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Effetto crisi. Se la donna
diventa "capofamiglia"

Nella prima ondata della recessione gli uomini hanno perso un maggior numero di posti di lavoro rispetto alle donne. Una situazione che in molti casi ha spinto le loro partner a cercare un'occupazione, anche accettando condizioni sfavorevoli. Alcuni interventi potrebbero servire a sfruttare, in positivo, un effetto collaterale della crisi

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Il primo è l’effetto del lavoratore aggiunto. Nel momento in cui, durante una recessione, il “capofamiglia breadwinner” perde il lavoro, o vede ridursi il salario, la moglie, se casalinga, potrebbe cominciare a cercare lavoro per far fronte al peggioramento delle condizioni economiche della famiglia. Questa tesi  mette in luce il potenziale ruolo di assicurazione contro la povertà che, soprattutto in periodi di difficile congiuntura economica, può avere la partecipazione della forza lavoro femminile. Un simile scenario è tutt’altro che improbabile in una realtà come quella italiana in cui il costo della crisi in termini di occupazione è ricaduto soprattutto sugli uomini  e la percentuale di donne occupate è ancora molto bassa.

Il secondo effetto è quello del lavoratore scoraggiato. In questo caso, con il peggiorare della crisi e il conseguente restringimento delle opportunità di occupazione, le donne in cerca di lavoro deciderebbero semplicemente di interrompere la ricerca di lavoro e di ritirarsi dal mercato in attesa di tempi migliori (nonostante che nel frattempo il marito abbia perso il lavoro o abbia subìto un calo del reddito da lavoro). Anche questo secondo scenario risulta tutt’altro che improbabile in un paese in cui, anche in tempi di espansione economica, trovare lavoro per una donna è sempre più difficile che per un uomo.

I dati disponibili indicano una tendenza alla chiusura del gender gap nei paesi europei durante la crisi, sia nei tassi di attività che nei tassi di occupazione e di disoccupazione (Bettio et al. 2012). L’Italia non sembra fare eccezione, in ragione soprattutto del maggior numero di posti di lavoro persi dagli uomini durante la prima ondata della crisi (negli anni 2008-2010): la Tabella 1 mostra infatti un aumento del numero di uomini disoccupati ed inattivi maggiore rispetto a quello delle donne. Al contrario, il maggior incremento della partecipazione femminile è avvenuto durante gli ultimi due anni (2010-2011). In questo periodo il numero di donne occupate e disoccupate è aumentato, mentre l’inattività femminile ha cominciato a diminuire. Questa sembra una prima evidenza del possibile effetto del lavoratore aggiunto in Italia.

Tabella 1. Variazioni dell’occupazione, disoccupazione e inattività durante la crisi in migliaia, per genere










Fonte: Elaborazioni su Eurostat online database

La tendenza pre-recessione della partecipazione femminile al mercato del lavoro può essere, in parte, responsabile della riduzione del gap. Dalla metà del 2005 fino all’inizio della crisi il numero di donne in attività è aumentato costantemente, e ha continuato a crescere malgrado una temporanea riduzione durante il periodo peggiore della crisi. Come si può vedere nella Figura 1, il numero di donne attive è variato in direzione opposta rispetto al numero di uomini disoccupati durante il periodo pre-crisi, dopo di che ha cominciato a seguirlo molto da vicino andando nella stessa direzione. Questa sembrerebbe un’altra prova a sostegno dell’effetto lavoratore aggiunto.

Figura 1. Variazioni del numero di donne in attività e di uomini disoccupati in migliaia, 2005-2011






 

 

 

 

 

 

Allo stesso tempo, la percentuale di lavoratori scoraggiati in Italia è andato aumentando e rimane uno dei più elevati in Europa (Fig. 2).

Figura 2. Lavoratori scoraggiati, in % della popolazione in età lavorativa (15-64 anni)


Nota: I lavoratori scoraggiati sono persone che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro perché convinte di non riuscire a trovarlo, malgrado la disponibilità ad accettarlo.

Fonte: Verashchagina e Capparucci (2013).

Da quanto detto,  risulta  probabile che  la fase avversa del ciclo economico che stiamo vivendo da alcuni anni,  abbia generato sia lavoratrici aggiunte che lavoratrici scoraggiate, ma è importante stabilire quale effetto abbia dominato sull’altro. Le implicazioni sui livelli di povertà e sulle persistenti disuguaglianze di genere sarebbero, infatti, molto diverse. Nel caso in cui tenda a dominare l’effetto del lavoratore aggiunto avremo un minor rischio di povertà per  le famiglie e una compensazione delle disuguaglianze di genere, dal momento che la moglie entrerebbe  nel ruolo di portatrice  di reddito all’interno del nucleo familiare. Se invece dovesse prevalere  l’effetto del lavoratore scoraggiato, inevitabilmente aumenterebbe la povertà e le famiglie monoreddito si troverebbero completamente sprovviste di mezzi di sussistenza.

Da un recente studio sulla realtà italiana (1), che mette in relazione la partecipazione al mercato del lavoro delle mogli con lo stato occupazionale del marito (Ghignoni e Verashchagina 2012) risulta che l l’effetto del lavoratore scoraggiato è stato prevalente all’inizio della crisi. Col perdurare della congiuntura economica negativa, però, sembra iniziare ad emergere l’esistenza di un effetto del lavoratore aggiunto che coinvolge soprattutto le donne meridionali a basso livello di istruzione.  Sembrerebbe, quindi, che con il progredire della crisi (e la probabile riduzione dei risparmi familiari) le mogli delle famiglie più povere abbiano dovuto rinunciare al “lusso” di badare solo alla casa e ai figli e siano state spinte all’ingresso sul mercato del lavoro (2). Ovviamente, le opportunità di child care a livello locale, o la presenza di “nonne” nel nucleo familiare, risultano di fondamentale importanza nell’incentivare le decisioni di offerta di lavoro delle mogli in caso di disoccupazione del partner.

Altri studi mettono in luce la prevalenza dell’effetto lavoratore aggiunto in Europa durante la crisi. La Commissione europea  (2011) evidenzia il fatto che le donne sposate con figli sono state le prime ad entrare nel mercato del lavoro in risposta alla perdita del posto di lavoro del partner. D’altro canto, l’Ocse (2012) rivela che le donne (con o senza figli) hanno aumentato l’orario di lavoro nella medesima circostanza.

Nel caso dell’Italia appare cruciale la distinzione tra ingresso nel mercato del lavoro e aumento dell’orario di lavoro per le donne, così come la distinzione tra uscita dal mercato del lavoro e riduzione dell’orario di lavoro per gli uomini. Data la bassa partecipazione femminile, le barriere all’entrata nel mercato del lavoro possono essere più difficili da superare che non l’aumento delle ore lavorative per le donne già occupate. Nel caso degli uomini, la riduzione dell’orario lavorativo (ad es. come risultato dell’ingresso in C.I.G.) costituisce un importante cambiamento nello status occupazionale che sfugge completamente se si osservano solo i tassi di transizione tra occupazione, disoccupazione e inattività. L’analisi è stata quindi approfondita tenendo conto delle variazioni nell’orario di lavoro, sia per gli uomini che per le donne.

I risultati mostrano che la perdita del posto di lavoro da parte del marito non sempre spinge la moglie ad entrare nel mercato del lavoro. Però, analizzando la situazione più nel dettaglio, risulta che la riduzione del reddito lavorativo del marito, in particolare se accompagnata da una riduzione del numero di ore lavorate  dell’uomo, è un forte incentivo per l’ingresso nel mercato del lavoro delle mogli. In ogni caso, la disponibilità delle mogli ad entrare nelle forze di lavoro è significativamente ridotta dalla strutturale carenza di servizi di child care che affligge da sempre molte aree del Paese. Evidentemente in assenza di servizi al di fuori della famiglia, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è facilitata nei casi in cui il marito, riducendo le proprie ore di lavoro, riesce a dedicare tempo alla cura dei figli e ad altri compiti familiari.

Per approfondire ulteriormente l’analisi si è cercato di capire quali donne abbiano aumentato le proprie ore di lavoro, distinguendo tra quelle che lavoravano già prima del peggioramento delle condizioni lavorative del marito da quelle non precedentemente occupate. L’analisi ha messo in evidenze che è stato molto più facile per le mogli già occupate aumentare l’orario di lavoro che non entrare nel mercato del lavoro per quelle che in precedenza non lavoravano.

Dall’analisi effettuata risulta che la famiglia riesce ad assolvere pienamente al suo fondamentale ruolo di assicurazione contro la povertà quando è governata da una coppia bireddito, mentre le famiglie monoreddito rimangono estremamente fragili. Questo  fatto appare preoccupante alla luce delle tendenze osservate durante la crisi. In particolare, la percentuale delle coppie bireddito sarebbe diminuita del 5% nel periodo 2007-2009 (Bettio et al. 2012), anche se a favore non solo delle coppie monoreddito, ma anche di quelle in cui la donna risulta di essere la principale portatrice di reddito (+6.6%). Qualcosa quindi  sta cambiando dietro la crisi. Ma tali cambiamenti riusciranno a diventare un’occasione duratura per le donne? O si tratterà solo di cambiamenti temporanei? Molto dipenderà dalle politiche che verranno attuate a partire da oggi, e che dovranno tener conto sia dei problemi dal lato dell’offerta, sia di quelli dal lato della domanda.

Misure finalizzate a incrementare il prestigio delle professioni a prevalenza femminile, che rimangono la principale porta di ingresso per le donne, permetterebbero di stimolare ulteriormente l’offerta e aiuterebbero l’incontro con la crescente domanda di lavoro femminile (ad es. nel settore della cura e dell’assistenza). A loro volta, misure finalizzate a combattere il pregiudizio nei confronti delle donne che trovano la propria strada in professioni per loro atipiche, possono essere di complemento allo scopo di  aumentare la partecipazione femminile.

Inoltre, appare  di fondamentale importanza conoscere non solo chi sono le donne che sono entrate nel mercato del lavoro (o che hanno aumentato l’orario lavorativo), sia pure spinte dalle avversità della crisi, ma anche a quali condizioni lo hanno fatto.  Dato che i livelli salariali hanno un ruolo fondamentale, una parte della soluzione potrebbe essere rappresentata da  sussidi pubblici alle imprese che assumono donne, in grado di  stimolare la domanda.

Se le condizioni lavorative offerte alle donne, e da esse accettate (probabilmente senza grande entusiasmo) in tempi di crisi, rimangono sfavorevoli (non solo in termini salariali, ma anche di tempi di lavoro ecc..), l’effetto del lavoratore aggiunto si risolverà in un fenomeno temporaneo senza nessun significativo impatto sulla partecipazione femminile post-crisi. Sembra quindi opportuno sollecitare iniziative urgenti per evitare che tutto ciò diventi un’occasione perduta.


Note
(1) Basato sui dati di Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane (2006-2008-2010).

(2) A conferma dell’emersione di un effetto del lavoratore aggiunto negli anni più recenti della crisi, i dati Istat (2012) mostrano una riduzione del numero di casalinghe (di età compresa tra i 15 e i 64 anni) nel secondo trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo del 2011 pari a 327 mila unità (-6.7%) rispetto all’anno precedente, con una riduzione molto netta soprattutto tra le under 35. Facendo il confronto con il 2007 (periodo pre-crisi) la riduzione è di 478 mila unità (-9,5%). Malgrado questa decisa diminuzione, il numero delle casalinghe italiane rimane comunque molto elevato (oltre 7 milioni e 600 mila unità) e costituisce un esteso bacino di forza lavoro potenziale.

 

Bibliografia

Bettio, F., Corsi, M., D’Ippoliti,C., Lyberaki, A., Samek Lodovici, M. and Verashchagina, A. (2012) The Impact of the Economic Crisis on the Situation of Women and Men and on Gender Equality Policies, External Report, EU Directorate-General for Justice, Unit D1 'Equality between women and men', Dicembre 2012.

 

Commissione Europea  (2011) Labour Market Developments in Europe, 2011. Directorate-General for Economic and Financial Affairs. [http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2011/p...

Ghignoni E. and Verashchagina A. (2012) Added versus Discouraged Worker Effect during the Recent Crisis: Evidence from Italy. Mimeo.

Istat (2012) Rilevazione campionaria sulle forze di lavoro. Istat, Roma.

OCSE (2012) ‘Closing the Gender Gap: Act Now’, OCSE. [http://dx.doi.org/10.1787/9789264179370-en]

Verashchagina, A. and Capparucci, M. (2013) ‘Living through the crisis in Italy. Labour market experience of men and women’, in M.Karamessini and J.Rubery (eds) Women and Austerity.The economic crisis and the future for gender equality, Routledge, forthcoming.