendenze sessuali, identità di genere e generi diversi. Insomma, tutte le persone del mondo sono rappresentate, eppure, chi più chi meno deve subire battute poco simpatiche su alcuni pregiudizi ormai radicati nella cultura italiana: “Il trio delle cicciottele sfiora il miracolo olimpico”; “Una ragazzona che non brilla certo di grazia e bellezza stabilisce un nuovo record”; per non parlare della risonanza mondiale degna di una guerra che ha ottenuto il coming out della judoka brasiliana Rafaela, apostrofata da alcuni “maschiaccio”. Come si sospettava, il mondo della televisione si è confermato un perfetto riflesso del sessismo e dell’omofobia o comunque della discriminazione in generale.

Come è noto, la normativa dell’Unione Europea contro le discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale è ormai recepita nel diritto nazionale di tutti gli stati membri. Rimane ora da applicarla nella pratica. 

Mentre l'Italia fa da spettatore sul palcoscenico europeo, paesi come Francia e Svezia mettono il piede sull'acceleratore per contrastare sin dall’infanzia gli stereotipi sessisti per formare adulti meno violenti e senza stereotipi. "Maschietti" che giocano con le bambole e "femminucce" che si divertono con costruzioni e macchinine: è stato questo l'esperimento di un asilo francese di Saint-Ouen, alle porte di Parigi, per lottare sin dall'infanzia contro gli stereotipi sessisti. Un articolo pubblicato sul blog globalist esordisce: Niente rosa o blu sulle etichette degli armadietti, né poster di principesse e pirati alle pareti, e nemmeno case delle bambole e mini-cucine per future casalinghe: ”La lotta contro gli stereotipi sessuali non è qualcosa che si vede - spiega la direttrice della scuola materna Bourdarias, Haude Costantin. Non si vede ma è un processo lungo e delicato che necessita di riflessioni e piccole trasformazioni. Ma funziona!”. Anche i genitori sono invitati a contribuire alla formazione: vengono educati al significato di 'genere', si spiega loro quali sono le rappresentazioni culturali legate al sesso e il rapporto sociale tra maschi e femmine. Anche gli educatori hanno dovuto imparare a non cedere alle diseguaglianze di base: niente complimenti sui vestitini alle femmine e guai a esortare i maschi a non piangere perché ‘i duri non versano lacrime'. 

Il tema della lotta alle discriminazioni è ormai riconosciuto all’unanimità come una delle questioni più rilevanti da affrontare nell’imminente futuro. Ovviamente, la prima considerazione che guida questa urgenza è di natura etica, legata al sistema di valori sul quale una società più libera, equilibrata ed evoluta dovrebbe fondarsi, ad esempio, i rapporti tra uomini e donne non possono più essere condizionati dal retaggio culturale antichissimo che impone una netta separazione dei compiti tra soggetti di sesso opposto. 

La struttura sociale ha subìto un cambiamento tanto repentino quanto consistente, e insieme ad essa devono cambiare quei modelli culturali che si sono consolidati in secoli di storia sulle coscienze degli individui appartenenti alla stessa comunità. A questa considerazione – che da sola basterebbe a giustificare qualsiasi tipo di politica volta a eliminare ogni disparità – va aggiunta una valutazione di carattere strettamente economico. In un momento in cui ancora si fanno sentire le pesanti conseguenze della recente crisi, cercare di sfruttare ogni tipo di fonte di crescita economica che consenta di ottenere uno slancio verso la ripresa è un imperativo categorico. E in quest’ottica, è ampiamente documentato che una maggiore parità di diritti equivale a migliori opportunità di crescita. 

La possibilità per un individuo di realizzare al meglio la propria persona, mettendo a frutto le proprie potenzialità senza essere ostacolato da antiche discriminazioni, crea un contributo in termini di maggior valore per la collettività intera. 

Incalzata da questa esigenza, la società Eurobarometro ha dato avvio dal 2006 ad una indagine a cadenza triennale finalizzata a individuare la percezione della discriminazione, capire come e perché questa si è sviluppata, e ricercare le principali azioni da intraprendere per colmare le asimmetrie, sensibilizzando così le istituzioni a ogni livello ad adottare una visione che tenga conto delle problematiche legate ad alcune categorie "a rischio". 

All’indomani del varo della legge sulle unioni civili, voglio dare risalto alla comunità Lgb (lesbiche, gay, bisessuali) analizzando alcune evidenze riscontrate nella discriminazione per orientamento sessuale. L’analisi – che ha dato vita a vari report, i più recenti pubblicati nel 2009, nel 2012 e nel 2015 – permette di focalizzarci su tre macro-aree: formazione scolastica, qualità del lavoro e percezione della discriminazione. 

Dal mondo dell’istruzione viene a galla una situazione assai diversa a seconda che si consideri l'Italia o gli altri stati membri. Per questi ultimi, nel recente report del 2015, alla domanda ”In quale misura è in accordo o in disaccordo con le seguenti affermazioni? Le lezioni e i materiali scolastici dovrebbero includere informazioni sulla diversità in termini di orientamento sessuale”, il 67% è in totale accordo, il 27% afferma di essere in disaccordo; mentre il 6% non sa, contro il 58% degli italiani che è in totale accordo, il 33% è in disaccordo, mentre il 9% non si esprime in merito. Come si temeva, il gap tra la media europea e quella italiana desta non poche perplessità. L’istituzione scolastica, oltre a seguire un proprio percorso culturale prettamente didattico, ha il dovere di impartire l’insegnamento all’educazione civica e quindi alla tolleranza e al rispetto verso ciò che molto spesso viene impropriamente definito “diverso”. 

È evidente che tale situazione richiede un approccio settoriale, che tenga conto delle particolarità che lo specifico caso presenta. Uno sguardo dall’alto sul mondo del lavoro consente di cogliere due importanti evidenze: in Italia il 75% dei rispondenti afferma di essere favorevole alla formazione in materia di diversità per dipendenti e datori di lavoro; l'80% afferma di essere favorevole a monitorare le procedure di assunzione per garantire che i candidati appartenenti a minoranze abbiano le stesse opportunità, ceteris paribus, degli altri. Il 56% degli italiani afferma che si sentirebbe totalmente a proprio agio se sul posto di lavoro avesse come collega una persona Lgb; il 13% afferma che si sentirebbe abbastanza a proprio agio; il 12% sarebbe indifferente; il 5% risponde ”dipende” e il 14% si sentirebbe a disagio. 

Nell'ottica della percezione della discriminazione, nel 2012 il 63% degli italiani percepisce la discriminazione come ”diffusa” contro il 46% dell'UE; nel 2015 invece, i rispondenti sono meno ottimisti: il 73% degli italiani percepisce la discriminazione come ”diffusa” contro il 58% dell'UE;

Per quanto riguarda gli atteggiamenti personali nei confronti della comunità Lgb, nel 2015 il 49% degli italiani afferma che si sentirebbe ”totalmente a proprio agio” se una persona Lgb occupasse un'alta carica politica nel proprio paese. Il 15% risponde che si sentirebbe ”abbastanza a proprio agio” contro il 21% che si sentirebbe a disagio. l'11% è indifferente e il 4% risponde ”non saprei”.

Il 72% dei rispondenti italiani crede che le persone Lgb debbano godere degli stessi diritti delle persone eterosessuali (contro il 71% della media UE); il 61% pensa che non ci sia nulla di sbagliato in una relazione sessuale tra persone dello stesso sesso (contro il 67% della media UE);  il 55% pensa che i matrimoni tra coppie dello stesso sesso dovrebbero essere consentiti in tutta Europa (contro il 61% della media UE).

Gli italiani appartenenti al campione, che hanno subìto discriminazione o molestie per orientamento sessuale, sono aumentati di 3 punti percentuali, passando dal 4,7% del 2009 al 7,5% del 2012. Una dinamica analoga per coloro che  hanno assistito in prima persona alla discriminazione, o ne hanno sentito parlare da amici o conoscenti: il 14,2% dei rispondenti (+5,2 per cento rispetto al 2009). 

Infine, nell’ultima edizione è stata introdotta una nuova domanda nella quale viene chiesto ai rispondenti, utilizzando una scala da 1 a 10 (dove per 1 vuol dire “Totalmente a disagio” e 10 “Totalmente a proprio agio”), come si sentirebbero se una coppia eterosessuale, una coppia gay o una coppia lesbica mostrasse effusioni d’affetto in pubblico. La media dei punteggi è pari a 8 per le coppie eterosessuali e a pari merito a quota 5 per le coppie formate da due uomini o da due donne.

L’intolleranza nei confronti delle minoranze si esprime con il pregiudizio, gli stereotipi, la discriminazione, la violenza fisica e psicologica. Le cause dell’intolleranza possono essere ricercate nella necessità di mantenere una posizione di potere, di affermare la propria superiorità biologica e sociale, di condannare aspetti socialmente e culturalmente non accettabili. Infatti, dalle evidenze empiriche riscontrate, viene registrato in Italia un diffuso atteggiamento poco propenso alla ricchezza in termini di diversità. Una differenza molto sottile quella tra omofobia e sessismo, che ancora una volta conferma che l’uomo bianco eterosessuale benestante è identificato come il rappresentante di una mascolinità egemone.

 

Riferimenti

Guindon, M. H., Green, A. G., & Hanna, F. J. (2003). Intolerance and psychopathology: Toward a clinical diagnosis for racism, sexism, and homophobia, "American Journal of Orthopsychiatry", 73, 167-176.

Connell Robert (1996), Maschilità, Milano, Feltrinelli