Recensionelavoro

In & out. I percorsi tribolati
nel lavoro pagato

Donne inglesi e italiane, dal dopoguerra in poi. Un libro di Cristina Solera mette a confronto le dinamiche dell'occupazione femminile nei due sistemi, tra loro assai diversi, e nel susseguirsi delle generazioni. Con alcune sorprese

L’obiettivo del libro di Cristina Solera "Women in and out of paid work" è il mettere  al centro dell’analisi le donne e il loro rapporto con il lavoro: scelta che è anche, a mio avviso, uno dei maggiori pregi del volume. Per gli esperti di questo tema, in massima parte studiose appartenenti al mondo accademico internazionale, alcuni dei risultati presentati nel libro non sono nuovi (si vedano i numerosi rapporti del gruppo Experts on Gender, Social Inclusion and Employment della Commissione Europea, in particolare, EGGSIE 2005). Tuttavia, il contributo dell’autrice sta nell’aver collegato, con un filo logico che si dipana attraverso il ciclo di vita familiare, gran parte delle complesse problematiche affrontate dalle donne nelle scelte che riguardano l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro in presenza di numerosi vincoli. Lo studio si prefigge di analizzare l’evoluzione della condizione occupazionale femminile concentrandosi sulle determinati dei cambiamenti che si sono susseguiti nel tempo tra diverse generazioni di donne dal dopoguerra ad oggi in Italia e Gran Bretagna. I due paesi sono interessanti da confrontare per la loro contrapposizione: l’Italia quale rappresentante dei mercati del lavoro mediterranei, dove il modello familiare del male breadwinner ha ancora un ruolo dominante e le istituzioni sono poco flessibili e tendenti a tutelare chi ha già un’occupazione; la Gran Bretagna, quale rappresentante dei mercati del lavoro anglosassoni, dove il modello familiare double earner è molto diffuso e ci sono più opportunità di lavoro, anche se la flessibilità può avere lo svantaggio di confinare le donne in occupazioni marginali.

I livelli di analisi sono dunque due: il paragone tra paesi e il paragone tra generazioni. Circa il paragone tra paesi, i risultati mostrano che, in tutte le coorti, le donne italiane che non iniziano mai un percorso lavorativo sono molte di più delle donne britanniche; inoltre, le donne britanniche sperimentano più transizioni nel ciclo di vita e hanno più probabilità di rientrare nel mercato del lavoro se ne sono uscite; le donne italiane quando ne sono uscite, molte volte non rientrano più. Fin qui i risultati in qualche modo già noti in letteratura, che hanno come sfondo la più lunga storia di industrializzazione della Gran Bretagna, dove il settore dei servizi si è sviluppato prima e il part-time ha favorito la conciliazione dell’impegno lavorativo con l’impegno familiare.

Assai originali, invece altri due risultati. Il primo mostra che, per la permanenza nell’occupazione, l’appartenenza a una classe sociale - approssimata dal livello di inquadramento e specializzazione dell’occupazione ricoperta - conta di più in Gran Bretagna, nel senso che l’appartenenza a classi sociali più elevate induce un maggior attaccamento al lavoro; mentre in Italia conta ancor di più il livello di istruzione. L’autrice spiega questa evidenza con la rigidità del mercato del lavoro italiano: a prescindere dalla posizione lavorativa, le occupate con più elevati livelli di istruzione sono poco disposte ad allontanarsi dal mercato del lavoro, considerando le difficoltà che potrebbero incontrare per rientrarvi. Come se in Italia, più che in Gran Bretagna, l’istruzione avesse la funzione di emancipare le donne orientando le loro preferenze verso il lavoro pagato. Il secondo risultato nuovo riguarda il “rischio” di uscire dall’occupazione e la sua connessione con la presenza di figli piccoli. La figura che segue è riferita alle donne che presentano una carriera discontinua, avendo interrotto il lavoro almeno una volta entro i 35 anni di età. Essa mostra la distribuzione delle interruzioni per fasi del ciclo di vita e per coorte di età. In Gran Bretagna, poiché i congedi per maternità sono molto brevi e i servizi pubblici di cura della prima infanzia scarsi quasi come in Italia, la presenza di figli piccoli aumenta la probabilità di uscire dal mercato del lavoro più che in Italia, dove almeno le reti familiari garantiscono un supporto per la cura dei bambini.

 

Distribuzione percentuale delle interruzioni del lavoro per fasi del ciclo di vita e per coorte di età.

Nota. Solo donne che interrompono il lavoro entro i 35 anni. La somma per coorte è uguale a 100.

Fonte: C. Solera, 2009, pag.130

 

Questo perché in Gran Bretagna le donne hanno più occasioni per ritornare al lavoro di quante ne abbiano le donne italiane che, quando sono occupate, possono contare su congedi lunghi e l’aiuto dei nonni. Per le donne italiane è più difficile entrare nel mercato e per questo, quando sono entrate, tendono a non uscirne. Il fatto che in Italia la principale causa di interruzione dell’attività lavorativa, sia, anche per le generazioni più giovani, il periodo che precede il matrimonio e non la nascita dei figli si potrebbe spiegare proprio così: il matrimonio, per molte collegato con la scelta di avere figli, induce a lasciare il lavoro per sempre, anche in considerazione della scarsità di servizi di cura che non permettono, a chi non ha aiuti esterni né capacità di reddito sufficiente, di compiere la scelta riproduttiva con tranquillità.

In conclusione, questo tipo di studi, ancora in numero limitato se paragonato ad altri ambiti scientifici, è fondamentale per la diffusione della conoscenza dei fatti e dei numeri che dimostrano l’esistenza di discriminazione nei confronti delle donne. Discriminazione che si manifesta in maniera talora evidente, per esempio con differenziali salariali sfavorevoli, talora nascosta, per esempio attraverso la scelta di rinunciare a partecipare al lavoro pagato. Le evidenze che emergono anche da questo studio sono indispensabili per sostenere e alimentare un dibattito politico ed economico che contribuisca a raggiungere la parità tra donne e uomini.

Riferimenti bibliografici:

EGGSIE (2005), “Reconciliation of work and private life”, Group of Experts on Gender, Social Inclusion and Employment, European Commission Directorate-General for Employment, Social Affairs and Equal Opportunities.

 

Cristina Solera, Women in and out of paid work. Changes across generations in Italy and Britain. The Policy Press, 2009, pp. 228.