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Pioniere. Hidden figures,
il diritto di contare

Foto: Flickr/ Allen Avila

Tre matematiche afroamericane e il loro diritto di contare. Da colored computer al contributo fondamentale per i programmi spaziali della NASA. La storia di Katherine, Dorothy e Mary, protagoniste del film Hidden figures

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Colored computer. Letteralmente “calcolatori umani colorati”. Questo erano le tre afroamericane Katherine Goble Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson quando hanno iniziato a lavorare per l’ente federale americano per la promozione della ricerca aeronautica (NACA, National Advisory Committee for Aeronautics, dalle cui ceneri nascerà poi la più conosciuta NASA, National Aeronautics and Space Administration).

Siamo negli Stati Uniti tra il 1958 e il 1962. Grandi slanci futuristici e missioni nello spazio riescono a convivere in stridente contraddizione con antiche ideologie razziste.

Secondo le disposizioni delle cosiddette leggi Jim Crow, la segregazione razziale è viva in tutti i servizi pubblici: bagni, biblioteche, autobus e anche uffici. L’allora famoso principio “separati ma uguali” permette anche l’esistenza di uffici esclusivi per donne “colorate”: segregazione razziale e sessimo in una volta sola. 

Ma facciamo un passo indietro e raccontiamo chi erano queste donne “colorate”. (Che poi, come dice giustamente mio figlio, siamo tutti colorati "noi rosa e loro marroni...non capisco perché dicono di colore e bianchi!").

Katherine Globe Johnson (nella foto) nasce nel 1918 in Virginia, ha un talento innato per la matematica e ne prenderà la laurea quasi ventenne. È la prima donna afroamericana a frequentare dei corsi di specializzazione in matematica, e poi si dedica all’insegnamento. Nel 1953 arriva la sua occasione e viene assunta presso la West Area Computing Unit della NACA: le viene richiesto di verificare manualmente i complessi calcoli elaborati nel centro di ricerca aeronautico. Le colleghe in questa sezione distaccata del Langley Research Center sono ovviamente tutte afroamericane e tutte definite “calcolatori umani colorati”. Tra loro ne spiccano due con la stessa tenacia e lo stesso talento di Katherine: Dorothy Vaughan e Mary Jackson. 

Quando nel 1958 nasce la NASA, tutte le strutture in cui vige la segregazione razziale vengono smantellate, e tra queste anche la West Area Computing Unit. Katherine inizia a lavorare, con non poche difficoltà di accettazione da parte dei nuovi colleghi uomini, presso lo Space Task Group, dove calcola le finestre di lancio e le traiettorie dei voli spaziali. Nell’ambito del programma Mercury, calcola la traiettoria del volo di Alan Shepard, primo astronauta americano ad andare nello spazio nel 1961. È poi la volta, nel 1962, del viaggio orbitale intorno alla Terra di John Glenn che, non fidandosi dei calcoli dei primi computer IBM della NASA, chiede a Katherine di verificare i dati manualmente, portando così gli Stati Uniti al successo nella corsa all’esplorazione spaziale contro la Russia. Katherine continuerà il suo lavoro con la missione Apollo 11 nel 1969, fino agli Space Shuttle degli anni Ottanta.

Ma toriamo a Dorothy, nata nel 1910, anche lei matematica statunitense afroamericana. Quando alla NASA arrivano i primi computer, Dorothy capisce al volo come sfruttare l’occasione. Inizia a studiare autonomamente il linguaggio di programmazione Fortran da utilizzare nei nuovi IBM, per poi insegnarlo alle altre donne del colored computer e ottenere con grande caparbietà la nomina di responsabile di una task force di programmatrici.

Mary, la più giovane delle tre, nata nel 1921 e laureata in fisica e matematica, ha una grande passione per l’ingegneria. Con tenacia e forza di volontà riesce a ottenere il permesso per frequentare dei corsi serali riservati a soli studenti bianchi, diventando nel 1958 la prima ingegnera aerospaziale afroamericana della NASA, abbattendo in un colpo solo quei limiti legati al razzismo e al sessismo citati in principio.

Il film Hidden figures di Theodore Melfi ispirato a questa storia è uscito in Italia lo scorso 8 marzo con il titolo Il diritto di contare.  Si tratta sicuramente un film ben riuscito, in cui forse si è messa da parte un po’ di accuratezza storica per dare maggiore risalto al coraggio e alla forza delle tre protagoniste, magistralmente interpretate da Taraji Henson (Katherine), Octavia Spencer (Dorothy) e Janelle Monàe (Mary). Gli aspetti scientifici sono bene ricostruiti, ma è sicuramente l’impatto emotivo legato anche alle tensioni razziali a trasmettere l’importanza della storia di queste tre donne.

Ed è solo provando a capire quante e quali barriere hanno abbattuto con grandi difficoltà e sacrifici che si percepisce l’importanza delle loro conquiste.

Basti ripetere: prime, donne, scienziate, afroamericane. E ricordarsi di essere in America negli anni ’60.

Donne e scienza: matematica, fisica, ingegneria la loro insolita passione.

Donne e leadership: autonomia, responsabilità, faticosa conquista della fiducia dei colleghi. 

Pioniere: prima di loro nessun'altra, dopo di loro spiragli di speranza.

Il tutto condito ovviamente dalle difficoltà legate al colore della pelle, una particolarità che all’epoca faceva una gran bella differenza.

“Ogni volta che abbiamo una possibilità di successo spostano il traguardo” dice Mary nel film. Ma è proprio il raggiungimento di quel traguardo quasi utopico la più grande conquista. Anche ciò che sembra irraggiungibile può essere alla nostra portata.

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Photo credits: NASA