Le magnifiche svedesi. Lezioni universitarie

di Helen Peterson
21/04/2011

La Svezia ha il 43% di donne rettore, contro il 13% della media europea. E altissime sono le percentuali di donne anche tra prorettori e presidi. Ma il successo delle accademiche svedesi nasconde anche zone d'ombra e nuovi rischi di segregazione. Ecco quali

La Svezia ha la meritata fama di essere all’avanguardia nel promuovere le pari opportunità fra uomini e donne sul mercato del lavoro. In questo paese l’uguaglianza di genere è un concetto profondamente radicato e ufficialmente riconosciuto. La Svezia e gli altri paesi nordeuropei sono stati accreditati come “modelli universali per l’uguaglianza di genere” per l’impegno profuso nel sostenere le pari opportunità nella ricerca e nella scienza dai tardi anni ’70 in poi (Castaño et al. 2010, p. 3).

Nonostante ciò, il sistema universitario svedese è tuttora affetto da segregazione di genere sia orizzontale che verticale, come accade in molti altri paesi (Commissione Europea, 2008). Sin dalla fondazione della prima università a Uppsala nel 1477, il mondo accademico svedese è stato governato dagli uomini. Certamente, dal 1477 la situazione è molto cambiata, e ancor di più negli ultimi vent’anni. Nel 1990 le donne nelle università svedesi erano in minoranza fra i professori (6%), fra i rettori, (14%) fra i prorettori (19%)  e fra i presidi di facoltà (3%).

La prevalenza maschile in questi ruoli implica che siano gli uomini a definire linee strategiche, direttive e metodi nella scienza, nella ricerca e nelle sovvenzioni ad essa, fatto che può determinare scelte discriminatorie (Commissione Europea, 2009, p. 93). Una limitata quota di donne con questi incarichi potrebbe avere conseguenze negative anche indirettamente, poiché “[…] le giovani donne nell’ambiente universitario non riescono a individuare modelli femminili di riferimento, e quindi a identificarsi con le più alte cariche accademiche” (Commissione Europea, 2009, p. 93).

Tuttavia, dal 1990 la presenza di donne fra i professori universitari in Svezia è progressivamente aumentata fino al 20% circa (Commissione Europea, 2009), con un incremento di ben 14 punti percentuali. Per le alte cariche accademiche la crescita è stata ancora più impressionante. Fra i rettori, la quota di donne è aumentata di 29 punti percentuali  fra il 1990 e il 2010, fino a raggiungere il 43%. Nello stesso periodo, la carica di prorettore ha visto la presenza femminile incrementarsi di 41 punti percentuali, arrivando al 60%. Fra i presidi di facoltà le donne sono aumentate di 28 unità percentuali in vent’anni, toccando il 31% nel 2010.

Dunque la Svezia è fra i paesi europei con la più alta percentuale femminile nel ruolo di rettore. Secondo il rapporto She Figures 2009, la quota media di donne fra i rettori nei 27 paesi dell’Unione Europea è intorno al 13% (Commissione Europea, 2009, p. 93).

Il grafico seguente mostra la proporzione fra donne e uomini per le tre massime cariche accademiche delle università svedesi: rettore, prorettore e preside di facoltà.

Schema 1. Presenza delle donne nelle cariche accademiche, Svezia 2010 [i]

    

Il 1 luglio 2010 quattro nuovi rettori sono stati nominati dal governo svedese e, risultato eccezionale, tutti e quattro sono donne. Come si spiega un tale successo delle donne nella conquista delle alte cariche accademiche?

 

I motivi del successo

Uno dei motivi di questo successo sta nelle pressioni esercitate a livello politico per inserire delle donne fra i candidati alla carica di rettore. In Svezia i rettori sono di nomina governativa e restano in carica per sei anni, con la possibilità di un secondo mandato. Prima della nomina ufficiale si svolge una procedura di designazione interna all’ateneo; il senato accademico gestisce le selezioni e le votazioni, spesso anche per la carica di prorettore, e propone un candidato al governo. Le norme che regolano la nomina di rettore e prorettore stabiliscono che la rosa finale dei candidati debba includere sia uomini che donne. Per l’elezione del preside di facoltà non c’è nessuna direttiva in tal senso, il che basta a spiegare il minore incremento di presenze femminili per questa carica.

La visibilità è un altro elemento che può spiegare perché fra i presidi di facoltà la quota di donne aumenti più lentamente. Alcuni richiami all’importanza della visibilità sono emersi da un’inchiesta da noi condotta nel 2010 su 22 donne che ricoprono cariche accademiche, per individuare i motivi del loro successo. Il rettore, in quanto massimo esponente dell’ateneo, è una figura che gode di grande visibilità. Nella società svedese, secondo l’inchiesta, è disdicevole che un ateneo non abbia mai avuto un rettore donna.

Un altro fattore considerato importante dalle donne intervistate per ottenere la parità di genere è la dedizione ai massimi livelli. Il tipo di impegno richiesto è dimostrato dall’obiettivo di ottenere un assortimento di genere su tutta la scala gerarchica. Tutte le donne intervistate hanno ricordato l’importanza della cosiddetta strategia dell’“assortimento di genere” che si è diffusa nelle procedure di nomina e nella formazione di gruppi di lavoro e commissioni ad ogni livello del sistema universitario. Secondo le intervistate, questa strategia di assortimento di genere è riuscita negli ultimi vent’anni a modificare la presenza relativa di uomini e donne nella direzione accademica.

 

Le nuove sfide

Eppure, sembra che sotto alcuni aspetti la supremazia maschile persista, e che l’accesso delle donne alle alte cariche accademiche si sia realizzato solo attraverso tipici schemi di segregazione di genere. Infatti le donne sono diventate rettori e prorettori negli atenei fondati di recente e meno prestigiosi, mentre gli uomini hanno mantenuto tali cariche nelle università più antiche, grandi e prestigiose. Nel 1990, la presenza femminile fra i rettori di collegi universitari era del 21%, mentre nelle università non c’era nemmeno una donna con questa carica [ii]. Nel 2010, i collegi universitari avevano il 48% di rettori donne, le università solo il 37,5%. Nonostante il numero complessivo di rettori uomini sia diminuito, nelle università il dato è rimasto costante fra il 1990 e il 2010. Questo potrebbe indicare l’esistenza di una gerarchia fra i rettori di diversi atenei, e tale gerarchia si ritrova nelle parole delle donne intervistate. In un'intervista un prorettore donna afferma: "Tutti i piccoli collegi universitari hanno rettori donna mentre nelle grosse università la situazione è molto diversa. C’è una rigida scala gerarchica fra le diverse sedi accademiche".

Le donne intervistate non si sono limitate a evidenziare il diverso prestigio della carica di rettore nei differenti atenei, ma hanno anche denunciato il complessivo declino di autorità delle cariche accademiche. Quelli che dapprima erano soprattutto ruoli di rappresentanza, affiancati da un ordinamento collegiale, ora sono diventati incarichi più articolati e comportano anche mansioni amministrative molto impegnative, il che può suggerire che stiano diventando anche meno prestigiosi. Attualmente la dirigenza accademica non aspira a mantenere le antiche tradizioni, ma deve far fronte alla carenza di finanziamenti e ha il dovere di aumentare gli introiti. Questo cambiamento può aver causato del disinteresse verso le cariche accademiche da parte degli uomini, che scelgono piuttosto di mirare a una carriera da “ricercatore d’eccellenza”. Quindi le donne intervistate hanno evidenziato che il processo di femminilizzazione delle alte cariche accademiche è avvenuto non solo a livello quantitativo, ma anche qualitativo: "quando la presenza di donne supera il 50%, la carica perde prestigio. A quel punto, sempre più  donne avranno accesso a tale carica" ha detto a un preside di facoltà donna.

Inoltre, la strategia dell’assortimento di genere comporta conseguenze indesiderate poiché crea un equilibrio che realizza sì l’integrazione femminile, ma solo nei ruoli meno rilevanti. Le donne intervistate hanno criticato la strategia dell’assortimento di genere, sottolineando come essa favorisca gli uomini e ricalchi la segregazione di genere di tipo verticale. I dati numerici lo confermano: vi sono più donne fra i prorettori che fra i rettori, e analogamente più fra i vicepresidi che fra i presidi di facoltà.

Alcune fra le donne intervistate hanno affermato che strategie come l’assortimento di genere provocano un effetto boomerang, poiché le donne vengono tacciate di sovvertire le regole meritocratiche e di ottenere cariche di rilievo non per le loro capacità, ma “soltanto perché sono donne”.  Le stesse intervistate però hanno anche sottolineato l’importanza di un equilibrio di genere a livello quantitativo, e hanno riconosciuto che sia molto difficile ottenerlo senza far uso di strumenti come la strategia dell’assortimento di genere.

 

Bibliografia

Castaño, C., Müller, J., Gonzalez, A. e Palmen, R. (2010) Metodi per la parità di genere nella Scienza e nella Ricerca. Relazione sull’argomento da Meta-analisi di genere e ricerca scientifica.

Commissione Europea (2008) Risolvere il labirinto: più donne al vertice nella ricerca. Bruxelles: Commissione Europea.

Commissione Europea (2009) She Figures 2009. Statistiche e Indicatori sull’Uguaglianza di Genere nella Scienza. Bruxelles: Commissione Europea.

 


[i] In Svezia non esistono statistiche riguardo a queste cariche;  i dati per il 1990 e il 2000 sono tratti dal Registro del Governo Svedese, che cataloga ogni anno tutti i dipendenti governativi. I dati per il 2010 sono tratti dalle pagine web delle università.

[ii] In Svezia ci sono attualmente 38 istituti accademici, 35 dei quali finanziati dal governo. Fra questi, 14 sono università e 21 sono collegi universitari. I collegi universitari sono spesso di dimensioni minori (hanno meno dipendenti e meno studenti), si trovano in piccoli centri, sono stati fondati di recente e percepiscono finanziamenti più modesti per la ricerca rispetto alle università.

In allegato l'articolo di Helen Peterson in versione originale. Con il consenso dell'autrice, nella traduzione italiana sono stati apportati alcuni tagli.