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Khaoula, il coraggio
di una ragazza tunisina

Una studentessa diventata celebre in un giorno di marzo, per aver difeso la bandiera del suo paese all'oltraggio di un gruppo di salafiti. Khaoula Rachidi, diventata portavoce di una generazione, spiega in questa intervista la complessità della Tunisia contemporanea, con uno sguardo lucido che indaga la realtà alla ricerca dell'inclusione e non della contrapposizione

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kahoula rashidi, donna, tunisiaSono nata a Gafsa nel 1987, l’anno in cui Ben Ali è andato al potere, e ho vissuto per 25 anni nel silenzio. Non avevo mai imparato a parlare. Vorrei che la gente capisse questo. Solo due giorni dopo quel 7 marzo che mi ha cambiato la vita ho accettato di farmi intervistare. Ma ora continuerò a parlare.” Per settimane, in Tunisia, avevo rincorso invano Khaoula Rachidi, studentessa all’Università della Manouba, Master in Lingue e letterature francofone, diventata celebre per aver difeso la bandiera tunisina dall’oltraggio di un gruppo di salafiti. E ora eccola in Italia, invitata dalle giovani ricercatrici della Fondazione di Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna. Guardo con curiosità questa eroina che potrebbe figurare in un libro per ragazze adolescenti alla ricerca di modelli di coraggio femminile. E’ una figura solare, alta, snella, con i capelli scuri cortissimi, un bel viso aperto.

Lei che non aveva mai accettato, malgrado le insistenze dei compagni, di intervenire nelle trasmissioni radiofoniche a cui partecipava regolarmente il suo liceo a Gafsa, adesso si racconta al pubblico senza reticenza, con grande spontaneità. “Je vais vous raconter” dice. “Prima ero timida e non parlavo, adesso mi sono abituata ad essere sui media.” Anche a Bologna, poche ore prima, è stata riconosciuta per strada da una signora tunisina. Prosegue: “La mia vita è molta cambiata dal 7 marzo. Quel giorno sono andata all’università come tutte le mattine. C’era un gruppo di salafiti davanti all’ingresso: alla loro presenza ci eravamo abitutati.” E’ infatti da quando le elezioni hanno portato al potere un governo islamista che il gruppetto integralista ha preso di mira l’università della Mannouba, alla periferia di Tunisi, reclamando l’accesso a lezioni ed esami per le studentesse con il velo integrale, il niqab. “Ma quello che è successo il 7 marzo era un fatto nuovo. Uno di loro sale sul tetto di un edificio basso che si trova all’ingresso dell’università e cerca di strappare dall’asta la bandiera tunisina per sostituirla con quella del movimento salafita. Sono stata presa dalla collera. La nostra bandiera rappresenta la Tunisia nel mondo, quel gesto era umiliante. Ho cercato di parlargli. Non sapevo cosa fare per fermarlo, cercavo dei sassi da lanciare! Poi mi sono voltata: alle mie spalle non c’era nessuno. Nessuno che si precipitasse a fermare quel giovane, come mi sarei aspettata. Mi sono arrabbiata. Ho pensato: ‘Il dovere mi chiama’. Ho avuto un briciolo di paura. Ma ho accettato moralmente il rischio. Poiché si trattava della nostra bandiera. L’ho fatto spontaneamente, senza pensarci.”

Khaoula è molto carina e quando dice “mi sono arrabbiata” lo dice con un sorriso dolcissimo. Io tuttavia insisto: “Ma come hai fatto?” Perché in verità faccio fatica a immaginarlo: le ragazze tunisine non sono certo tutte avvolte in palandrane e foulard, tutt’altro, basta guardarsi intorno, le donne frequentano palestre e piscine eppure a me quel gesto pare un rovesciamento dei ruoli di genere eccezionale anche per noi. Qualcuno ricorda che nella storia della Tunisia figurano donne di azione eccezionali come la regina navigatrice fenicia Elissa (la nostra Didone) e la regina guerriera berbera Al-Kahina ma siamo nella leggenda mentre qui si parla dell’oggi e del quotidiano. “Ero sorretta dalla collera, quella che fa montare l’adrenalina. Ho visto la finestra e ho calcolato che dal davanzale potevo farcela. Poi ho avuto paura di non riuscire. Io gioco a pallamano, soffro ancora dei postumi di una frattura, mi stavo scorticando le mani… Ma quando sono riuscita infine a issarmi sul tetto, è stato un momento di gloria, ho provato l’ebbrezza della vittoria!” E ride allegramente.

Poi ridiventa seria. “Quando Yassin mi ha spinto a terra mi sono resa conto che poteva buttarmi giù dal tetto. Era grande e grosso. Ho provato un dolore fortissimo che mi ha paralizzata. Sul piazzale sottostante è caduto un profondo silenzio. Quando ho capito che non avevo nulla di rotto mi sono rialzata. Lui ha afferrato un bastone. Gli ho detto: ‘E io continuo a star qui’. Da sotto sentivo delle voci: ‘Ma è una ragazza – no è un ragazzo – no è una ragazza!’ Poi qualcuno vicino a me: ‘Come ti permetti di toccarla?’ Era Mohammed, mio amico dai tempi del liceo e ora compagno di università. ‘Di cosa ti immischi?’ chiede Yassin e Mohammed. ‘E’ mia sorella’. Allora Yassin: ‘Avresti fatto meglio a difendere le nostre sorelle salafite quando volevano obbligarle a togliere il velo’. E Mohammed: ‘Tu avresti fatto meglio a proteggere le tue sorelle salafite e non permettere che venissero consigliate male’” Nel frattempo un nutrito gruppo di salafiti è salito sul tetto a dar manforte al loro amico. “Mi dicono: ‘Khaoula, ora basta, scendi’. Io rifiuto. Allora Yassin urla ‘Eccola la tua bandiera!’ e riesce infine a strapparla dall’asta, un altro la butta giù sul piazzale. La riceve tra le sue mani l’amica alla quale avevo affidato la mia borsa, prima di tentare la scalata”.

Per quel gesto Khaoula è stata decorata dal Presidente della repubblica Marzouki. Ma io ho ancora degli interrogativi aperti. “Tutti quei giovani che sono saliti sul tetto dopo di te - erano tutti salafiti?” – “Sì, tutti. In mia difesa è intervenuto solo Mohammed”. – “Come te lo spieghi?” – “Gli altri pensano che ciò non li riguardi.  E’ una generazione cresciuta nella paura e l’indifferenza”. – “E il giovane salafita, come mai non ha rispettato una ragazza?” – “Per i salafiti la donna non ha il diritto di fare nulla. Mi sono spesso chiesta perché - se la donna non deve mostrare il suo viso, se il suono della sua voce è un’abominio – queste ragazze frequentino l’università. Non ho niente contro le donne con il niqab ma a cosa serve loro studiare?”

Poi aggiunge: “La violenza dei salafiti fa paura agli studenti e agli insegnanti, e i media la amplificano. Anch’io all’inizio, quando sono comparsi all’università, non mi sono opposta. Sapevamo dei fatti del 1994, dell’acido gettato in viso alle donne e di quelli che passavano in moto, coltelli alla mano, per sfregiarle. Ho avuto paura, e così pure le mie amiche. Poi una volta, quando siamo tornati all’università dopo l’ennesima interruzione dei corsi, il nostro professore ha deciso di parlarci, era arrabbiato. Ci diceva: ‘Voi siete migliaia, dovete resistere…’ Mi sono resa conto che non dobbiamo fare ciò che dicono. Non spetta a noi studenti pronunciarci a favore o contro il niqab o la sala di preghiera, sta al consiglio di facoltà. Ma quello che hanno fatto alla bandiera è stata una dichiarazione di guerra. Quello che ho fatto, l’ho fatto per rompere il silenzio…”

Lo ha rotto con parole nuove, che si scostano dalla contrapposizione stereotipata tra islamisti conservatori e laici progressisti: un modo di dividere la società tunisina che non riflette la realtà, soprattutto quella dei giovani. “Non ho niente contro i salafiti e le loro bandiere” dice Kahoula. “Ciò che voglio è che sia salvaguardata la pace tra i Tunisini. Sotto Ben Ali nessuno, donna o uomo che fosse,  poteva portare l’abito tradizionale islamico. Oggi i giovani che non sono islamisti con i salafiti non ci parlano. Sono i giovani delle università e vedono davanti a sé un futuro tutto sommato roseo. Gli altri, i salafiti, spesso non hanno studiato. Tra quelli che vanno a reclamare il niqab non ci sono solo studenti. Yassin è un venditore ambulante che gira da una moschea all’altra.”

Khaoula stessa, del resto, rappresenta una componente importante ma mediaticamente poco visibile della società tunisina: quella dei giovani provenienti dai ceti popolari e da regioni che lo sviluppo economico ha sfruttato e marginalizzato, come quella del bacino minerario di Gafsa  dove nel 2008 vi furono moti di protesta brutalmente repressi. Sono le prime generazioni a beneficiare di un sistema universitario di massa. Non sono disposte a “dare la colpa di tutto agli islamisti” o a considerare il foulard un segno di inferiorità imposto alle donne. “Anche mia madre porta lo hijab ” è frase udita tante volte. Lo porta anche la madre di Khaoula che così descrive la sua famiglia: “I miei genitori sono musulmani praticanti. Ma sono laici – non si sognerebbero di sbandierare la loro pratica religiosa. Ho tre fratelli maggiori. Hanno vissuto questa storia divisi tra la paura e la fierezza. Nessuno dei miei è impegnato politicamente né è stato coinvolto nei moti di rivolta del 2008. Solo dopo la vicenda della bandiera ho saputo che il mio bisnonno era un militante.”

La bandiera per Khaoula è il simbolo di una rivoluzione ancora alla ricerca di una interpretazione condivisa: “Ci è cara, è la nostra fierezza. Il rosso rappresenta il sangue dei martiri, la stella i cinque pilastri della religione, la mezzaluna la nostra identità. Centinaia di martiri sono morti per quella bandiera. Prima della rivoluzione, soltanto i membri del RCD (il partito di Ben Ali) la sventolavano, dopo invece è stata innalzata dai manifestanti sull’avenue Bourguiba: la rivoluzione ci ha permesso di recuperarla. Quando Yassin l’ha profanata ho provato una stretta al cuore, un senso di delusione, come se il 14 gennaio crollasse. E’ per difendere la rivoluzione che sono intervenuta.”