Oltre Babilonia. Storie di tante donne e di un mondo solo

Per i consigli di letture estive, donne che raccontano il mondo con occhi di donne, inGenere propone un libro di racconti di Igiaba Scego, non una novità, ma un testo sempre attuale e prezioso per riflettere sui temi dell'identità (non solo) di genere. 

Un libro per l’estate? Oltre Babilonia di Igiaba Scego (Ed. Donzelli, 2008): un libro avvincente, che si legge tutto d’un fiato, scritto da una donna giovane che sa raccontare storie e far riflettere attraverso le storie che racconta e che, tra le trame delle vite delle sue protagoniste, lascia sotto l’ombrellone spunti di riflessione su temi molto attuali e troppo spesso affrontati con superficialità.

Oltre Babilonia è un libro molto ricco, come le storie delle sue protagoniste, che si muovono a cavallo di tre continenti ripercorrendone la storia degli ultimi quarant’anni. È un libro pieno di sfumature, di colori (persi e ritrovati) e di suoni. E tutti questi suoni, colori e odori contribuiscono a farci vedere sotto una luce nuova cose, spazi e luoghi che ci sembrava di conoscere bene.

Come in tutti i bei libri anche in Oltre Babilonia si intrecciano dimensioni diverse. In primo luogo ci sono le donne che raccontano il mondo con occhi di donne (ovvero da una prospettiva di genere): donne di carne, sangue, pelle e pensieri, che parlano di sé e del rapporto con il proprio corpo senza ipocrisie e falsi pudori, che raccontano delle proprie madri e delle figlie, delle violenze, degli amori, delle amicizie. E di quanto il genere sia un elemento costitutivo nella definizione dell’identità. In secondo luogo c’é la Storia, intesa come la sequenza di eventi politici e sociali su cui i singoli (e soprattutto le singole) raramente possono esercitare un controllo ma il cui impatto, invece, ha conseguenze sconvolgenti sulle loro vite (e qui si parla di Somalia e di Argentina, con passaggi illuminanti su cosa significhi per una persona nel quotidiano essere un profugo).  C’è poi il tema dell’identità, che non è solo una questione adolescenziale ma un processo di rielaborazione e di adattamento continuo, che riguarda ciascuno di noi, che difficilmente potrà dirsi concluso e che ha a che fare con il dove e come siamo nati, dove e come siamo vissuti, le scelte che abbiamo fatto o non abbiamo fatto, la/le lingue in cui parliamo, pensiamo e sogniamo. E quest’ultimo aspetto, quello delle lingue, è un tema portante del libro, con le protagoniste che si interrogano sulla propria condizione di persone cresciute con “due lingue madri”, caratteristica che le accomuna ad un numero sempre maggiore di cittadini del mondo di oggi.  Ed infine, ma anche soprattutto, c’è Roma: una Roma contemporanea che è un “melting pot” anche più di New York, in cui persone, storie, lingue, odori e sapori si intrecciano per ridefinirne i tratti e conferirle un’identità finalmente composita, meticcia e moderna. Con buona pace di chi crede ancora che essere romani o italiani sia una questione di pelle e sangue. Perché, ed è questo l’elemento che colpisce di più, come ebbe a dire Alessandro Portelli sul suo blog in occasione dell’uscita del libro “in tutto questo plurilinguismo Igiaba Scego, afroitaliana di seconda generazione, viene fuori come una voce intrinsecamente romana: più il libro si spande in un’inclusività globale, più si fa intenso il suo sapore metropolitano locale”.   Per dirla in altro modo: Igiaba Scego ci porta per mano per una Roma che le appartiene e di cui è parte, che ci racconta con parole che sono sue e anche nostre e ci dimostra così, senza quasi neanche dirlo esplicitamente, che le polemiche sulla cittadinanza delle seconde generazioni sono sterili e anche inutili perché esiste già una nuova generazione di cittadini dall’identità composita che si muovono a cavallo di più continenti e che cercano una via, faticosa e a volte anche dolorosa, per tenere insieme i diversi “pezzi” da cui è composta questa loro identità (che non è solo italiana ma è anche italiana). E, anzi, chi rimane fuori dal tempo, ancora incastrato in una “vecchia generazione”, è piuttosto chi non si interroga, chi non vuole fare i conti con la propria memoria, con un passato che a livello Paese preferiremmo rimuovere  - perché Igiaba Scego ha ragione, di Somalia si parla sempre poco e male e non solo di quello che succede oggi ma anche e soprattutto di quello che è successo quando gli italiani, in Somalia, erano colonizzatori - e con un presente di cui si preferisce sottovalutare la complessità  - perché gli italiani non sono razzisti, però, per carità, non parliamo di ridefinire i confini di cosa significhi essere italiano/a oggi. In tutto ciò Oltre Babilonia è un libro che crea empatia, che fa sentire Maryam, Zuhra, Miranda, Mar molto vicine, quasi sorelle, che ci fa vedere somiglianze e punti di incontro, che ci fa acquisire punti di vista diversi e che ci lascia con una vena di ottimismo. Non a caso l’intreccio si chiude con un’antica storia di speranza.

“L’uomo racconta di una rana. L’uomo è del Burundi. E’ uno che raccoglie storie. C’è chi raccoglie pere. Chi, sfruttato, raccoglie i pomodori. L’uomo, invece, infila nella sua sacca parole. Per condividerle. Per non perderle. Nel mezzo del raccolto, un giorno ha trovato una piccola rana. Era caduta in un recipiente pieno di latte. Sarebbe di sicuro affogata. Morta senza che nessuno lo sapesse, Ma lei, la rana, non voleva morire. Non aveva ancora vissuto. Non si era ancora innamorata. Allora pensa. Pensa, finché può farlo. “la mia vita mi piace” dice a se stessa. Sì, la sua vita le piaceva, più di tutte le altre. Ed è allora, dopo questo pensiero, che la rana comincia a sbattere le zampette. Prima piano. Poi sempre più forte. Non vuole morire. Non si è ancora innamorata. Sbatte le zampette. Forte. Fortissimo. Sbatte come può. Come può galleggia. Il latte si muove tutto. Balla. Traballa. Onda tumultuosa. La rana sbatte. Vede che in superficie si è formata una sostanza densa, cruda. Meno acquosa. E’ burro. Allora la rana pensa “Forse mi salverò” E riprende a sbattere forte. Fortissimo. Il latte balla e traballa ancora. Altre onde tumultuose. Altro burro. Va avanti così per un bel po’. E finalmente tutto il latte diventa butto. La rana smette di sbattere. Il burro è solido. Una montagna…alta, altissima. La rana ci salta su in cima. Hop,hop,hop. E così esce dal recipiente. Salva. Finalmente salva! E la piccola rana rientra allegra nella sua vita, come se niente fosse”