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Cinema, il tuo
nome è donna

Nel cinema, come altrove, la differenza la fa il talento. Questo non ha impedito all'industria cinematografica di ridurre le donne a categoria protetta, nonostante siano state fondamentali per la sua stessa nascita. Un modo per tenerne a bada l'intraprendenza

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Sono trascorsi quasi novant'anni dalla creazione degli Oscar e a ottenere la nomination come “migliore regista” sono state solo quattro donne. Due quelle che hanno avuto un riconoscimento ufficiale: Kathryn Bigelow agli Academy Awards nel 2010 (The Hurt Locker), e Sofia Coppola nel 2017 a Cannes per il tanto discusso The Beguiled.

Sebbene il film della Coppola non sia un capolavoro, e la sua reinterpretazione del romanzo di Thomas Cullinan sia discutibile, le critiche che ha suscitato tradiscono quel timore latente che serpeggia nell’industria cinematografica, regno indiscusso di un sessismo “pervasivo e persistente”: se si ridà spazio alle donne, prenderanno il sopravvento.  

Il verbo ridare non è scelto a caso.

Il cinematografo nasce (e si sviluppa) con le donne, è stata una donna, Alice Guy, la prima in assoluto ad essersi cimentata nell’arte cinematografica nel 1896 realizzando La Fée aux Choux. Qualcuno potrebbe obiettare che il primo filmato sia stato girato dai fratelli Lumière, ma si tratta della ripresa di un treno in movimento, non di un film a soggetto come quello che inventa Alice Guy che di films ne girerà 1000!

Dunque, che piaccia oppure no, è stata una donna ad avere aperto quella strada che verrà, in seguito, tappezzata di rosso, ossia il red carpet.

Negli anni d’oro del cinematografo la presenza di donne al comando di un set faceva ben sperare. In America, Mabel Normand (nella foto, ndr), all’ombra del geniale Chaplin; in Svezia, Anna Hofman-Uddgren, in Italia la intraprendente Elvira Coda Notari, produttrice di 60 films (a quell’epoca il film era chiamato la film), e di 100 documentari. Anche lei una pioniera a cui tanto deve il cinema neorealista “inventato” trenta anni dopo da De Sica e Rossellini.

Il cinematografo si sviluppa e diventa una industria prospera grazie a un pubblico in maggioranza femminile, come si spiega allora il dominio maschile?

Secondo Dorothy Richardson, è il sonoro ad avere favorito la propaganda culturale maschile poiché il dominio della parola (leggi cerebrale) è maschile. 

Dunque, è nella parola la soluzione al problema? As if! Credo invece che la capacità di fare squadra e di coalizzarsi contro un “nemico comune” abbia favorito e favorisca il monopolio maschile, e non solo nel cinema. Cerco strenuamente di non scivolare nel luogo comune ma “l’unione fa la forza” è una prerogativa maschile che le donne cercano di attuare con meno pragmatismo, salvo qualche eccezione.

E pensare che gli uomini, a conti fatti, sarebbero inferiori anche di numero ma la loro alleanza tacita e granitica segue un principio imprescindibile: dominare attraverso un controllo politically correct che dia parvenza di parità, di collaborazione e di supporto. Après vous Mesdames!

Un esempio si trova nel Writers Guild of America che considera “categoria protetta”: Indiani d’America, asiatici, Lgbt, donne, scrittori con disabilità, scrittori anziani (dai 40 anni in poi!). Nella necessità di protezione non è forse insito il concetto di “inferiorità” e\o di “minoranza”?

Le donne nel cinema: protette o sorvegliate speciali, insomma. In fondo questi controllori fanno anche un po’ tenerezza: deve essere stressante stare continuamente in guardia per evitare che i box-offices non si abituino a film non solo diretti da donne ma che incassano 100 milioni di dollari! Penny Marshall (da attrice nel telefilm cult Laverne & Shirley a regista di Jumpin' Jack Flash, Big, A League of Their Own), Nora Ephron (scrittrice e sceneggiatrice, regista di Julia&Julia, You've Got Mail), Nancy Meyers (sceneggiatrice, e regista di What women want, The Intern) hanno creato un pericoloso precedente.

Le differenze tra una regista e un regista esistono, e il raffronto tra The Beguiled di Donald Siegel del 1971 e quello di Sofia Coppola del 2017 si presta ad alcune osservazioni: il punto di vista del primo appare forzatamente "maschile" (il protagonista appare come vittima della perfidia, della cupidigia e della gelosia stereotipate dei personaggi femminili, per quanto la locandina del film ostenti un Clint Eastwood in stile poliziesco); il taglio della seconda è volutamente "femminile" (sono le donne a condurre il gioco e, in qualche modo, a manipolare l’altro).

In fondo, tra i due adattamenti un punto in comune c’è: il personaggio maschile è sostanzialmente un debole. Forse, non è un caso che a scrivere la sceneggiatura del film di Siegel sia stata una donna, Irene Kamp. 

Cimentarsi in un adattamento è un’impresa impegnativa rispetto a scrivere una sceneggiatura originale; se l’adattamento è anche un remake, diventa una sfida. Sofia Coppola ha dimostrato coraggio nell’accettare la sfida che, per certi aspetti, ha vinto.

Tuttavia il vero e unico elemento fondamentale che fa la differenza e prescinde dal genere è il talento: o lo si ha o non lo si ha. 

Differenze al cinema - Il video

Pitch meeting: i produttori sono tutti uomini e sono schierati dietro un lungo tavolo, pronti ad ascoltare la sceneggiatrice Carrie Fisher che presenta la storia romantica di un amore contrastato che tiene lontani i due innamorati costretti a vivere il loro idillio solo tramite lo scambio di lettere. Ma il produttore fa subito presente che non riesce a coglierne la "magia", e propone il suo cambiamento magico: non lettere ma sms! Carrie fa notare che la storia si svolge a fine Ottocento e una donna che cavalca nella nebbia di Londra messaggiando su un cellulare risulterebbe quantomeno strano. I produttori sembrano arrendersi di fronte all’evidenza, salvo poi trovare un’altra soluzione "geniale" (togliamo la nebbia!) che lascia la sconsolata sceneggiatrice alle prese con la inconciliabilità tra punti di vista.