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Donne nella crisi,
non solo vittime

A cadenze mensili suona l'allarme occupazione, per uomini e donne. Ma per trarre un bilancio occorre uno sguardo un po' più lungo. Nel comune disastro, il genere che aveva meno ha anche perso meno. Anzi, ha guadagnato qualcosina. Da qui bisogna partire, per trarre tre lezioni su come uscirne

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In Italia il valore del lavoro di cura svolto dalle famiglie gratuitamente supera i 50 miliardi di euro. La maggior parte di questo lavoro è ancora a carico delle donne che, tra attività retribuite e non, lavorano più degli uomini ma guadagnano meno

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Il cambiamento portato dalla digitalizzazione del lavoro non è neutro rispetto al genere e ha un impatto diverso per uomini e donne, soprattutto quando al centro della riorganizzazione ci sono spazi nuovi, di cui è importante capire rischi e opportunità

Le ultime notizie sul fronte della crisi hanno suonato nuovamente l’allarme. Ad agosto le occupate sono diminuite di 67mila unità e sono uscite dal mercato del lavoro quasi centomila donne (che quindi non sono nemmeno più conteggiate fra le disoccupate). Settembre ha segnato un recupero di 24.000 unità ma il saldo degli ultimi due mesi rimane negativo. E le uscite verso l'inattività sono ulteriormente aumentate. Notizie sempre negative per i maschi, che hanno perso 8mila unità ad agosto e ben 81.000 a settembre, ma sono usciti in misura minore dal mercato del lavoro.

Il dato di agosto aveva suscitato particolare preoccupazione per l'occupazione femminile. Ma non sempre una nuvola fa tempesta: agosto è solo un mese, e quel dato – così come la piccola risalita di settembre – va letto con uno sguardo più lungo. Se si guarda all’ultimo anno o addirittura all’intero arco temporale della crisi in essere, le sorti di genere si rovesciano e in maniera decisa. Alla fine dei quattro anni che vanno dal secondo trimestre del 2008 - inizio conclamato della recessione in termini occupazionali - al secondo trimestre di quest’anno le occupate sono circa 200mila in più e i maschi oltre 600mila in meno.

Fonte: Istat, forze di lavoro, nostre elaborazioni

Non c'è dubbio che, nel rovescio generale, l’occupazione femminile abbia tenuto in termini relativi e nel suo insieme. Se si va nel dettaglio il quadro è più articolato. Le più esposte ai venti della crisi – cioè a rischio perdita del lavoro spesso lungo vere e proprie catene di precarietà - sono state le giovani donne, ma accanto ai giovani uomini e agli immigrati, specie se maschi e provenienti da paesi extra-europei (Bettio et al 2012). In un bilancio complessivo di genere ha prevalso quello che si può definire un livellamento verso il basso, dove il genere che ‘aveva di meno’ ha anche perso di meno. Nulla da festeggiare per una situazione che, al contrario di molti media, non trasformeremmo in una cronaca da partita sportiva con vincitori e vinti. Non ci appassiona esercitarci in una nuova semantica della crisi come hanno fatto negli Usa, dove molti hanno parlato di heCession o manCession per sottolineare le forti perdite maschili, mentre alcuni/e hanno risposto coniando il termine sheCession per sottolineare il rischio che il peggio per le donne potesse venire in coda alla recessione (ne abbiamo scritto qui). Non è però nemmeno il caso di avallare la vulgata che ha prevalso in Italia, pur senza l’ausilio dell’innovazione linguistica, secondo cui le donne sono le maggiori vittime della crisi. Così non è stato fino ad ora, anche se l’impatto atteso del consolidamento fiscale, e i dati di agosto in particolare, ammoniscono che non possiamo escluderlo per il futuro.

Vale la pena, invece, rintracciare le ragioni di quell’aumento intrigante, seppur piccolo, dell’occupazione femminile per capire se e dove convenga sostenere le prospettive di ripresa ad un qualche punto del prossimo futuro.

Nel periodo più nero della recessione, dal 2008 al 2010 l’addensarsi di mestieri/mansioni/professioni maschili nei settori che hanno lasciato sul campo il maggior numero di posti di lavoro – costruzioni, industria, agricoltura, settore finanziario e dei servizi immobiliari - ha più che compensato altri rischi che le donne possono aver corso, incluso quello della discriminazione. Nel gergo economico, la segregazione settoriale dell’occupazione ha protetto le donne ed esposto gli uomini. Di fronte ad un calo occupazionale del 9,4% nell’industria dall’inizio della crisi (2008-2012, secondo trimestre), il combinato dei settori della pubblica amministrazione, della difesa, della scuola, della sanità e dei servizi sociali ha perso un modesto 2,3%, nonostante una certa accelerazione delle perdite nei primi due trimestri di quest’anno (1).

Occorre sottolineare che, all’interno di ogni singolo settore o impresa le donne non hanno ricevuto trattamenti di favore, semmai il contrario, e le giovani sono state particolarmente penalizzate. Il tasso di disoccupazione delle laureate (triennali e magistrali) a quattro anni di conseguimento del titolo è in media di 8 punti superiore a quello dei loro compagni maschi e il differenziale cresce per le lauree che danno meno probabilità di trovare un impiego. Nell’ambito dell’industria e nella prima fase della recessione (2008-10) poi, l’occupazione femminile ha accusato una perdita percentuale praticamente doppia di quella maschile, come è stato già sottolineato dall’Istat (Sabbadini 2012, vedi anche questo articolo). Ma i numeri delle donne occupate nell’industria sono bassi rispetto a quelle occupate nell’amministrazione pubblica, nella scuola, nella sanità o nei servizi sociali.

Su questa ‘protezione’ offerta da una favorevole distribuzione settoriale dei posti di lavoro si sono innestati almeno tre processi che hanno finito col sortire un saldo occupazionale positivo dopo il 2010, il succitato aumento di duecentomila posti. Due di essi sono stati evidenziati nel rapporto Istat 2012 e sono riconducibili all’aumento dell’età pensionabile e alla regolarizzazione delle badanti. A registrare aumenti netti di occupazione di una qualche consistenza nel corso del 2011 sono state infatti le donne con più di cinquant’anni (+ 254 mila), le straniere (+170 mila) e le occupate nei servizi alle famiglie (+106 mila), con l’avvertenza che vi sono forti sovrapposizioni fra questi gruppi (ISTAT 2012: tavola 1.8). Se vogliamo essere rigorose, nessuno dei due processi ha creato posti di lavoro ex novo. La regolarizzazione è un aumento contabile dell’occupazione, oscurata in precedenza dal mercato del lavoro in nero. Quanto all’allungamento dell’età pensionabile, il processo di transizione sta semplicemente congelando posti di lavoro esistenti. Tuttavia questa è una visione da bicchiere mezzo vuoto. Per chi, come noi, preferisce il mezzo pieno, regolarizzare i posti di lavoro significa maggiori tutele per le lavoratrici e maggiori entrate fiscali nel breve periodo, un piccolo contributo ad allentare la spinta ai tagli per migliorare i saldi di bilancio. Nel settore pubblico, poi, il congelamento dei posti dovuti al pensionamento evita quella perdita di organico che il blocco delle assunzioni ha imposto, a scapito del servizio offerto.

L’occupazione femminile aggiuntiva però non è stata sostenuta soltanto dalla componente ‘congelata’ e da quella ‘contabile’, ma comprende anche quello che nella letteratura economica viene chiamato "lavoratore aggiunto". Si tratta generalmente di mogli o compagne che non lavoravano prima dell’insorgere della crisi ma che sono rientrate nell’occupazione in risposta alla perdita di reddito del partner, magari abbassando le proprie prospettive salariali. Secondo un recente studio basato sull’indagine sui redditi familiari della Banca d’Italia, nel corso dei primi due anni della crisi (2008-2010) il reddito che il marito (o partner) dichiara ha subìto una qualche diminuzione in circa la metà delle coppie comprese nel campione. Nel 2,9 percento di questi casi la moglie (o partner) è entrata o rientrata nel mercato del lavoro. L’incidenza dei nuovi ingressi è più forte al Centro e al Sud (rispettivamente 4,8 e 2,9%) che al Nord, ossia laddove è più facile che lei non lavori e lui sia l’unico percettore. La stima econometrica conferma la crescita del "lavoratore aggiunto" al centro-sud (Ghignoni e Verashchagina 2012).

Il fatto che almeno lei possa portare a casa uno stipendio non è mai stato così importante per le famiglie italiane come in questa crisi. Basti dire che nel 2007, un anno prima della crisi, le coppie in cui guadagnava solo lei erano meno del 4% di tutte le coppie in cui almeno uno dei partner godeva di un reddito da lavoro, ovvero della stragrande maggioranza delle coppie con almeno un componente in età lavorativa. Due anni dopo, in piena crisi (2009), le coppie monoreddito al femminile erano passate al 10,4% o perché lui era l’unico percettore e lei l’aveva sostituito o perché entrambi lavoravano ma lui aveva perso il lavoro e lei no (2).

Una crisi con questo profilo offre tre insegnamenti che ci limitiamo ad anticipare qui, rimandando alle prossime puntate per approfondimenti. Il primo è che occorre ripensare la politica fiscale con lo scopo di aumentare il numero delle famiglie bireddito, il baluardo più solido contro il rischio di povertà in tempi di congiuntura economica avversa. In Italia le coppie bireddito sono sì la maggioranza relativa di tutte le coppie in cui almeno uno dei componenti lavora ( il 53,8% nel 2009) ma sono ancora disperatamente poche rispetto al dato europeo (il 69% ).

Il secondo insegnamento è che settori femminilizzati quali la sanità, i servizi sociali e alla persona non solo hanno ‘protetto’ l’occupazione femminile ma possono trascinare al rialzo la ripresa occupazionale perché espressione di una domanda in crescita. Anche di questo abbiamo già parlato qui su inGenere, ma occorre riprendere il discorso con un obiettivo ambizioso, quello di impostare una vera politica industriale del settore socio-sanitario e della cura.

Il terzo insegnamento è che le perdite occupazionali di questi stessi settori sono state contenute anche perché si tratta in gran parte di branche del settore pubblico. Siamo le prime ad essere consapevoli che il settore pubblico così come funziona oggi è indifendibile. Dobbiamo perciò farci portavoce di una riforma radicale di questo settore se non vogliamo che lo si riduca ai minimi termini per l’impossibilità di riformarlo e, soprattutto, se vogliamo coinvolgerlo in qualche modo in quella nuova politica industriale della sanità e della cura che abbiamo appena auspicato.

 

Riferimenti

Bettio F., Corsi M. , D’ippoliti C., Liberaki A., Samek M. e Verashchagina A. (2012) ‘The impact of the economic crisis on the situation of women and men and on gender equality policies’, Luxembourg: , Publication Office of the European Union, in corso di stampa.

Ghignoni E. e Verashchagina A. (2012) Added versus discouraged worker effect during the recent crisis: evidence from Italy

ISTAT 2012, Rapporto annuale - La situazione del Paese.

Sabbadini L. L. 2012, “Il lavoro femminile in tempo di crisi” Atti del convegno Stati generali sul Lavoro delle Donne in Italia, CNEL, 2 febbraio 2012

NOTE

(1) Dati Eurostat, serie namq_nace10_e

(2) Dati EU-SILC 2010, ultima indagine disponinibile. Cfr Bettio et al. ( 2012: Table 1.3).