Articolodiritti - famiglie

Per un post-divorzio al
passo con i tempi

Foto: Flickr/ freestocks.org

Addio "soggetto debole". Il commento.

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Nella stragrande maggioranza dei casi che si trattano nelle aule dei tribunali il livello è molto più basso. Basti pensare che l’assegno medio che il padre corrisponde per il mantenimento di un figlio è di 485,4 euro al mese. Ed è sceso, negli ultimi anni, dato che solo nel 2011 era attorno ai 530 euro. Questa condizione - un ex coniuge che corrisponde un assegno mensile per i figli minori - riguarda il 33,9% delle coppie separate, e quasi sempre (nel 94,1% dei casi) è il padre a corrispondere l’assegno. In un altro 10,1% di casi, l’assegno è dato sia per l’ex coniuge che per i figli; mentre solo nel 10,1% dei casi la somma mensile è corrisposta solo per l’ex coniuge.

Questo per dire che in quasi la metà delle separazioni finisce anche ogni obbligazione economica: non ci sono figli, oppure l’ex moglie è autonoma e autosufficiente. Ma in molti casi - 6 su 10 - mantiene la casa di famiglia, che come si sa è il vero bene che fa la differenza, stanti i costi delle case nelle nostre città. Dunque i numeri ci dicono che molte cose sono cambiate, da quando la legge sul divorzio è stata introdotta. Ci dicono che la separazione riguarda tutti gli strati sociali, e in particolare (poiché sono più numerosi) quelli medio-bassi. Che l’età media in cui ci si separa è tra i 45 e i 48 anni. Che spesso non ci sono figli minori. E che i giudici o il buon senso hanno dovuto seguire le durezze del mercato del lavoro, abbassando gli assegni di mantenimento dell’ex coniuge.

La realtà dei tribunali e degli studi degli avvocati ci dice anche altre cose. Per esempio, che spesso si ricorre ai provvedimenti esecutivi per chiedere l’assegno, poiché l’ex marito non paga, a volte perché non ce la fa. Che molti Comuni, tra le categorie dei nuovi poveri da assistere, hanno introdotto anche la figura dei padri o madri separate, poiché spesso l’evento del divorzio porta la ex-famiglia sotto la soglia di povertà. Che si fa fatica a quantificare l’assegno a cui il coniuge più forte - il più delle volte l’uomo - è tenuto: come pretendere di “mantenere il tenore di vita” con certezza, se per esempio l’ex coniuge è una partita Iva, ha un lavoro precario, saltuario, intermittente? In un mondo in cui tutto è incerto, la legge sul divorzio aveva fatto il suo tempo, rimandandoci a un mercato del lavoro fatto di certezze, di donne casalinghe e di capofamiglia maschi con il posto fisso a vita, magari con la scala mobile. Mentre ora tutto è incerto, e cresce anche il numero delle famiglie nelle quali l’unico reddito è quello femminile.

Intendiamoci: le autorevoli commentatrici che, ricordando le ragioni per cui la legge sul divorzio fu scritta a tutela della donna, fanno notare che la parità è ancora lontana hanno ragione.

L’occupazione delle donne italiane è ancora molto bassa (il 51%), le donne che lavorano guadagnano meno degli uomini, per loro è più difficile fare carriera, ed è ancora gigantesca la mole del lavoro domestico femminile. Ma stiamo molto meglio che nel 1970, anno nel quale la legge sul divorzio fu introdotta. E, anche dopo la sentenza della Cassazione, la ex moglie che non ha lavoro né può trovarlo e non ha casa non vivrà nell’indigenza. Scrivendo però che bisogna «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”», e che è «ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità», la Cassazione ha fatto un grande regalo alle donne italiane. Che, nell’anno 2017, non hanno più bisogno di una tutela paternalista e patrimoniale per esercitare la loro libertà: di sposarsi, e di separarsi.

Questo articolo è stato pubblicato il 12 maggio 2017 sui quotidiani locali del Gruppo L'Espresso.