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Se tornare è impossibile

Foto: Unsplash/ Rostyslav Savchyn

Tutti pensano ai migranti che arrivano in Europa ma nessuno si preoccupa di quelli, e quelle, che sono costretti a tornare da dove sono partiti - perché i soldi e le energie non sono stati sufficienti, perché non hanno superato la frontiera e sono stati rispediti indietro dalle autorità, perché, se sono donne, sono state stuprate e sono rimaste incinte, perché hanno conosciuto le violenze e i soprusi nei centri di detenzione.

C'è chi ha ricominciato a raccogliere i soldi per provarci di nuovo, chi giura che se avesse saputo di dover assistere a tali atrocità non ci avrebbe mai nemmeno provato, chi si sente giudicato dalla comunità di partenza, chi non viene più riconosciuto, chi non si riconosce più nel luogo da cui aveva deciso di partire.

Lo racconta in un lungo articolo Anemona Hartocollis che per il New York Times ha intervistato alcune donne e uomini che negli ultimi anni sono rientrati in Africa dopo aver affrontato barriere naturali e umane e aver assistito a torture e morti in mare.

Secondo le stime sottolinea Hartocollis "una persona su quattro che emigra alla ricerca di opportunità torna nel suo paese di nascita - in alcuni casi per scelta, in altri no". Dal 2017, ricorda l'articolo "l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha aiutato più di 62.000 migranti a tornare in 13 paesi dell'Africa occidentale e centrale, trasportati su voli charter e autobus organizzati dall'agenzia. Molti hanno affermato di voler tornare a casa dopo essere stati detenuti in condizioni disastrose nei centri di detenzione libici, come quello di Tajoura che è stato bombardato all'inizio di luglio, evento in cui sono rimaste uccise più di 50 persone".

Il problema, commenta Hartocollis, è che nella maggior parte dei casi dall'altra parte non c'è nessun benvenuto, e nonostante i programmi internazionali di reinserimento per i migranti che tornano, una volta terminato il supporto iniziale, queste persone restano sole.

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