Politiche

C'è bisogno di recuperare la storia dei nidi per renderli un servizio migliore e un reale aiuto alle famiglie di oggi. Laura Branca racconta quella di Adriana Lodi, che insieme ad altre inventò gli asili pubblici a Bologna, per permettere alle donne di lavorare

Adriana Lodi e
la storia dei nidi

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Foto: Unsplash/ Chris Curry

La storia dell'opposizione maschile all'emancipazione della donna è forse più interessante della storia dell'emancipazione stessa”, scriveva Virginia Woolf nel suo Una stanza tutta per sé. Una frase che mi è tornata alla mente grazie a tre piccoli fatti. 

Qualche tempo fa ho assistito a un incontro pubblico di giovani madri che discutevano di lavoro e maternità, un incontro organizzato dal circolo Arci bolognese. Le donne che si alternavano al microfono elencavano le numerose difficoltà che avevano a crescere i propri figli e a continuare a lavorare. Presto un coro di voci si è unito in un tema comune: l’inefficacia degli asili nido. Gli orari, raccontavano sono troppo rigidi, troppo ridotti, gli inserimenti troppo lunghi, i calendari troppo brevi”. E via di questo passo. Quelle giovani donne bolognesi che frequentavano ambienti politici di sinistra non avevano la minima conoscenza di come fossero nati i nidi, di quali lotte le donne avevano affrontato per aprirli e non avevano mai sentito nominare Adriana Lodi, assessora della loro stessa città che nel ‘69 aveva inaugurato il primo nido comunale. E questo nonostante un paio d’anni prima Bologna e la sua università le avessero riconosciuto premi importanti e avessero fatto una mostra sui nidi.  

Alcuni mesi dopo, visitando una mostra che celebra i cento anni del Partito comunista italiano, con un certo disappunto, ho notato che per gli asili nido non si spendevano che poche e fugaci parole e Adriana Lodi non veniva affatto menzionata. Eppure era il cinquantesimo “compleanno” dei nidi e nella rivoluzione del sistema educativo, a cui il Partito partecipò con grande slancio, i nidi sono certamente stati una delle più significative conquiste realizzate. 

Qualche settimana fa il Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi) ha espresso apprezzamento rispetto “all’elevato spessore culturale contenuto nel documento Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l'infanzia”. Il documento di elevato spessore accompagna e definisce la nuova legge, la 65/16, nota anche come 'Buona Scuola', che ha mandato definitivamente “in pensione” la 1044 che istituiva gli asili nido comunali a livello nazionale nel 1971. Il Cspi prima di chiudere il suo autorevole parere fa una precisazione storica davvero curiosa “… si deve  menzionare l’opera di Maria Montessori, attraverso il progetto di una formazione dedicata per assistenti all’infanzia realizzata già nel 1947 con lo specifico compito di creare un profilo professionale competente nella cura del neonato e nell’educazione alla genitorialità”.

Menzione corretta, ma perché nemmeno tra gli esperti si cita Adriana Lodi? Il suo nome sparisce dalla memoria collettiva, dalla memoria locale, dalla memoria dei compagni e delle compagne e dalla memoria degli esperti. Da questa cancellazione io vorrei partire, perché credo che in questo modo si possa giungere a spiegare le spinose questioni del nostro presente.

Perché nidi sono tanto importanti

Prima di raccontare la storia di Lodi e la conquista dei nidi che non si deve comunque solo a lei, sia chiaro, ma a tante donne, a tante politiche e sindacaliste, alle femministe di sinistra, vorrei tentare di sottolineare quanto i nidi siano importanti. Perché credo che non si conoscano gli effetti benefici che questi servizi per i più piccoli siano riusciti a raggiungere. In fondo, non sono un po’ vecchi e poco utili, come lamentano le giovani bolognesi?

Ci tengo a dire subito, e con grande chiarezza: i nidi sono uno dei migliori e più complessi servizi che siano mai stati realizzati in Italia. Il risultato più evidente è che le donne possono continuare a lavorare anche dopo la maternità e questo è un fatto nonostante le lamentele delle giovani madri. Nei territori dove contiamo più nidi abbiamo anche un maggiore numero di donne impiegate. 

Altro straordinario risultato, mai abbastanza sottolineato, è che i nidi hanno portato cambiamenti nell’ordine familiare: hanno dato una bella spallata al patriarcato maschilista. Se oggi è consueto incontrare papà che curano e assistono i figli è anche perché i nidi, aiutando le donne a continuare il lavoro fuori casa, hanno favorito la distribuzione del carico di lavoro di cura tra padri e madri. Ma c’è molto di più.

La letteratura sul tema ormai ha mostrato come i bambini che frequentano buoni (sottolineo buoni) servizi educativi sono meglio integrati nella società e conseguono migliori risultati scolastici e maggiori titoli di studio. I nidi portano anche salute perché è certo che sono individuate con maggiore celerità malattie e disturbi sui quali prima si agisce migliori risultati si ottengono. Per citarne uno: il premio Nobel per l’economia James Heckman sostiene nelle sue ricerche che frequentare dei buoni (torna la parola buoni) servizi educativi sia uno dei migliori investimenti che una pubblica amministrazione possa fare: perché guadagnerà, nel tempo, quattro volte quello che ha investito. Proprio per tutti questi motivi oggi il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) assegna diversi miliardi all’estensione dei nidi.   

La storia di Adriana Lodi     

Quando Lodi è stata eletta assessora al comune di Bologna, nel '65, aveva già avuto esperienza diretta degli asili. Aveva inserito suo figlio in un asilo dell’Opera nazionale maternità italiana (Omni), servizi avviati durante il tempo del fascismo che offrivano cibo, cura, pulizia e sanità ai bambini prevalentemente poveri, o con situazioni famigliari difficili, con età compresa tra i pochi mesi e i tre anni.

Resistette solo pochi giorni, poi si decise ad affidare il figlio ad un parente. Gli Omni non erano adatti al benessere dei bambini che venivano introdotti in struttura attraverso una finestrella, venivano spogliati e rivestiti con gli abiti di stato e poi messi a sedere per la maggior parte del tempo. Non c’erano giochi e i più piccoli erano lasciati in culle dalle sbarre molto alte così che i più grandi non facessero loro del male. Lodi capì che gli asili avrebbero dovuto cambiare profondamente per offrire un reale aiuto alle famiglie.

Il problema era importante e la soluzione doveva essere all’altezza delle sfida, perché la società italiana si evolveva in fretta. Prima di immaginare un nuovo modello Lodi studia gli altri nidi presenti sul territorio nazionale. Visita La casa del Bambino di Roma, avviata fin dagli inizi del novecento da Maria Montessori e visita l’asilo aziendale a Ivrea di Adriano Olivetti. Poco dopo, quasi casualmente, viaggia nel nord Europa e visita un nido a Copenaghen. Torna a Bologna ispirata, carica di fotografie, di schizzi e progetti per realizzare un nuovo tipo di nido. Immagina un luogo aperto a tutti, e non più destinato ai soli poveri, come erano le case del bambino, e non più aziendale dove i bambini erano selezionati a seconda del lavoro dei genitori, come quello di Ivrea.

I nuovi nidi per Lodi devono essere pubblici a gestione comunale così da essere particolarmente vicini alle esigenze dei cittadini e a conoscenza delle reali esigenze del territorio. Abbandonare il modello statalista degli Omni e avviare un modello più snello e più vicino alle esigenze degli utenti diventa allora indispensabile: le famiglie vengono messe al centro di una relazione e di un dialogo continuo tra educatori, operatori, pedagogisti, pediatri, amministratori e politici.

Vista la complessità della missione educativa che i nidi ideati da Lodi si ponevano, le educatrici sarebbero state affiancate da pedagogisti e supportate dall’università. Prima di aprire i nuovi nidi si avviò una scuola dedicata al percorso formativo di queste figure professionali, che dovendo aiutare nel concreto le donne nel mantenere il lavoro offrivano orari e calendari adatti alle loro esigenze.

Il nido ideato da Lodi accordava così un'offerta educativa di qualità con le necessità di conciliazione dei genitori. Prima di lasciare Bologna Lodi avviò in città quattro nidi, nonostante le innumerevoli difficoltà. Bologna, sia chiaro, non viaggiava da sola, erano tante le città, soprattutto in Emilia Romagna, che nello stesso periodo aprivano nidi comunali. Il modello di riferimento era quello avviato da Lodi: un luogo pubblico, aperto a tutti e che diffondeva cultura pedagogica.    

Dal particolare al nazionale

La legge nazionale 1044 entra in vigore due anni dopo, nel 1971, grazie al lavoro di Lodi e di tante altre donne del Pci, sorretta da femministe e da sindacaliste. Nella legge era previsto un piano d’investimento quindicennale per realizzare molti altri asili nido che però venne rispettato solo in parte.

In cinquant'anni di attività, i servizi educativi hanno avuto una vita molto difficile, sono mancati finanziamenti e le leggi via via introdotte hanno posto ai comuni tanti limiti che hanno impedito spese e assunzione di personale. Questi limiti sono stati aggirati aumentando le tariffe e contraendo la spesa. Oppure smantellando il pubblico e affiancandolo sempre più a gestioni private, meno costose ma che non garantiscono la medesima qualità. Non a caso oggi abbiamo pochissimi nidi in periferia e nel sud del paese, contro un discreto numero al centro-nord e nelle città. 

La qualità è cresciuta con le educatrici

Oltre al nome di Adriana manca nella memoria storica anche un nome, un nome comune, plurale ma sempre femminile: quello delle educatrici. Molte delle educatrici che hanno avviato questi servizi hanno scelto questa professione convinte di poter portare un cambiamento sociale. Nel tempo hanno creato una fitta documentazione, hanno sperimentato nuovi metodi educativi per i bambini, hanno provato modelli organizzativi diversi, colloqui e incontri con famiglie differenti, hanno osservato e riconosciuto difficoltà e successi dei bambini. Sempre più di frequente sono riuscite a individuare precocemente malattie e ritardi dello sviluppo. 

In cinquant'anni di attività, i nidi sono cambiati in tanti modi, perché accogliendo le nuove, anzi nuovissime generazioni, hanno dovuto per la loro stessa natura adattarsi, pur rimanendo fedeli all’impianto politico che li aveva concepiti.

I nidi oggi e la nuova legge

La legge 65/16 ha indubbiamente alcuni meriti. Riconosce ai nidi finanziamenti permanenti da parte dello stato pur mantenendo la gestione comunale. Salda il servizio rivolto ai bambini da 0 a 3 anni con quello per i bambini dai 3 ai 6 anni di età, come già da tempo si fa nel resto dell'Europa. Ma la nuova legge ha anche tante debolezze: prima tra tutte il non riconoscere l’importanza della gestione pubblica. Oggi i nidi a gestione diretta sono il 50% dell’offerta totale, l’altra metà è composta da soggetti privati, che essendo privati devono necessariamente fare i conti con i guadagni.

La legge non dice nulla su standard minimi contrattuali e salariali dovuti ai dipendenti. Non rende i nidi gratuiti e non argina nemmeno con dei paletti i costi delle rette che oggi arrivano, nel pubblico, anche a superare i 500 euro mensili. Lo sviluppo dei nidi, se nulla cambia, è destinato a crescere solo con soggetti privati. 

Due appelli per chiudere

Questa non conoscenza della storia dei nidi, questa dimenticanza di nomi favorisce una precisa gestione politica molto diversa da quella immaginata e realizzata da Lodi. Si favorisce una crescita nel privato e non si riconosce l’importanza e la delicatezza di questo lavoro.

Oggi ai lavoratori si chiedono sempre più titoli di studio, sempre più formazione continua, sempre più competenze e impegno, ma non si  riconoscere nulla in termini contrattuali. I soggetti privati non sempre possono garantire la stessa qualità dei contratti pubblici, e spesso gli stipendi non arrivano ai 1000 euro al mese. È una dimenticanza casuale? O è una dimenticanza voluta? Non lo so, in ogni caso è una dimenticanza che va corretta.

Se fosse una dimenticanza voluta il mio appello si rivolge soprattutto ai sindacati, che hanno avuto una parte tanto importante in questa storia e che ancora oggi hanno un ruolo di tutela per i diritti delle lavoratrici.

Se la dimenticanza non fosse voluta il mio appello si rivolge alle femministe che ci spiegano molto bene perché le donne sono escluse dalla storia e quanto sia importante ricordarle. Adriana Lodi è la mamma dei nidi, le educatrici sono nostre sorelle che tanto hanno lavorato per offrire il meglio ai bambini e alle famiglie. È ora di riprendere questa storia e divulgarla con forza per immaginare un futuro migliore.

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