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Dieci proposte per
salvare il lavoro di cura

Foto: Unsplash/ Pujohn Das

Il lavoro domestico in Europa rappresenta il 4% dell'occupazione totale. Ne parliamo con Andrea Zini, vice presidente di Assindatcolf ed Effe, che hanno appena presentato dieci proposte per un welfare che sostenga caregiver e famiglie

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Non si tratta solo di manutenzione e pulizia delle case, il lavoro domestico riguarda l’assistenza ad anziani, disabili, malati e in Europa è un settore che rappresenta il 4% dell’occupazione totale, con 8 milioni di lavoratori regolari e chissà quanti irregolari, e 5 milioni di nuovi potenziali posti di lavoro. Sono i dati appena diffusi dal Libro Bianco del lavoro domestico che Assindatcolf, Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico ed Effe, Federazione europea dei datori di lavoro domestico hanno presentato alla vigilia delle elezioni europee per chiedere un pieno riconoscimento del settore. Abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf ed Effe.

Perché è così importante un impegno politico per il pieno riconoscimento del lavoro domestico in Europa?

È assolutamente importante per due motivi molto banali. Il primo è la tutela dei lavoratori, cosa che se non c’è un contratto collettivo e il lavoro viene svolto in nero, o come dicono in Europa, è informale, non può avvenire. Eppure si tratta di logiche condivise di solidarietà sociale e interventi tipici di ogni stato, principi che sono compresi nello stesso Pilastro europeo dei diritti sociali approvato dalla commissione Juncker. In secondo luogo, se parliamo di assistenza non solo alle persone ma anche alle cose, è importante per permettere soprattutto alle donne di poter lavorare e svolgere una professione, delegando a qualcun altro la cura della casa e l’assistenza dei familiari. La forma delle famiglie è cambiata rispetto al passato, se prima avevamo famiglie allargate composte da una rete di sorelle e cugini con cui si poteva condividere questo carico, oggi abbiamo famiglie dove ci sono addirittura i bisnonni ma non è più possibile una solidarietà sociale interna. È anche per questo che uno dei termini chiave dell’Europa è diventato conciliazione, tra famiglia e lavoro. 

Voi avete portato all’attenzione del dibattito nazionale ed europeo dieci proposte. Qual è l’idea al centro del vostro programma e cosa chiedete ai governi e all’Europa?

Premesso che temi come lavoro, fiscalità, natalità, sono ancora di competenza dei governi nazionali, crediamo che l’Europa in questo momento possa essere un interlocutore fertile. La prima cosa che chiediamo all’Unione è un’analisi accurata del fenomeno, quindi che Eurostat possa avere una griglia di dati adeguata, impegnando in questo senso i vari istituti statistici nazionali per quantificare con più esattezza le dimensioni della forza lavoro in gioco e capire oltre a quegli 8milioni in regola quanti sono gli altri che lavorano in nero. All’Unione europea chiediamo anche che si impegni affinché ci sia un dialogo sociale tra le parti, di identificare le specificità del comparto domestico e, di dettare standard e buone prassi su protezione sociale e salute di chi lavora come caregiver a cui i paesi possano uniformarsi.

All’Europa chiedete anche sostegno economico, di che tipo?

Chiediamo di finanziare politiche di coesione in modo che anche il settore domestico trovi una capacità di promozione e visibilità; di facilitare formazione e certificazione delle professionalità, in questa direzione si muove il progetto Prodome che stiamo conducendo tra Francia, Spagna e Italia, finanziato dalla Commissione europea. E chiediamo di favorire e rafforzare gli scambi di buone pratiche in Europa, con questo obiettivo è già in corso un progetto di costruzione di un database europeo a cui stiamo collaborando. Infine, di fornire agli stati indicazioni vincolanti rispetto allo status del lavoratore domestico e del datore di lavoro domestico, in cui tener conto della privacy ma anche dei diritti.

Cosa dovrebbero fare gli stati?

Soprattutto favorire interventi per la deducibilità fiscale del costo del lavoro domestico, cosa che, come è avvenuto in Francia, permetterebbe un’emersione dal nero di oltre il 50%. Poi realizzare l’inclusione digitale, che oggi è fondamentale in un settore in trasformazione che vedrà case sempre più ad alta tecnologia e quindi un mercato che chiederà l’interazione con macchine intelligenti e controlli remoti; difendere il licenziamento ad nutum perché la famiglia non è un’impresa che può ricollocare il lavoratore se non è più adatto a svolgere un’attività, per esempio per motivi di invecchiamento: è qui che deve intervenire lo stato con le tutele sociali, così come nel caso ad esempio di lavoratrice domestica in maternità. Non sono soluzioni che possono essere prese all’interno delle famiglie.

La rete Effe, di cui è vicepresidente, è stata fondamentale nell’approvazione della Risoluzione del parlamento europeo sui diritti delle caregiver promossa da Kostadinka Kuneva e Tania Gonzales Pena. E alla vigilia delle elezioni europee, avete lanciato una call for action per coinvolgere direttamente i candidati, ma anche i governi nazionali e la società civile. Che tipo di ascolto avete ricevuto? 

C’è stato un ascolto trasversale da parte dei candidati delle diverse liste europee e da tutte le forze di settore a cui ci siamo rivolti – dalle associazioni ai sindacati – fino a comuni, regioni, e parlamentari italiani. Quello che dico sempre negli interventi pubblici è che potenzialmente tutti i presenti in sala potrebbero essere nostri associati, perché la gestione del lavoro domestico e di cura è una questione che ci riguarda tutti. Motivo per cui questo tipo di proposte di solito riceve un’accoglienza di tipo trasversale. Il problema sarà capire come sfondare la visione industriale del bilancio dello stato e forse anche dell’Unione europea. Io credo che il tema del welfare stia avanzando in maniera importante a partire dalla normativa sul welfare aziendale, ma finché non si andrà a capire quali sono i costi per lo stato in modo più attento non ci si spingerà troppo lontano.

La situazione in cui versa il settore domestico in Italia ha dei costi precisi per le casse pubbliche, voi avete presentato una stima.

Parlando soltanto del costo del lavoro irregolare, in Italia su 2milioni di persone che lavorano nel settore domestico 1,2 milioni  sono in nero (il 60% del totale) e questo contribuisce a creare un ‘buco’ nelle casse dello stato di circa 3miliardi e 100milioni di euro l’anno in termini di contributi e tasse non versati. Ma c’è un moltiplicatore enorme rispetto a quelli che sono i costi che lo stato deve sostenere per far fronte alla disoccupazione, alla sanità, e che derivano dall’esclusione delle donne dal mondo del lavoro, dal sostenimento di spese di assistenza presso strutture… Costi sociali, insomma, che non possono più essere sostenuti solo dall’industria.

Tornando al sommerso, nel 2015 avete commissionato al Censis una ricerca da cui emergeva che se le famiglie potessero contare su una deduzione delle spese del lavoro domestico aumenterebbero di molto gli occupati del settore, ci spieghi meglio.

Se le famiglie in Italia potessero godere della totale deduzione delle spese sostenute per pagare i propri collaboratori domestici questo porterebbe all’emersione di 340mila occupati irregolari e 104mila nuovi posti di lavoro nel settore, oltre a 50 mila nuovi posti nell’indotto. Oggi sarebbero in tutto 500mila posti, con un impatto positivo anche per le casse dello stato, che si troverebbe a dover coprire un costo inferiore ai 100 milioni. Cifra irrilevante nel bilancio complessivo dello stato. Questo per dire che le risorse necessarie per l’emersione non sono enormi, quello che serve è la volontà di andare in quella direzione.

Per ostacolare l’evasione e il lavoro sommerso avete presentato un emendamento alla legge sul reddito di cittadinanza, in cosa consisteva tecnicamente la proposta e con quali motivazioni è stata respinta?

Il reddito di cittadinanza non è uno strumento eccezionale di per sé, ma avrebbe almeno potuto essere un dispositivo valido per l’emersione del lavoro irregolare, se solo le famiglie avessero potuto usufruire degli incentivi all’assunzione come previsto per le imprese. Potendo risparmiare sui contributi avrebbero, infatti, potuto abbattere parte dei costi del lavoro a parità del reddito erogato al lavoratore. In altre parole, le famiglie non avrebbero più avuto ‘interesse’ a risparmiare sui contributi, la condizione che nella maggior parte dei casi determina situazioni di irregolarità, perché dobbiamo sempre ricordare che molto spesso le famiglie non regolarizzano il lavoratore perché non riescono a sostenere i costi. Tuttavia, l’emendamento presentato è stato bocciato dalla commissione bilancio perché creava un maggior costo per lo stato. A nostro parere la bocciatura è stata ingiusta perché non ha tenuto conto del fatto che si trattasse di soldi già previsti all’interno dell’erogazione del reddito di cittadinanza ma, soprattutto, non ha tenuto conto (e questo è il nostro timore più grande) che molto probabilmente una parte dei lavoratori che riceveranno il reddito di cittadinanza sono quelli che già lavorano in nero presso le famiglie all’interno del settore domestico.

Ci sono paesi più all’avanguardia in Europa rispetto al riconoscimento del lavoro domestico, cosa sta succedendo lì?

Basta guardare alla Francia, o al Belgio. In Belgio il costo del lavoro domestico è sostenuto notevolmente dallo stato: con il sistema del "titre a service" (che consiste nel pagare, da parte della famiglia, all'agenzia che manda la colf il prezzo totale di circa 25 euro) per ogni ora lavorata si ricevono dallo stato dei rimborsi per circa la metà dell'importo, la parte residuale viene dichiarata nel modello fiscale come deduzione e quindi si ha una minore tassazione tra il 30 ed il 55%. Si giunge quindi a un costo effettivo per la famiglia di circa 6 euro all'ora, quindi anche con un compenso orario netto di circa 12euro, togliendo il costo delle agenzie di lavoro e i contributi versati, alle famiglie è lasciato un costo sostenibile. Questo ha permesso un’occupazione femminile e una natalità più alte. Lo stesso avviene in Francia, dove una madre dopo il terzo figlio può permettersi di stare a casa con lo stesso reddito da lavoratrice. D’altra parte il tasso di natalità francese più alto di quello italiano (1,9 contro l’1,3 figli per donna, ndr) restituisce un riscontro effettivo delle politiche che si muovono in questa direzione. 

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