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Corpi e ruoli
tra media e vita quotidiana

foto Flickr/Luc Legay

Come cambia l'immaginario sui corpi costruito attorno allo stretto intreccio tra mass media, media digitali e vita quotidiana. Vecchi e nuovi linguaggi nella società globale

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I segni dell’uguaglianza e della differenza, così come quelli della discriminazione e della stigmatizzazione legati a genere e sessualità, passano per il complesso intreccio di simboli e significati che si sviluppa tanto nei linguaggi prodotti e riprodotti nelle interazioni faccia a faccia, quanto nella comunicazione che si sviluppa attraverso i media digitali e i mass media. Anzi, nelle società contemporanee i confini tra queste due dimensioni – così come tra i linguaggi e i generi mediatici – tendono sempre più a sfumare, facendo emergere rapporti complessi tra vita 'on-line' e vita 'off-line', tra quotidianità (ordine dell’interazione) e media unidirezionali, che ci conducono molto più lontano da quell’avvento dell’iper-realtà e della "tirannia del simulacro", di cui parlava Jean Baudrillard nel 1981. 

Uno dei primi studi che si occupava di questo intreccio ponendo al centro i rapporti di genere, fu il lavoro di Erving Goffman del 1979 intitolato Gender Advertisements che si concentrava, appunto, sui linguaggi pubblicitari. L’analisi di Goffman portava alla luce il fatto che l’ordine dell’interazione (cioè il modo in cui si organizza la vita quotidiana) e le rappresentazioni mediatiche erano fortemente convergenti: la donna veniva rappresentata dalla pubblicità come “elemento succube”, sempre alla mercé delle decisioni di un uomo. Infatti la figura femminile era ricodificata sia dal pubblicitario (quasi sempre uomo ed eterossessuale), che dà forma allo spot, sia dall’attore che la affianca nella rappresentazione. Questo ruolo subordinato, ancillare, seduttivo e ornamentale alimentava così un immaginario che era del tutto congruente con il modello di famiglia americana centrata sull'uomo come maggiore percettore di reddito[1] . Forte della sua capacità di assorbire e trasformare in business la critica, come mise ad esempio in luce Robert Goldman nel 1992, tanto i linguaggi pubblicitari quanto quelli più generalmente espressione dei mass media commerciali, tesero a sviluppare negli anni successivi una sorta di 'femminismo mercificato'; un nuovo insieme di simboli, linguaggi e rappresentazioni volti a mostrare che solo attraverso il mercato e il consumo le nuove donne emancipate avrebbero potuto trovare i mezzi necessari per ricostruire la propria identità e la propria nuova facciata: in fondo, il tema del documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, in cui viene mostrato come la figura femminile ridotta a merce sia uno dei linguaggi fondamentali con cui si esprime il potere. All’interno di questo frame, tutto sommato, può anche essere ricondotta buona parte dell’ingresso degli LGTBI sulla scena mediatica, in particolare in quella pubblicitaria, nella quale l’omosessualità femminile o il richiamo all’ambiguità della bisessualità, sempre da parte delle donne, diventa un ulteriore strumento di seduzione per aumentare l’erotismo della merce. Molto più in ombra rimane, invece, la rappresentazione dell’omosessualità maschile.

Queste brevi suggestioni ci fanno immediatamente comprendere come, accanto all’emersione di nuove forme di comunicazione e di costruzione sessuata del sé legate ai media digitali, i linguaggi e gli immaginari costruiti dallo stretto intreccio tra mass media e vita quotidiana continuino a svolgere un ruolo importante nella società globale. La sessione da me coordinata del convegno Genere e linguaggio si è concentrata in modo preponderante su questi temi, esplorando in particolare due tipi di linguaggi e di rappresentazioni dei rapporti di genere: quello cinematografico e quello dell’intrattenimento televisivo rivolto prevalentemente ai teenager.

Mentre non mancano gli studi sul modo in cui la donna bianca, occidentale, è rappresentata nei media e nel cinema, la costruzione dei corpi e della rappresentazione delle donne migranti provenienti dal resto del mondo, è un tema molto meno esplorato. Al mito della 'grande proletaria', dell’italiano e dell’italiana 'brava gente' con cui il cinema nostrano ha spesso rappresentato (in modo consolatorio e in linea con la nostra mitologia nazional-popolare) l’emigrante italiano nel mondo, si è sostituita negli anni più recenti una complessa filmografia che racconta le storie degli immigrati in Italia. Lì dove la figura dell’uomo-migrante è disegnata in modo complesso, pur occupando spesso ruoli residuali nella narrazione cinematografica, grande protagonista di questo nuovo filone è la figura della donna-migrante. Come suggeriscono le varie relazioni tenute al convegno e, in particolare, quella di Gaia Peruzzi (Sapienza, Università di Roma), la donna proveniente dall’Est Europa è il personaggio più rappresentato; in narrazioni filmiche che sembrano riproporre l’archetipo ad un tempo attraente e seducente, di Lillith, la prima moglie di Adamo, ripudiata da quest’ultimo perché non volle obbedirle e simbolo della seduzione che conduce alla rovina dell’uomo. Al contrario, quando sono rappresentate, le donne provenienti dai paesi arabi lo sono prevalentemente attraverso linguaggi e narrazioni che si concentrano sul loro ruolo materno così come sulla loro condizione di subordinazione. In entrambi i casi, dietro lo stereotipo di genere e culturale scompare la complessità del soggetto donna, ridotto così 'ad una dimensione'.

Sul piano dell’intrattenimento televisivo rivolto ai teenager, mentre permane l’assoluta centralità del medium televisivo e dei suoi linguaggi nel panorama mediatico italiano, il pubblico giovanile tende a sviluppare una fruizione complessa della televisione che sempre più si intreccia con i linguaggi tipici dei media digitali: il format dei relationship rality appare perfettamente congruente con la tendenza degli adolescenti ad utilizzare i social network come dimensioni in cui ricostruire la propria vita quotidiana (mediante linguaggi multimediali) annullandone l’ordinarietà e ridefinendola, appunto, come fosse uno 'straordinario' reality nel quale sfera privata e sfera pubblica si confondono; e dove “colei alla quale si crede”, cioè la verità delle relazioni (secondo la battuta del capolavoro pirandelliano Così è se vi pare), emerge e si chiarisce. Il caso del programma Friend zone, prodotto da MTV e studiato da Giuseppina Bonerba (Università degli Studi di Perugia) rientra perfettamente in questa tipologia, rivelando una particolare rappresentazione dei rapporti di genere all’interno della sfera intima degli adolescenti: nel programma americano – incentrato sulla rivelazione del proprio amore al migliore o alla migliore amica – oltre ad emergere un significativo avvicinamento dei modelli comportamentali messi in pratica da ragazze e ragazzi nel corteggiamento, si delinea il profilo di un amore vissuto come prolungamento e potenziamento dell’amicizia, nel quale il sesso non è più elemento costitutivo. Per entrambi i generi (anche quando sono rappresentate coppie omosessuali) emerge il modello di un amore inteso come sostegno e appoggio reciproco.    

 

Riferimenti bibliografici

Baudrillard J. (1981), Simulacres et Simulation, Paris: Éditions Galilée.

Goffman E. (1976), Gender Advertisements, Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press.

Goldman R. (1992), Reading Ads Socially, London: Taylor & Francis.

 

NOTE

[1] Analizzata, tra gli altri, da Talcott Parsons.