ArticoloAfrica - storie

Spazio pubblico, corpi e politica.
La giornata di una scrutatrice

Il 14 gennaio 2011 a Tunisi

Lo spazio pubblico e lo spazio politico, passando attraverso il modo in cui le persone possono animarlo, sono strettamente collegati. La rivoluzione tunisina come trasformazione del contesto urbano raccontata da chi c'era, e la presenza delle donne in quel contesto. Un estratto dal libro Una città, una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico

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Ha una dimensione strettamente fisica la vicenda politica di una città che cambia, che rovescia un regime ventennale e avvia processi democratici epocali, importanti per tutto il paese. A Tunisi è successo questo. Rovesciare un sistema autoritario ha voluto dire innanzi tutto riconquistare gli spazi fisici e relazionali, i luoghi di incontro faccia a faccia tra le persone, tra gli sconosciuti. Le vicende di Tunisi a cavallo tra il 2010 e il 2011, che hanno portato alla rivoluzione con la cacciata di Ben Ali nel gennaio del 2011, hanno innescato una trasformazione dello spazio pubblico collegata a una trasformazione della sfera pubblica. La città e i suoi spazi hanno subìto una trasformazione «improvvisa e radicale», osserva Chiara Sebastiani nel libro “Una città, una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico” (Pellegrini editore, 2014). Un’analisi basata sull’osservazione diretta, per buona parte mentre i fatti accadevano, della rivoluzione tunisina, vicenda utile a mettere in luce quanto sfera pubblica e spazio pubblico siano mutualmente costitutivi. Partendo dallo spazio, l’analisi finisce però inevitabilmente per occuparsi dei “corpi nello spazio”. Perché «La trasformazione strutturale dello spazio pubblico a Tunisi attraverso la rivoluzione - si legge nel saggio – ha messo infatti in evidenza quanto, in situazione politiche estreme, il corpo nello spazio pubblico diventi strumento politico», i corpi esposti alle pallottole e le vittime dei tentativi di repressione, «alle donne che su fronti opposti rivendicano la disponibilità del proprio corpo, consapevoli del fatto che esso si trasforma in una posta in gioco in ogni conflitto». *

Di seguito un estratto del libro, tratto dal capitolo “Lo spazio politico: "Se non volete che torni...” (2). Buona lettura!

[…] 

La giornata “storica”, la giornata delle “prime elezioni democratiche del Paese”, la seguo facendo lo shadowing (2) di una rappresentante di lista di una formazione del fronte laico, Sonia. Si inizia alle sette del mattino, all’apertura dei seggi, nel quartiere periferico del Kram dove Sonia vota. Tutto è tranquillo; i militari sorvegliano i seggi. Difficile credere che pochi mesi prima quella sia stata una delle zone calde della Rivoluzione; eppure a due passi da una di queste scuole elementari si trova il posto di polizia ancora in rovine: è stato incendiato tre volte. Ora, nel cortile del- la scuola – spazioso e pulito – di rue Bouachouch si è già formata una lunga fila: sono quasi esclusivamente uomini. Pochi i giovani. Ricordando quanto la società civile abbia fatto per incoraggiare il voto delle donne, non appena ve- do apparire due rappresentanti di lista – donne, giovani, e a capo scoperto – le interrogo. Amina risponde tranquilla, sorridendo: 

Le donne arriveranno più tardi. Devono prima mettersi avanti con le faccende domestiche, devono far fare colazione ai bambini, pensare al pranzo. Io stamattina prima di uscire ho cucinato in grande, ho preparato del cibo per tutta la giornata, degli spaghetti … 

Alle otto del mattino siamo nel centro di Tunisi, nella scuola di Rue Charles de Gaulle, dietro al mercato centrale, vecchio quartiere al cuore della città coloniale, molto misto. Anche l’affluenza alle urne è più composita: vecchi e giovani, uomini e donne, queste ultime con o senza hijab. Sono stati allestiti tre seggi, che contano rispettiva- mente 800, 900 e 500 iscritti. Quando arrivano gli attivisti di Ennahda si riconoscono subito: le donne, più che dal foulard, dal lungo e severo abito marrone; gli uomini, oltre che per la barba, perché portano sporte di viveri e succhi di frutta per coloro che sono impegnati ai seggi. La fila degli uomini resta comunque quasi doppia rispetto a quella delle donne. Ripenso alle voci che correvano negli ambienti dell’opposizione laica: sarà vero che sono state intimorite da Ennahda? Ma che dire allora delle altre voci, secondo cui Ennahda ha pagato la gente per farla votare?

Una testimonianza la raccolgo un po’ più tardi in un’altra scuola. Una donna mi chiede un’informazione in arabo, poi passa ad un ottimo francese. Quando esce dal seggio strofinandosi, come molti, il dito blu con un fazzoletto le dico, scherzosa: 

– Ha fatto presto!

– Hanno fatto passare le signore per prima.

– Spero che siano in testa anche nei risultati … Ma

perché sono in così poche a votare?

– È sempre stato così. A me, sono stati mio marito e mio figlio a dirmi: “Vacci”. Io dicevo: “Non sarà mica il mio voto a fare la differenza”.

Un’altra è quella di Sophie El Gouli, un’anziana scrittrice, minuta e vivacissima, il volto un po’ celato da un enorme paio di occhiali dai colori fantasiosi, incontrata poco dopo in Rue de Russie, che una cugina più giovane ha appena accompagnato a votare. Non è certo donna da farsi consigliare da marito, figli o parenti maschi di sorta, e tuttavia proclama anche lei trionfante: “È la prima volta che voto!”. Emerge così, in quello spazio pubblico interstiziale che in quella giornata fuori dal normale si forma intorno ai seggi e per le strade, un Paese poco noto e sor- prendente, lontano dalle rappresentazioni più correnti. Un Paese dove una generazione di nati nel dopoguerra, socia- lizzati nell’Indipendenza, acculturati in scuole francesi o a forte impronta francofona, affermata in professioni intellettuali e liberali, non ha mai esercitato il diritto di voto.

[…]

 

NOTE

(1) In questo passaggio si racconta la giornata del 23 ottobre 2010, data in cui, a nove mesi dalla cacciata di Ben Ali, si sono tenute le elezioni per l'assemblea costituente. 

(2)  “Seguendo come un’ombra”: metodo di osservazione etnografi- ca. Cfr. Sclavi (2005).

*Il paragrafo introduttivo precendente l'estratto dal libro è a cura di gina pavone.

La foto in apetura è tratta da qui