Articololavoro - stereotipi

Occupazione femminile,
come ne parla la stampa

Foto: Flickr/ Pedro Ribeiro Simões

Un'analisi linguistica passa in rassegna come tre grandi quotidiani italiani hanno affrontato la questione dell'occupazione femminile negli ultimi anni. Per superare lo stallo servono anche parole diverse

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L’Italia ha un tasso di occupazione femminile fermo al 51,6% di quasi 14 punti più basso rispetto alla media europea[1]: peggio di noi fa solo la Grecia, ferma al 46,8%. Data la peculiarità di questa situazione viene da chiedersi in che modo la stampa italiana affronti tale questione. In questo articolo viene presentata un’analisi sul modo in cui tre grandi quotidiani italiani (La Repubblica, il Corriere della Sera e La Stampa) affrontano il tema dell’occupazione femminile.

Utilizzando il metodo della linguistica dei corpora applicata all’analisi del discorso[2], sono stati analizzati trenta articoli pubblicati dal 2005 al 2016 sulla versione online dei tre quotidiani. Vediamo ora più nel dettaglio le tendenze deducibili dai risultati ottenuti dall’analisi che si è concentrata sui passaggi degli articoli in cui appare la sequenza “tasso di occupazione”. 

Innanzitutto risulta che in molti casi vengono utilizzate parole ed espressioni che riconducono la questione alla sfera dell’ineluttabilità, della lunga durata, quasi si trattasse di un problema il cui superamento non possa essere considerato realizzabile.

Per descrivere il basso tasso di occupazione femminile in Italia all’interno degli articoli analizzati troviamo espressioni quali: “Eppure il gentil sesso continua a scontrarsi con i problemi di sempre”, “quello femminile resta sempre drammaticamente indietro” (Valentina Santarpia, Corriere della Sera, 4 aprile 2014); “è uno dei talloni d’Achille storici dell’Italia” (Davide Mancino, La Stampa, 7 aprile 2016); “è sempre inchiodato sotto il 50 per cento” (Maria Silvia Sacchi, Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2016) e “le ragazze lo sanno che questo non è un Paese che ama le donne” (Adriana Chieli, Il Corriere della Sera, 17 marzo 2010).

Parallelamente all’uso di tali espressioni e di altre simili, solo raramente vengono fornite soluzioni concrete per il superamento della questione, come nei due passaggi riportati in seguito: 

"Quindi è necessaria una detassazione selettiva per portare il tasso di occupazione femminile dal 46% al 60%". (Corriere della Sera, 2 febbraio 2013).

"Diversi studi hanno messo in relazione la bassa occupazione delle donne con l’assenza di adeguati servizi alle famiglie come gli asili nido. Come quello della Banca d’Italia, sulla riforma dell’ex sindaco di Milano Letizia Moratti che abbassò l’età per l’accesso alla scuola materna che ebbe come effetto l’aumento del tasso di occupazione femminile". (Laura Preite, La Stampa, 07 marzo 2016).

Ed effettivamente, sulle trenta occorrenze analizzate, solo sei volte vengono fornite delle soluzioni concrete per il superamento, almeno parziale, della questione del basso tasso di occupazione femminile in Italia. Oltre a sgravi e incentivi fiscali, una soluzione proposta più volte è quella di un miglioramento dei servizi forniti alla famiglia, con particolare attenzione agli asili nido. Questi ultimi rappresentano un elemento cruciale nella problematizzazione del basso tasso di occupazione femminile in Italia: è spesso proprio a causa del fatto che le istituzioni offrono servizi di cura inadeguati, sia in termini di posti di disponili negli asili, che in riferimento agli orari di apertura insufficienti nel coprire le ore lavorative che le donne si ritrovano spesso costrette a rinunciare al proprio lavoro soprattutto quando ci sono figli piccoli, la cui cura sembra essere ancora una questione prettamente femminile. 

Infatti, nella maggioranza dei casi gli unici soggetti coinvolti nella questione sono le donne, che subiscono questa situazione, in particolare al Sud. I partner maschili, d’altro canto, non vengono mai menzionati, così come raramente entrano in gioco soggetti politici e amministrativi che, con scelte e misure adeguate potrebbero porre rimedio a questa situazione, il cui superamento potrebbe portare a vantaggi economici per tutta la società.

Chi invece entra, a volte, in gioco sono economiste e docenti universitarie che vengono talvolta interpellate per dare maggiore spazio alla questione.

Un’altra tendenza ricorrente è il fatto che per sottolineare la problematicità della situazione italiana, si fanno confronti sia con altri paesi, in particolare europei, che tra le regioni italiane del Nord e del Sud, dove la situazione è ancora più difficile, come evidente nei due casi che seguono: 

"Penultimi in Europa. Negli ultimi mesi ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne; sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al sud il tasso di occupazione crolla al 34,7 per cento". (Claudia Fusani, La Repubblica, 11 febbraio 2008).

"Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l'Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all'occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità". (Rosaria Amato, La Repubblica, 22 febbraio 2010).

Completiamo questa panoramica affermando che non sembrano esserci evidenti cambiamenti diacronici sulla rappresentazione di tale questione nei tre giornali analizzati. Confrontando infatti due estratti pubblicati a distanza di nove anni, l’atteggiamento nei confronti della questione pare essere poco dissimile. Tale immobilità potrebbe essere un’ulteriore conferma del fatto che quello del tasso di occupazione femminile viene considerato un problema duraturo e quasi “ineluttabile”, come, tra l’altro, alcune espressioni utilizzate in riferimento alla questione sembrano suggerire.

"Aumentano le donne alla ricerca del lavoro, ma il tasso di occupazione femminile continua a essere al di sotto del 49%. Tra gli stipendi degli uomini e delle donne c’è sempre un divario insopportabile. Gli asili nido sono al di sotto del fabbisogno e della quota del 33% indicata come target dall’Unione europea". (La Stampa, 10 novembre 2016). 

"Per il tasso di occupazione delle donne, l'Italia si colloca al penultimo posto, davanti solo all'isola di Malta. I paesi nordici sono invece i più virtuosi. Non è solo un problema di una stessa remunerazione per uno stesso lavoro, i fattori all'origine delle differenze, osserva l'esecutivo Ue, comprendono anche la minore valorizzazione delle professionalità, discriminazioni sul mercato del lavoro e difficoltà di conciliare vita professionale e vita privata che per le donne si traduce in un grande ricorso al part-time". (Il Corriere della Sera, 19 luglio 2007).

C’è da dire, inoltre, che non si mette quasi mai in discussione lo status quo basato su una suddivisione dei compiti ancorata alla convinzione secondo cui casa e famiglia sono ambiti principalmente femminili, mentre per gli uomini è più “congeniale” andare a lavorare.

Se l’aumento del tasso di occupazione femminile è strettamente legato a proposte e misure concrete che offrano maggiore sostegno alle famiglie, dall’altra, non può prescindere da un superamento culturale della radicata visione tradizionale dei ruoli di genere che va spesso a limitare desideri e bisogni non solo delle donne, ma anche degli uomini. 

Note

[1] Fonte: Eurostat

[2] Seguendo la metodologia dei corpus-assisted discourse studies (Baker et al 2008, Partington et al 2013), l’analisi del discorso è stata effettuata su elementi lessicali significativamente più frequenti e più rilevanti individuati attraverso gli strumenti e le tecniche della linguistica dei corpora. Si parte quindi da un’analisi quantitativa per passare poi a un’analisi maggiormente qualitativa che prende in esame tendenze delineabili in più testi incentrati su uno stesso argomento. 

Riferimenti

Baker P., Gabrielatos C., Khosravinik M., Krzyżanowski M., McEnery T., Wodak R., A useful methodological synergy? Combining critical discourse analysis and corpus linguistics to examine discourses of refugees and asylum seekers in the UK press, Discourse & Society, 19(3), pp. 273-306, 2008
 
Partington A., Duguid A., Taylor C., Patterns and meanings in discourse: theory and practice in corpus-assisted discourse studies (CADS)(Vol. 55), John Benjamins Publishing, 2013