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Donne, religione e percorsi
non occidentali di democrazia

Le primavere arabe hanno reclamato principi occidentali come dignità, libere elezioni, diritti umani, ma senza sposare liberalismo e secolarizzazione. Le donne sono state parte attiva di questi movimenti, e hanno saputo usare i principi di uguaglianza delle socialdemocrazie per creare movimenti di emancipazione nuovi e autonomi rispetto al femminismo laico occidentale.

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La prima delle due domande a cui questo articolo sulla “primavera araba” vuole rispondere è come sia potuto succedere che un fenomeno così rilevante e di tale portata abbia colto l’Occidente del tutto di sorpresa [1]. Per rispondere cercheremo di definire e articolare il nesso tra la retorica di genere dell'orientalismo e lo stereotipo occidentale di un Islam essenzialmente barbaro e primitivo. Questa riflessione ci permette di affrontare la seconda domanda, divenuta una vera ossessione nei dibattiti pubblico-politici e accademici occidentali, sulla compatibilità di Islam e democrazia. L'analisi della relazione tra identità politica e identità religiosa di alcune attiviste musulmane in Italia e in Inghilterra ci permette di ampliare la riflessione estendendola ai fenomeni nordafricani, per mostrare come il ruolo e la partecipazione delle donne, e quindi la lente di genere, rappresenti un tassello imprescindibile per comprendere i processi di democratizzazione in atto. L'idea di fondo è che l'incapacità occidentale di prevedere i sommovimenti politici e sociali Nordafricani e Mediorientali, rimanda in ultima analisi al modo in cui l'Occidente ha da sempre guardato al mondo arabo: un Oriente stereotipato, concepito in termini essenzialistici e non dinamici, culla di arretratezza, collettivismo, oscurantismo e immobilismo, da contrapporre ad un presunto Occidente individualista e democratico [2].

Con la fine del mondo bipolare, l’ipotesi di un compiuto universalismo inclusivo delle varie differenze culturali da una parte, e quella di un liberalismo come piano neutro di possibile inclusione delle culture nello spazio pubblico dall’altra, vengono progressivamente messe in discussione. Parallelamente, la visione dell’identità come insieme monolitico e granitico si sgretola, e al suo posto si fa strada una interpretazione dell’esperienza identitaria aperta al dissenso, alla decostruzione, alla critica, destinata ad allargarsi ben oltre il Nord del mondo. Le vicende occorse nell'altra sponda del Mediterraneo vengono così a sfidare ogni schema dualistico e alterizzante, mostrando che la stessa democrazia, almeno come discussione pubblica e come protesta, rompe i confini della sua presunta configurazione etnocentrica e varca il mare nostrum, sottoponendo al tempo stesso a critica i fondamenti della presunta superiorità della dimensione europea su quella orientale.

Il prisma del genere

Lo sguardo sull'Oriente non è solo lo sguardo di un soggetto occidentale, ma di un soggetto maschile. Detto in altri termini, l'Oriente non è solo una costruzione culturale, ma sessuale. L'immagine del velo e dell'harem rappresentano certo i due elementi più significativi di questa visione stereotipata, che basandosi sulla presunta immobilità culturale dell'Oriente e sull'incompatibilità dell'Islam con la modernità, la laicità e la parità di genere, risulta di conseguenza incapace di leggerne le trasformazioni interne e le voci dissenzienti. Questo vale soprattutto in riferimento alle donne musulmane che, grazie al contributo del femminismo islamico, stanno guadagnando importanti traguardi all'interno dei codici familiari dei rispettivi paesi [3]. La duplice appartenenza alla propria fede e alla promozione dei propri diritti testimonia la nascita di una soggettività autonoma rispetto al femminismo laico di matrice occidentale, accusato di gettare uno sguardo paternalistico, etnicamente connotato, sulle altre culture. È questo tipo di attivismo, profondamente radicato nella prassi sociale, che fa emergere l'inadeguatezza del pregiudizio occidentale di una donna musulmana passiva e incapace di agency.

Soprattutto dopo l'11 settembre, la retorica dominante di stampo islamofobico ha impedito di comprendere i fermenti locali e le nuove soggettività emergenti, come testimoniato dalla crescente visibilità e impegno delle donne musulmane. In Europa, inoltre, il cosiddetto affaire du foulard indica una capacità, da parte delle giovani donne musulmane, di sfruttare i principi di eguaglianza delle liberaldemocrazie per risignificare l'atto di indossare il velo. Un gesto che ci spinge sia ad andare oltre il ridimensionamento della sfida religiosa entro i confini di un secolarismo talvolta estremizzato, sia a superare la mera sottomissione che imprigiona queste donne entro quel mondo patriarcale che esse stesse stanno tentando di combattere attraverso un strategia del compromesso e della mediazione [4].  

Identità politica e identità religiosa: una sintesi europea

Se per l’Occidente la categoria 'identità musulmana' è connotata negativamente ed è vista con sempre maggior timore, e se le donne musulmane diventano lo strumento privilegiato attraverso cui i vari governi cercano di legittimare politiche restrittive e ostili nei confronti delle comunità musulmane, le attiviste musulmane rovesciano gli assunti diffusi comunicando la dimensione positiva dell’appartenenza religiosa [5]. L’identità musulmana rappresenta per molte di loro uno strumento fondamentale di affermazione dei propri diritti e del proprio ruolo, una fonte di liberazione e di empowerment. Muoversi nello spazio pubblico in quanto donne musulmane non significa accettazione passiva di uno status e di una condizione di inferiorità, ma al contrario consente di decostruire dall’interno gli stereotipi veicolati dall’etichetta ‘donna musulmana’. Vengono così in particolare esaltate la capacità di raccordo, di riconciliazione delle varie appartenenze; da quella religiosa a quella culturale a quella nazionale. Ne emerge allora che l’identità musulmana può talvolta facilitare l’emancipazione di queste donne all’interno delle rispettive comunità, caratterizzate da sistemi patriarcali e rappresentate da leader conservatori. Per quanto riguarda le donne musulmane attive in politica [6] il modo di vivere l’identità religiosa è diversificato: per alcune è centrale, per altre più marginale. Interrogandosi sul rapporto tra identità politica e religiosa emerge che le identità non sono mai una questione di pura autonomia e indipendenza di contro ad una mancanza di scelta. Le identità si sviluppano piuttosto attraverso complessi meccanismi di compromesso e mediazione in cui le persone, anche in situazioni fortemente restrittive e difficili, continuano ad esercitare le loro appartenenze fluide e plurali. In ogni caso, l’identità religiosa non nega né entra necessariamente in conflitto con le molteplici altre appartenenze di ciascun soggetto. Parlare di identità musulmana, dunque, assume significati diversi a seconda dei contesti. Per tali motivi, risulta importante ascoltare direttamente le voci delle stesse donne, mettendo da parte atteggiamenti paternalistici e prestando attenzione sia a come l’identità musulmana viene di volta in volta mobilitata, sia agli obiettivi che essa permette di raggiungere alle donne nei loro contesti di vita. Ciò che sembra emergere dalle dinamiche in atto, in Europa e nel Mediterraneo, è che la religione non rappresenta necessariamente un ostacolo nel processo di emancipazione delle donne, ma può rivelarsi un linguaggio e uno strumento duttile per elaborare nuove ed efficaci strategie di liberazione.

Le molte donne velate che hanno partecipato alle primavere arabe e alla discussione pubblica testimoniano un rinnovamento e un rafforzamento dei contenuti e delle forme della democrazia; una democrazia che, come ha ben espresso Amartya Sen [7], è più di una semplice forma di governo, di un insieme di istituzioni e di relazioni tra i poteri. Secondo questa prospettiva, la democrazia ha bisogno per sopravvivere di uno spazio pubblico partecipato, di una società civile attiva, capace di discutere, di sottoporre a critica il potere politico, culturale e religioso, e di sperimentare forme e modelli di vita alternativi a quelli tradizionali, rivisitando anche i simboli della stessa tradizione. L'autorganizzazione delle proteste delle primavere arabe dovrebbe farci riflettere e condurci a rifiutare definitivamente l'ipotesi di una diffusione dei principi di libertà e di eguaglianza che, da un supposto centro che ha anticipato il percorso, procede verso una altrettanto supposta e ritardata periferia. A militare nella direzione di un'autonoma rielaborazione di alcuni contenuti della democrazia nel mondo arabo si colloca l'interessante riflessione di Oliver Roy [8], che delle primavere arabe tende a sottolineare gli aspetti di indipendenza, ma allo stesso tempo di correlazione rispetto alla cultura democratica occidentale. Secondo tale interpretazione, nelle rivolte in questione uomini e donne reclamano dignità, libere elezioni, democrazia e diritti umani in un’ottica di cittadinanza individuale, al fine di definire un nuovo scenario politico. Tutto ciò, secondo Roy, impone di rimettere in discussione alcuni dei pregiudizi che fanno parte del nostro modo di pensare la democrazia, primo fra tutti quello relativo alla stretta correlazione tra democrazia, secolarizzazione e liberalismo. Questi nessi sono smentiti dalle proteste arabe, che sembrano rideclinare in modo originale tanto il rapporto tra religione e trasformazione democratica, quanto il nesso tra pratiche democratiche e presupposti liberali. Nel crollo del modello patriarcale autoritario che reggeva lo spazio pubblico le donne, sempre più istruite e parte del mercato del lavoro, stanno giocando un ruolo fondamentale.

 


[1] Per una più ampia analisi di questo nodo tematico, vedi Anna Loretoni, 'Le difficili vie della democrazia nell'altra sponda del Mediterraneo', in Anna Loretoni e Francesca Maria Orsini (a cura di), Il Mediterraneo dopo le Primavere Arabe. Alcune riflessioni sulle trasformazioni sociali, politiche, istituzionali, Edizioni ETS, Pisa 2013, pp.9-20

[2] Sull'approccio europeo verso l'Oriente si veda Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, Milano 2004

[3] Cfr. Ruba Salih, Musulmane rivelate. Donne, Islam, modernità, Carocci, Roma 2008

[4] Seyla Benhabib, I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006

[5] Per una più dettagliata presentazione della ricerca, vedi Alessia Belli, 'She Who Disputes. Muslim Women Activists in Italy and the United Kingdom Speak for Themselves', in Haleh Afshar (ed.), Women and Fluid Identities. Strategic and Practical Pathways Selected by Women, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2012

[6] Alessia Belli, 'Limits and Potentialities of the Italian and British Political Systems through the Lens of Muslim Women in Politics', in Jørgen Nielsen (ed.), Muslim Political Participation in Europe, Edinbourgh University Press, 2013

[7] Amartya Sen, L'idea di giustizia, Mondadori, Milano 2009

[8] Oliver Roy, The Transformation of the Arab World, in «Journal of Democracy», vol.23, n.2012, Idem, There will be no Islamist Revolution, in «Journal of Democracy», vol.4 n.1, 2013