Articolocura - lavoro domestico

18 uomini raccontano
il lavoro di cura

Il lavoro di cura pesa ancora quasi sempre sulle spalle delle donne, ma ci sono anche uomini che si dedicano all'assistenza di un familiare anziano o malato. Luciana Marinari ne ha intervistati alcuni, per capire che cosa pensano

Articoli correlati

Il decreto "Rilancio" include finalmente le assistenti familiari e domestiche ma purtroppo in modo ancora parziale, sopratutto pensando al futuro post-emergenza. Maddalena Vianello intervista le ricercatrici e le attiviste che hanno lanciato l'appello Verso una democrazia della cura

Le assistenti familiari sono ancora in attesa di essere incluse nelle misure che il governo ha attivato per attutire gli effetti della crisi. Il commento di Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf, associazione di categoria del lavoro domestico e familiare

La reclusione forzata conseguita alla pandemia permetterà a donne e uomini di negoziare la condivisione dei carichi di cura e muoversi verso un riequilibrio dei ruoli domestici? Prime ipotesi a partire dai dati sulla gestione quotidiana del tempo

Con l'epidemia da coronavirus le famiglie italiane hanno smesso di pagare assistenti domiciliari, colf e baby sitter. Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, propone una sanatoria nazionale e misure strutturali di welfare

Gli studi mostrano che il lavoro domestico nella famiglia italiana continua a essere prevalentemente sulle spalle delle donne che vi dedicano in media quattro ore e quaranta minuti al giorno contro un’ora e cinquantaquattro minuti degli uomini. E in vent’anni i cambiamenti nell’impegno nel lavoro familiare sono stati minimi. Gli uomini italiani sono quelli, in Europa, che dedicano meno tempo al lavoro domestico routinario, non arrivano a mezz’ora al giorno.[1] Va detto, oltretutto, che questo tempo è speso perlopiù giocando con i figli.

In questa ricerca, ho voluto indagare sul fenomeno, senza dubbio non molto comune e anche poco conosciuto, degli uomini che si occupano dei propri familiari anziani e/o portatori di handicap.[2] A tal fine, tra il 2015 e il 2016, ho intervistato diciotto uomini con il metodo dell’intervista semi-strutturata. Le persone intervistate sono state individuate in parte con il passaparola, in parte grazie alle segnalazioni pervenute da Sandro Casanova, responsabile dell’Associazione Maschileplurale di Bologna e in parte, e infine, grazie al Centro Alzheimer di Senigallia che, tramite le sue dirigenti, mi ha messo in contatto con alcuni familiari che hanno accettato di essere intervistati. La maggior parte degli intervistati abita a Senigallia (in provincia di Ancona, nelle Marche) ed è stata intervistata nella propria abitazione. Altri, che abitano in altre città, hanno rilasciato le interviste via e-mail per ragioni logistiche. Come detto, gli uomini intervistati sono diciotto e al momento dell’intervista avevano tra i 42 e gli 85 anni. 

Nove di loro curavano la madre, uno padre e madre, quattro la moglie, due la zia e lo zio, uno la sorella, uno la nipote. Uno tra gli intervistati, oltre allo zio ha curato il proprio compagno. 

Riguardo alle mansioni svolte dagli intervistati, dodici facevano direttamente lavoro di cura, col solo aiuto del welfare statale (dalle 4 alle 6 ore settimanali). Sei di essi si limitavano ad assistere i propri familiari nelle visite specialistiche e presso le strutture sanitarie che li accoglievano. Solo tre hanno fatto ricorso al sostegno della badante a tempo pieno. Tutti gli altri, oltre al welfare statale, hanno fatto riferimento ai familiari, figli o parenti, per farsi aiutare.

Per quanto riguarda invece la professione, al momento dell’intervista uno era educatore/formatore nelle scuole, uno impiegato, tre insegnanti. Gli altri erano pensionati (e tra di essi quattro erano medici, sei impiegati pubblici, uno cuoco presso l’Ospedale di Senigallia, uno insegnante e uno fisioterapista). Tutti avevano un titolo di studio di scuola superiore e otto anche la laurea.

Molti dunque erano pensionati, solo cinque avevano figli, molti erano gay.

Il tempo a disposizione, per diversi di loro, poteva essere molto, fatto che ha permesso loro di scegliere di curare i propri familiari in difficoltà senza doversi dividere tra lavoro di cura e lavoro professionale, e/o tra cura dei figli e cura delle persone non autosufficienti.

La ricerca condotta su questo gruppo di uomini che curano persone della propria famiglia, senza dubbio limitato e con caratteristiche peculiari, rivela tuttavia un fenomeno nuovo, di notevole interesse per gli studi sul lavoro di cura e i ruoli di genere. Gli uomini intervistati nel corso dell’indagine non mancano di fare qualche osservazione sulla carenza di servizi sociali o sui costi per impiegare personale a pagamento. Tuttavia, non citano queste carenze quale principale ragione della loro scelta di dedicarsi al lavoro di cura. E se hanno scelto di curare un familiare non è neppure per spirito di sacrificio o per ottemperare agli obblighi dell’educazione ricevuta. 

La cura è stata una libera scelta: curano per amore, soprattutto della madre. Curano per restituzione, come un dono. Ecco che cosa dice un intervistato: “Negli anni in cui lei ha avuto bisogno di me mi sono sentito materno verso di lei. Ero consapevole che ci eravamo scambiati i ruoli e questo mi dava gioia, perché sentivo che si può essere genitori anche senza avere avuto figli”. Curano perché lo hanno visto fare alle loro madri. Per certi versi sono uomini che potrebbero essere considerati all’antica, rispetto ai valori della famiglia tradizionale. Al contempo sono uomini che, presi dall’urgenza di mantenere vincoli familiari e anche fortemente vincolati dall’amore di sé e del proprio familiare, fanno qualcosa di nuovo. Sono protagonisti di nuovi eventi che si consumano nel silenzio delle mura domestiche. Sono uomini che cominciano a occupare spazi femminili.

Però non si rifugiano in casa, quasi a nascondersi, come molte cronache raccontano. La persona di cui si prendono cura viene quasi esibita. “Tutte le mattine porto mia moglie malata di demenza semantica e che curo da più di dieci anni, a fare colazione al bar, a trovare gli amici... poi torniamo a casa e prepariamo il pranzo, racconta uno degli intervistati. Oppure vanno in giro la sera con gli amici: “Mia zia non ha mai girato tanto come adesso, l’ho portata a cena fuori con i miei amici finché è stato possibile”. Questi uomini danno molta importanza al lavoro di cura, dicono che è un lavoro impegnativo e che non ha scadenze. Ecco le parole che usa un altro intervistato: “Il lavoro di cura è molto importante, la vita in fondo è un lavoro di cura continuo e reciproco... è stato il periodo della mia vita che mi ha dato più senso, sentivo di fare una cosa buona e giusta”. Questi uomini mostrano una grande determinazione a non mollare, a rimanere attivi e pieni di energia. Dice un altro a tale proposito: “Bisogna star bene per aiutare gli altri, se stiamo male 'dentro' non possiamo aiutare nessuno. Vado in piscina due volte la settimana, amo cucinare per la famiglia, per i nipoti”. 

Sollecitati a riflettere in prospettiva di genere sulla cura, sul loro essere uomini che svolgono attività generalmente considerate femminili, gli intervistati di solito non percepiscono il fatto di essere caregiver come qualcosa che sminuisce la loro identità maschile. Ecco come spiega la sua posizione un intervistato appartenente al gruppo di Maschileplurale: “Mi piace essere e sentirmi un uomo capace di relazioni di cura, è un bel modo di vivere. È vero che sono lavori culturalmente affidati alle donne, ma per fortuna non mi è mai appartenuta questa cultura patriarcale. Se imparassimo a vivere le nostre relazioni, il mondo sarebbe decisamente migliore e noi saremmo più felici”. Sembra anzi che la cura metta alla prova molti intervistati sulla capacità di stare nella difficoltà, di misurare la propria tenuta, un atteggiamento combattivo che per certi versi appare coerente con forme di maschilità 'virile', improntate alla capacità di essere 'forti' nelle avversità. Ma emerge anche un modo nuovo di riflettere sull’essere uomo in una società che fa fatica a uscire dai ruoli tradizionali. Questo procedere verso la consapevolezza maschile è un cammino lungo e articolato, a volte non visibile e al quale occorre dare visibilità.

La cura è stata il terreno sul quale si sono decisi e separati i destini di uomini e donne. Ragionare sulla cura ha aiutato a costruire un’immagine della differenza di genere che da una diversità biologica edifica un sistema culturale di ruoli, compiti e destini dei due sessi. Riflettere sulla cura, dunque, ci aiuta ad aprire le quinte su tutta la complessità della relazione tra i generi. Nella mia ricerca ho intervistato uomini che si misurano con il lavoro di cura dei propri familiari. Sono uomini che escono dai confini rigidi della cultura ricevuta, la loro identità maschile non è segnata da norme prestabilite, anzi a volte sconfinano da quelle terre conosciute e si aprono a nuovi spazi di realizzazione. Il loro atteggiamento non è di tipo sacrificale: non devono fare i conti con secoli di storia oppressiva come succede per le donne. Emerge una differenza sostanziale nel modo di esplicitare la cura. Gli uomini, o almeno quelli da me intervistati, continuano a vivere e a essere felici. Come accennato, si tratta di persone per certi versi privilegiate, che hanno disponibilità di tempo e non hanno particolari problemi di denaro. Si tratterà comunque di capire se rappresentano l'avanguardia di un movimento più ampio o se si tratta invece di eccezioni che confermano la regola della scarsa partecipazione maschile al lavoro di cura.

Note

[1] Renzo Carriero e Lorenzo Todesco, Indaffarate e soddisfatte: donne, uomini e lavoro familiare in Italia, Carocci 2016, p. 69

[2] Questo articolo nasce da una tesi magistrale in filosofia sul tema della cura in una prospettiva di genere. Partendo dalla riflessione teorica sull’argomento, la tesi ha dedicato attenzione da un lato al fenomeno delle “badanti” e, dall’altro, al lavoro di cura svolto da uomini verso persone della propria famiglia.