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Da "Tina" a "Tata",
l'economia solidale delle donne

Dallo slogan della Thatcher "There Is No Alternative" al "There Are Thousands of Alternatives": piccoli e grandi esempi di economia solidale, dove quello che conta non è il profitto, ma il benessere collettivo. Un'economista femminista spiega perché la fine della logica dell'uomo economico può aiutarci in tempi di crisi

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Negli anni Ottanta, Margaret Thatcher coniò l’acronimo TINA "There Is No Alternative" (non c'è alternativa) per ribadire che il libero mercato capitalista, basato sull’interesse individuale, era l'unico sistema economico possibile. Siamo fatti così: egoisti e competitivi, e quindi solo il capitalismo è in grado di sfruttare al meglio la natura umana per produrre tutto quello che ci serve. Il capitalismo potrebbe autodistruggersi, proprio come l’Impero Romano, ma non c'è comunque alcuna possibile alternativa, almeno secondo questa visione della storia.

In questo momento di crisi una buona notizia c’ è: non tutti hanno creduto a  Margaret Thatcher. Al contrario, individui, gruppi, movimenti e comunità stanno rispondendo alla crisi attraverso nuovi e creativi modi di essere e di fare economia, più in sintonia con le nostre esigenze. Senza alcun grande piano prestabilito, donne e uomini in tutto il pianeta stanno riscoprendo o inventando pratiche che trasformano l’economia e le istituzioni. Le loro azioni sono condivise, connesse sinergicamente all’interno del movimento detto "no-global" o di globalizzazione dal basso contro l’economia neoliberista. La manifestazione del 1999 a Seattle contro il WTO ha rappresentato uno spartiacque per lo sviluppo di una società civile globale perché ha tessuto alleanze tra due grandi spaccature. Da una parte, infatti, si è creata una inedita alleanza tra lavoratori e ambientalisti che hanno manifestato insieme dando luogo ad una potente coalizione blu-verde e dall’altra i movimenti dei paesi del Nord si sono uniti alle proteste del Sud contro le ingiustizie dell'ordine economico globale. Il Forum Sociale Mondiale, il cui motto è "un altro mondo è possibile", è il braccio operativo e visionario del movimento no global. La consapevolezza e la saggezza di questo movimento sono state forgiate dall’interazione e dal dinamismo dei grandi movimenti del mondo – lavoratori, contadini, donne, anti-razzisti, lesbiche, gay, trans, ecologisti e disabili - che ci stanno insegnando nuovi modi di essere e di fare che non opprimano nè le persone nè la Terra. Alcuni si riferiscono a questa convergenza dal basso come a un movimento globale della società civile, la seconda superpotenza.

Negli ultimi dieci anni, gli attivisti di questi movimenti e alcuni accademici progressisti sono arrivati a capire due cose.  In primo luogo, invece del motto TINA “Non c'è alternativa”, nella realtà si applica quello del TATA – “There Are Thousands of Alternatives” (ci sono migliaia di alternative). In tutto il mondo infatti si produce una sorprendente abbondanza di risposte ai problemi economici che stiamo affrontando, risposte che mettono al centro un’idea di benessere condiviso.  In secondo luogo, queste soluzioni da basso inizano a delineare una via di uscita dalla crisi del capitalismo. Questo modello viene chiamato "economia solidale" e le persone, le istituzioni e i movimenti coinvolti hanno iniziato a connettersi, a sostenersi e a chiedere i cambiamenti politici necessari.

Le pratiche e le istituzioni dell’economia solidale variano tra i paesi e soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo. Nel Nord e tra le classi privilegiate, le iniziative in tal senso pongono un forte accento sulla responsabilità sociale e la sostenibilità ambientale, come ad esempio il commercio equo e solidale e la riduzione dei consumi, l'imprenditoria sociale e il controllo sull’operato delle grandi imprese. Nel Sud e tra i poveri, le iniziative si basano sulla resistenza contadina al processo proletarizzazione, come Villa Campesina e il Movimento dei lavoratori senza terra (MST); su azioni capaci di generare reddito come il microcredito, sulla creazione di cooperative, sulle occupazioni delle fabbriche; e sulla resistenza al dominio delle multinazionali, soprattutto tra le popolazioni indigene. Queste iniziative hanno luogo sia dentro che fuori dai mercati.

Le pratiche e le istituzioni dell’economia solidale si riconoscono dalla presenza di valori apertamente non-capitalisti. Questi valori implicano atteggiamenti non oppressivi, questo significa impegnarsi per creare condizioni di uguaglianza e per garantire le pari opportunità in tutte le dimensioni (etnia, classe, sesso, sessualità, disabilità); per la sostenibilità e la rigenerazione del pianeta; per la responsabilità sociale; per la cooperazione; la ri-localizzazione e lo sviluppo delle comunità; per una democrazia ed un’economia partecipata; per la tutela della diversità e dei diritti umani, e in particolare per l’adempimento dei bisogni umani fondamentali. A mano a mano che queste diverse esperienze di economia solidale interagiscono, nelle comunità locali e in tutto il mondo, questi valori diventano sempre più condivisi.

Le donne sono state le protagoniste dell’economia solidale per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, le donne sono gravemente svantaggiate dai mercati del lavoro capitalisti a causa del loro minore accesso al reddito e all'istruzione, dei loro obblighi di cura e dell'irriducibilità delle discriminazioni basate sul sesso e delle molestie sessuali. Allo stesso tempo però, quando i bisogni primari delle loro famiglie non sono soddisfatti, proprio gli obblighi di cura possono motivare le donne ad una forte intraprendenza. In terzo luogo, il ruolo di genere che impone alle donne di dare la priorità alla cura degli altri spesso le porta a pensare soluzioni economiche diverse da quelle capitaliste, soluzioni che mettono la soddisfazione dei bisogni di tutti in cima alle priorità.

L'economia solidale e l'imprenditoria femminile 

La sorprendente risposta imprenditoriale delle donne povere (e non degli uomini poveri) nel microcredito e nel circolo di investimento (ossia prestito-impiego-restituzione) in tutto il mondo è una testimonianza della creatività delle donne. Anche se la maggior parte di queste imprese sono proto-capitaliste e limitate nel loro impatto, la ridistribuzione del capitale verso il basso può produrre cambiamenti positivi  in termini di empowerment sia  delle donne che delle comunità.

In tutto il mondo, le donne hanno dato grande impulso alla creazione di cooperative di produttori e di lavoratori  che lavorano con l’esplicito obiettivo di migliorare il benessere della propria comunità. Le donne sono a loro agio nel lavoro cooperativo, perché queste organizzazioni sono meno influenzate dalla competizione individualista e di solito agiscono per il benessere collettivo. Allo stesso tempo, visto che le cooperative sono amministrate democraticamente dai produttori, lavoratori e/o consumatori, le donne possono gestire più facilmente le necessità legate al lavoro di cura. Alcuni esempi illuminanti:

- In Canada, attraverso un lavoro partecipativo che ha coinvolto donne, ambientalisti, migranti e il movimento First Nation[2], il Chantier de l’Economie Sociale ha creato un programma di cooperative che operano all’interno della rete dei servizi di cura agli anziani, basato sul diritto per tutte le famiglie ad avere servizi di assistenza sovvenzionati dal governo[3].

-In Brasile, la Segreteria Nazionale Per La Solidarietà Economia (Secretaria Nacional de Economia Solidária - SENAES ha attivato un programma di incubatori d’impresa specifico per cooperative ) con l’obiettivo strategico di creare occupazione e di contrastare la povertà. Il programma è coinvolge professori universitari e operatori sociali, e le donne costituiscono la maggioranza dei beneficiari[4].

-In India, l’Associazione delle Lavoratrici Autonome (Self-Employed Women’s Association - SEWA) organizza le donne povere che producono nel settore informale in una sorta di cooperativa/unione di produttori, offrendo loro credito, formazione, advocacy e gruppi di supporto.

-Nel 1965, quando il latte fu contaminato dalle tossine, le donne giapponesi si unirono in una cooperativa di consumo chiamata Seikatsu. Determinate a trovare un'alternativa al latte tossico venduto nei negozi, hanno iniziato a creare collegamenti diretti con gli agricoltori che producevano biologicamente. L’organizzazione oggi conta 600 cooperative di consumatori, 22 milioni di membri e ha anche favorito la nascita di cooperative di produttori, promosso boicottaggi di detergenti, OGM, ormoni e messo in campo molti altri progetti. Questi scambi diretti tra consumatori e agricoltori si stanno diffondendo anche negli Stati Uniti come forma di sostegno all'agricoltura.

Le cooperative femminili sono un potentissimo strumento di trasformazione verso una economia solidale perchè  sono luoghi in cui si veicolano valori femministi e anti-classisti. In netto contrasto con i lavori fiorenti nel capitalismo: bassi salari e nel settore informale che costringono le donne in posizioni subordinate e svantaggiate, le cooperative invece riescono a sostenere e rafforzare i propri membri.  Le ricerche ci mostrano come le cooperative di donne spesso diventino luoghi  di di scambio e di crescita tra donne dove viene elaborata una consapevolezza femminista, uno spazio in cui imparare a resistere e trasformare la dominazione maschile che si vive in famiglia[5].

L’impresa sociale è un'altra nuova forma di economia solidale che coinvolge donne di tutto il mondo. Le imprese sociali sono aziende private, a gestione e proprietà tradizionale o collettiva, che trascendono il binomio no/for-profit. Anche se ottengono un profitto dal capitale investito, tali imprese operano per produrre e scambiare beni e servizi di utilità sociale e di interesse generale[6]. Possiamo dire che queste imprese sono femministe perchè elevano le qualità di cura considerate femminili e subordinate, escluse dal sistema capitalista, mettendole al centro  dei valori e degli obiettivi dell'azienda.

Economia di solidarietà e la soddisfazione dei bisogni 

Le iniziative di economia solidale scalzano la centralità del modello capitalista basato sull'avidità e sul denaro, spostando il discorso economico dalla produzione di profitti e di risultati alla soddisfazione dei bisogni delle persone. Iniziative che riflettono il lavoro tradizionale e la sensibilità delle donne e possono incoraggiare sia la produzione che il consumo. Le economiste femministe, tra gli altri, da tempo propongono la soddisfazione dei bisogni come il giusto fine fine dell'economia, come l'obiettivo di una corretta vita economica[7].

Un esempio lampante di pratiche di economia solidale organizzate intorno al soddisfacimento dei bisogni umani, è il nascente comitato per la sovranità alimentare. Questo movimento, in cui le donne svolgono un ruolo primario, si basa sulla semplice proposta per cui tutti dovrebbero avere il diritto a un cibo sano[8] e che i terreni agricoli dovrebbero essere coltivati innanzitutto per nutrire le persone e non per le colture di esportazione. Gli abitanti delle città dovrebbero avere accesso ai giardini urbani per coltivare il proprio orto. Il movimento di sovranità alimentare si oppone all'agricoltura industriale e all’ingegneria genetica, che anche se altamente redditizie, generano prodotti malsani, inquinano l'ambiente e distruggono i piccoli agricoltori. Il comitato difende anche l'accesso alla terra per tutti coloro che vogliono coltivarla. Insolitamente, il movimento ha definito la sovranità alimentare come un mezzo per chiedere "fine a tutte le forme di violenza contro le donne"[9].

Dare centralità alla questione della soddisfazione dei bisogni significa anche che le neccessità di base hanno la priorità sulla proprietà privata. Per esempio; se ci sono persone bisognose e risorse inutilizzate (terre incolte, fabbriche o case e palazzi) le persone dovrebbero avere il diritto di accedere a queste risorse. Di fatto c’è chi già lo fa ed è una pratica sempre più diffusa: l’occupazione delle terre da parte dei Sem Terra in Brasile; o le fabbriche sotto controllo operaio in Argentina (ma non solo, vedi la Republic Windows e il Doors a Chicago); l’occupazione delle case e il movimento anti-sfratto in tutto il mondo. Uno dei miei esempi preferiti è quello delle madri danesi che avendo bisogno di un luogo in cui far giocare i propri figli, hanno abbattuto le recinzioni che circondavano un grande impianto militare abbandonato e hanno dato inizio allo sviluppo di una comunità chiamata Christiania. 

Conclusioni

Lo sviluppo capitalista ha iniziato il processo di liberazione delle donne allontanandole dalla casa e coinvolgendole nel mercato del lavoro. Di fronte ai limiti del femminismo delle pari opportunità le donne hanno indirizzato la loro resistenza e la creatività verso nuove forme di produzione economica che sono solidali e hanno un maggiore potere trasformativo. Una parte fondamentale del nostro contributo all’economia solidale mondiale è quello di trasformare la cura: da lavoro che incarna la subordinazione e sussume l'oppressione capitalista, in una sana attività femminile (intrapresa sia da uomini, che da donne) che enfaticamente e pacificamente afferma la vita e si rifiuta di contribuire al maltrattamento o all’abuso di sé, degli altri o della Terra. L’emergenere delle donne e del femminile rappresenta "un radicale cambiamento sociale che inizia nel più intimo degli spazi" e da lì si estende all'economia e a tutto il pianeta, trovando la propria espressione creativa nella proliferazione di iniziative di economia solidale in tutto il pianeta. Queste iniziative trasformano le donne facendole uscire dalla subordinazione femminile e insegnano a entrambi, donne e uomini, ad avere, con gli altri e con la Terra, relazioni di cura e di sostegno reciproco.  

 


[1]             Professoressa di Economia al Wellesley College. http://www.wellesley.edu/Economics/matthaei/. Cofondatrice e consigliere dell’U.S. Solidarity Economy Network, http://ussen.org/ .

[2]             First Nation è un’assemblea che raccoglie le istanze dei nativi canadesi per la salvaguardia dei loro diritti.

[3]             Neamtam N. (2008), “Chantier d’Economie Sociale: Building the Solidarity Economy in Quebec,” in Allard J., Davidson C., and J. Matthaei (eds.) (2008), Solidarity Economy: Building Alternatives for People and Planet, Chicago: ChangeMaker (www.lulu.com/changemaker).

[4]             http://www.mte.gov.br/ecosolidaria/sies.asp

[5]             Bisno A. (2010), “Voices from the International Cooperative Movement: The Case for the Empowerment of Marginalized Women through Cooperative Enterprises”, Wellesley College, Mimeo.

[6]             Bornstein D. (2007), How to Change the World: Social Entrepreneurs and the Power of New Ideas, New York: Oxford.

[7]             Nelson J. (1993), “The Study of Choice or the Study of Provisioning: Gender and the Definition of Economics,” in Ferber and Nelson eds., Beyond Economic Man.

[8]             Villareal A. (2009), “Women and Food Sovereignty in Mexico,” Presentation at the Forum on the Solidarity Economy, Amherst, Massachusetts, March.

[9]             Patel R. (2010), Plenary Speech, Canadian Summit on a People-Centered Economy, Ottawa, May 30.