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Gestazione per altri, una rassegna

foto Flickr/Phalinn Ooi

Il dibattito attorno alla gestazione per altri, la cosiddetta surrogacy, che si è infelicemente riaperto proprio in concomitanza della discussione parlamentare sul ddl Cirinnà, ha visto alternarsi al suo interno posizioni assai diverse, prestando il fianco all’allargarsi di una spaccatura tra oppositori e sostenitori della pratica attualmente illegale nel nostro paese, ma anche a tanta confusione.

Il disegno di legge sulle unioni civili, da molti temuto come un cavallo di Troia per far passare la surrogacy in Italia, non parlava infatti di gestazione per altri ma di stepchild adoption, vale a dire della possibilità da parte del partner di una coppia omosessuale di riconoscere il figlio biologico dell’altro o dell’altra partner. Niente a che vedere con la pratica degli uteri in affitto, a cui ricorrono in diversi paesi, lo ricordiamo, soprattutto coppie eterosessuali – e pochissimi gay – e che merita invece una adeguata e documentata discussione, una discussione che tenga conto anche del fatto che "vietare per legge" significa relegare alla clandestinità e allo sfruttamento una pratica già diffusa in diverse regioni del pianeta.

Per questo abbiamo raccolto gli interventi che nelle ultime settimane ci sono sembrati più attenti a cogliere tutta la complessità di una questione delicata che riguarda, in primo luogo, il corpo delle donne e la vita dei bambini.

Sulla differenza che passa tra step-parent adoption e maternità surrogata, a fare chiarezza è Yasmine Ergas che su Pagina99 si pone e ci pone una domanda chiave: "se la gestante non è una madre, cosa – e chi – è?" 

La prima a mettere in guardia dalle definizioni frettolose e imprecise è Michela Murgia, che su L’Espresso dipana una raffinata e necessaria analisi attorno alla questione del dono e del mercato, e invita a distinguere tra maternità e gravidanza. “Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé - e lo sappiamo tutte - può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro" ci ricorda la scrittrice. "Di conseguenza è improprio discutere anche di maternità surrogata. Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt'altro che ozioso, perché la legge italiana - entro i limiti che conosciamo - permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre, sia attraverso l'interruzione di gravidanza, sia attraverso la rinuncia permanente a curarsi del neonato".

“Non permettiamo che l'io non lo farei diventi allora tu non lo devi fare” ammonisce Emma Bonino che intervistata da Repubblica continua: “Per favore, quando si tratta della vita intima delle persone, entriamo in punta di piedi”. 

Sempre su Repubblica, in un’intervista rilasciata il 13 febbraio, è Paola Tavella a immaginare come potrebbe essere una surrogacy legalizzata: “stabilendo per legge quello che si chiama “diritto prevalente della madre”. Se la madre cambia idea, non vuole più il bambino commissionato, (oppure, ndr) decide di non consegnarlo e tenerlo per sé, in qualunque momento lei deve poter scegliere. Non le può essere imposto di abortire, come avviene ora se il committente cambia idea. Questa norma deve diventare inderogabile in tutto il mondo. Sono per vietare la surrogacy a pagamento: se c’è una transazione commerciale stiamo vendendo e comprando esseri umani. Ma se una delle mie sorelle fosse stata sterile e mi avesse chiesto di fare un figlio per lei forse ci avrei pensato. Un atto d’amore, gratuito, e al bambino venga detta la verità sulla sua origine, apertamente”.

Un punto cruciale e troppo spesso inesplorato, quello dell’amore e del desiderio, che ci porta al cuore della questione: cosa pensano le donne che fanno la gestazione per altri nei paesi in cui la pratica è legale? Cosa sentono quelle in nome di cui tutti parlano? Il loro punto di vista viene puntualmente ignorato da sostenitori e oppositori della surrogacy. In un articolo comparso su inGenere il 18 febbraio, e che ha ricevuto migliaia di condivisioni sui social network, a svelarci l’etica delle surroganti è Zsuzsa Berend, etnologa americana che da dieci anni studia i vissuti delle donne che negli Stati Uniti offrono il proprio corpo per una gravidanza. 

A raccogliere interventi di pensatrici e intellettuali per "respingere il diktat proibizionista che sta dominando il dibattito e riaprire uno spazio per la riflessione femminista" ci ha pensato la rivista Leggendaria con un numero curato da Anna Maria Crispino e Giorgia Serughetti intitolato Mamme mie, alcuni estratti sono disponibili sul blog femministerie.