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Foto: Unsplash/ Aman Bhargava

Il sistema universitario è tutt'altro che immune alle disparità di genere nelle carriere. I dati raccontano cosa succede nelle direzioni dei dipartimenti e perché solo tre donne sono a capo di un ateneo

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Come noto, e come evidenziano anche i dati del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur), la presenza delle donne tra i docenti universitari tende a contrarsi man mano che si sale ai livelli più alti: dal 45,9% tra i ricercatori, si passa al 34,6% tra gli associati, per scendere al 21,4% tra gli ordinari[1]. 

A fronte di tale assottigliamento nella progressione delle carriere universitarie, ci sono differenze anche per quanto riguarda l’accesso ai ruoli organizzativi apicali? Sappiamo che in Italia le rettrici sono solo tre[2], meno del 4%, ma questo assottigliamento vale anche per i direttori di dipartimento? E, in ogni caso, esistono differenze nelle modalità adottate da uomini e donne che ricoprono tale ruolo?

Alcune risposte a questi interrogativi ce li forniscono i dati emersi da una ricerca nazionale effettuata nel 2015-16 inviando agli 833 direttori di dipartimento delle università pubbliche italiane il link a un lungo questionario strutturato[3]. A rispondere sono stati in 344, pari al 38% del totale, ma alcune informazioni (sesso, settore scientifico di appartenenza, sede dell’ateneo) sono state raccolte precedentemente e quindi sono relative a tutti.

Considerando la loro totalità, si nota, anzitutto, che le donne sono il 18,1% del totale: un dato inferiore, anche se non molto, a quello relativo all’incidenza femminile sui professori ordinari. Consistenti le differenze a seconda delle macro aree disciplinari: le direttrici sono il 7,5% a ingegneria, 15% a medicina, attorno al 25% a scienze, nelle discipline letterarie e psicologiche e in quelle giuridico-economiche, il 35% in quelle sociali.

Tab. 1. Tasso di femminilizzazione per macro area disciplinare del ruolo di direttore di dipartimento – n. complessivo dei direttori per macro area disciplinare

 

L’assottigliamento della presenza femminile non si verifica dunque solo progredendo nella carriera accademica, ma anche nel passaggio ai ruoli organizzativi apicali. Allo stesso tempo, se la ridotta presenza di direttrici a ingegneria e a medicina rimanda alla ridotta femminilizzazione dei docenti (e ancor prima dei laureati degli scorsi decenni) in queste aree disciplinari, più interessante appare il chiaro sottodimensionamento in aree come quelle letterarie in cui, da molti decenni, le donne costituiscono la maggioranza dei docenti e, soprattutto, degli studenti.

Consideriamo ora alcuni dati che emergono dalla ricerca e che ci permettono di sondare sia i contesti in cui avviene l’assunzione di tale ruolo, sia altri temi, come le ripercussioni che esso ha su altre attività proprie dei docenti universitari (quelli che potremmo chiamare i ‘costi’), sia le valutazioni date all’influenza concretamente giocata nei processi decisionali del dipartimento (quelli che potremmo chiamare i ‘benefici’).

Carriere precedenti e contesto lavorativo

A una prima lettura è interessante considerare i ruoli organizzativi assunti precedentemente, in quanto, se la grande maggioranza (l’85%) sia di uomini che di donne aveva già ricoperto ruoli apicali, i primi sono stati più frequentemente presidi (12,8% contro l’11,4%) o direttori di dipartimento (46,7% contro il 42,9%), le seconde hanno più frequentemente coordinato corsi di laurea (41,4% contro il 33,2%). Allo stesso tempo, le donne risultano più spesso elette alla prima votazione (95,5% contro 88,9%). 

Il primo dato sembra rimandare a un più recente accesso delle donne ai ruoli apicali, il secondo suggerisce che esse sono elette solo se riescono ad attirare un fortissimo consenso sulla propria candidatura.

Grafico 1. Ruoli organizzativi precedenti, per sesso

Leggermente diverse sono anche le caratteristiche dei dipartimenti diretti. Le donne sono più spesso a capo di dipartimenti meno articolati (il 30% delle direttrici è in un dipartimento con uno o due corsi di laurea, contro il 20% dei direttori, il 4,5% in uno con almeno 10 corsi, contro il 6,8% dei colleghi) o con meno docenti (il 9% delle direttrici è in dipartimenti con al massimo 40 docenti, il 4,5% con oltre 100 docenti; contro il 5,9% e l’8,1% dei colleghi). Le differenze sono contenute, ma sembrano comunque delineare un quadro in cui le donne hanno maggior probabilità di accedere a ruoli apicali se i dipartimenti sono meno complessi.

Costi sostenuti: il ridimensionamento delle altre attività accademiche

Un’altra area toccata dalla ricerca riguarda l’impatto che il ruolo di direttore ha avuto sulla propria attività didattica e su quella di ricerca e di pubblicazione. Per entrambi gli aspetti le donne dichiarano di aver risentito maggiormente del nuovo incarico: il 52,9% contro il 47,8% dei colleghi per quanto riguarda il tempo dedicato alla preparazione delle lezioni, il 44,8% contro il 39,9% per quanto riguarda la ricerca e le pubblicazioni.

Il maggior ridimensionamento per le donne di tali attività, che trova conferma nel fatto che solo per il 28,6% di esse non vi siano state ripercussioni (contro il 42,3% degli uomini), suggerisce che vi sia, da parte delle donne, un maggior investimento lavorativo, o, almeno, un maggior tempo dedicato a quelle incombenze organizzative e amministrative che sono proprie del ruolo di direttore, che rende più problematico dedicare tempo e attenzioni alle altre attività. A questo riguardo, sarebbe interessante capire se tale maggior investimento 'oggettivo' sia riconducibile ad uno specifico modo (più coscienzioso?) da parte delle donne di affrontare il ruolo assunto, o se sia invece il portato di una loro minore possibilità/capacità di delegare ad altri componenti del dipartimento alcuni compiti – e, in particolare, quelli più amministrativi o comunque più 'brigosi'. 

Grafico 2. Mutamenti nelle altre attività accademiche collegati al ruolo di direttore, per sesso 

Benefici: la gestione del potere

Soffermiamoci ora sui modelli decisionali, o meglio, sulle valutazioni che vengono date del proprio potere decisionale.

In primo luogo, tra le donne è più bassa (rispetto ai colleghi uomini) la percentuale di chi dichiara che le decisioni in consiglio di dipartimento sono, di norma, assunte all’unanimità (73,9% contro 80,7%) ed è anche un po’ più bassa la percentuale di chi ritiene che le modalità di interazione tra i suoi componenti siano, di norma, connotate da una visione comune (20% contro 24,9%).

In secondo luogo, per quanto riguarda il ruolo decisionale proprio dei direttori, le donne si attribuiscono un peso decisionale minore di quello che si attribuiscono gli uomini: complessivamente ritiene di contare 'moltissimo' il 24,3% delle donne (contro il 29,9% degli uomini), abbastanza o poco l’11,4% (contro il 9,6%). Analogo è lo scarto per quanto riguarda una decisione importante quale l’allocazione dei punti organici attribuiti al dipartimento: ritiene di contare 'moltissimo' il 10,9% delle donne (contro il 18,3% dei colleghi) però, in questo caso, sono molto simili le percentuali di chi ritiene di contare abbastanza o poco, rispettivamente il 28,2% e il 28,6%. Allo stesso tempo, le donne direttrici sembrano leggermente più propense a rimarcare una diminuzione del potere decisionale del ruolo di direttore a seguito della legge 240 del 2010, la cosiddetta 'legge Gelmini': tra di esse, ritiene che vi sia stata una minore influenza il 9%, contro il 6,2% dei direttori uomini. 

Grafico 3: Valutazioni sulla propria influenza nei processi decisionali del Dipartimento, per sesso

Ricapitoliamo ora le considerazioni fin qui svolte. 

In primo luogo, si nota, pur in presenza di un accresciuto accesso delle donne ai ruoli apicali, non solo accademici, ma anche organizzativi dell’università, una specifica vischiosità in questo campo. 

In secondo luogo, sembra che le donne direttrici ridimensionino maggiormente il proprio lavoro didattico e scientifico, presumibilmente in quanto più 'dedite' al nuovo ruolo, e che, nel contempo (ciononostante?) esercitino una minor influenza rispetto ai colleghi che ricoprono un ruolo analogo.

Certo, gli scarti tra le valutazioni maschili e femminili sulla rilevanza del proprio ruolo sono più contenute rispetto a quanto emerge da molte ricerche sulle differenze di genere nei ruoli apicali, tuttavia ci sembrano interessanti in quanto suggeriscono che vi sia non solo una tendenza delle donne a sottovalutare il proprio ruolo – o forse a sopravalutare quello esercitato dai loro colleghi – ma anche effettive differenze nell’esercizio del potere.  

A questo riguardo, sarebbe interessante capire quanto tali differenze non siano, almeno in parte, riconducibili a una minore capacità delle donne a porsi in una logica di contrattualità e di 'scambio' con i colleghi – sia quelli accademicamente più consolidati, sia quelli ancora 'in carriera'.

Note 

[1] Fonte: Miur, Servizio statistico, Focus sulle carriere universitarie, 2016. 

[2] Come insegnano le colleghe linguiste, in italiano si dovrebbe dire “Direttrici, Rettrici”, e non “Direttore, Rettore”. Tuttavia, è piuttosto diffusa tra le donne che ricoprono questi ruoli la preferenza per il termine al maschile, sottintendendo che l’uso della parola al femminile implicherebbe una sorta di svilimento del ruolo. L’argomentazione più usata per questo tipo di scelta è che il suono delle parole direttrice e rettrice è 'brutto', e quindi si preferiscono parole neutre, ovvero direttore e rettore. La lingua è un oggetto vivo, ogni persona è libera di usarla come meglio crede. Va tuttavia osservato che in italiano non esiste il genere neutro: quasi tutte le parole sono declinate al maschile e al femminile. E tutte le parole che terminano in ‘tore’ al maschile, terminano in ‘trice’ al femminile (es. pittrice, attrice, imperatrice). Se il termine direttrice e rettrice sono poco usate (al contrario di pittrice, attrice, o imperatrice), è da leggere con il modo diverso con cui uomini e donne che ricoprono alcuni ruoli apicali si percepiscono, e/o ritengono di essere percepite nell’ambiente accademico.    

[3] La ricerca è stata promossa dal Centro InterAteneo Econometica, dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Milano Bicocca e l’Istituto Polis dell’Università del Piemonte Orientale. Alla ricerca, che ha avuto come responsabili Lorenzo Sacconi e Carla Facchini, hanno partecipato, inoltre, Magalì Fia e Giacomo degli Antoni.